Ieri sera, sul canale YouTube di Fabrizio Corona, è stata pubblicata una nuova puntata di Falsissimo, significativamente intitolata La resa dei conti: un’espressione che già nel suo dettato lessicale tradisce l’intenzione di porre fine, o almeno di tentare una chiusura spettacolare, alla querelle che da settimane coinvolge il nome di Alfonso Signorini. Tuttavia, a distanza di circa un’ora dalla messa in onda, la puntata è stata rimossa dalle piattaforme: circostanza non secondaria, soprattutto se si considera come lo stesso Corona, nel corso della trasmissione, si fosse proclamato incancellabile, rivendicando di non violare alcun diritto e di muoversi entro i confini della più rigorosa legittimità. Solo chi è riuscito a scaricare la puntata (probabilmente in un'opera di visionaria lungimiranza) ha potuto continuare a visionarla. Anche se, poche ore dopo, svariate piattaforme l'hanno, giustamente, riproposta. Ergo, la repentina eliminazione della puntata, introduce un dato di realtà che incrina la narrazione dell’intangibilità: se davvero nulla fosse stato lesivo, non si comprenderebbe la necessità di sottrarre il video alla pubblica visione. L’evidenza fattuale, dunque, sembra contraddire l’enfasi autocelebrativa.

Il cosiddetto “caso Signorini”, che ha infiammato le cronache digitali, si è articolato in una sequenza di dichiarazioni, allusioni, registrazioni e contro-narrazioni, nelle quali l’elemento privato – la dimensione intima delle relazioni, dei desideri, delle eventuali avances – è stato elevato a materia di pubblico dibattito. La cifra stilistica è stata quella che da sempre caratterizza Corona: l’ostentazione di un sapere segreto, la promessa di un retroscena indicibile, l’esibizione di documenti come reliquie probatorie di una verità che si pretende occultata dal sistema mediatico ufficiale.

In questa ultima puntata, un ruolo centrale è stato assunto da Vito Coppola, il quale ha dichiarato di aver fornito materiale e di voler offrire la propria versione dei fatti. La sua testimonianza si configura come tentativo di sottrarsi alla narrazione altrui, di riappropriarsi della propria voce in un racconto che, fino a quel momento, lo aveva visto prevalentemente oggetto di discorso più che soggetto parlante. Tuttavia, ciò che emerge è un intreccio di telefonate, inviti, rifiuti e insistenze, nel quale la linea di confine tra corteggiamento e pressione viene evocata come elemento drammaturgico, quasi fosse un atto teatrale destinato alla fruizione collettiva.

Il punto nevralgico della puntata risiede proprio nella diffusione di una chiamata in cui Signorini avrebbe espresso, con una franchezza che parrebbe persino dolorosa, un disinteresse affettivo e fisico: “non ti piaccio, è evidente”. A fronte di tale dichiarazione, il giovane interlocutore ha tentato di persuaderlo, di insistere, di riaprire una possibilità relazionale. Qui la dinamica si fa ambigua e paradossale: l’idea che colui che si presenta come vittima di avances indesiderate abbia, in altro momento, sollecitato la prosecuzione di rapporti. È una contraddizione che Corona utilizza come leva retorica, come prova di incoerenza altrui; ma che, a un’analisi meno urlata, mostra piuttosto la complessità e l’intrinseca contraddittorietà dei rapporti umani.

A questo punto, tuttavia, il discorso non può limitarsi alla cronaca. Occorre interrogarsi fenomenologicamente su ciò che rende tali narrazioni così magnetiche per il pubblico.

Il successo numerico di Corona (visualizzazioni, condivisioni, commenti) non è un accidente, bensì l’effetto di una precisa struttura psicosociale. Il gossip, lungi dall’essere mera trivialità, risponde a un bisogno antropologico primario: la conoscenza dell’altro in quanto altro, la riduzione dell’ignoto a racconto condiviso. Nella prospettiva psicologica, il pettegolezzo svolge una funzione di coesione gruppale: parlare degli assenti consolida il legame tra i presenti, costruisce norme implicite, delimita ciò che è accettabile e ciò che è deviante. Sul piano sociologico, esso costituisce una forma di controllo sociale diffuso: l’esposizione pubblica dell’intimità funge da monito, da spettacolarizzazione della trasgressione. E poi, diciamolo con franchezza: a tutti piace sapere cosa nasconde l'altro nel sacco. Ecco perché ci fa piacere scoprire i gossip relativi ai potenti.

Vi è inoltre un elemento di compensazione simbolica. La vita delle celebrità, nella sua apparente eccezionalità, viene ricondotta alla dimensione della fragilità e della caduta; il potente si mostra vulnerabile, l’icona si incrina. In tale dinamica si produce una sorta di livellamento catartico: lo spettatore esperisce una rassicurante eguaglianza nella miseria, una democratizzazione della debolezza.

Corona, in questo scenario, incarna il ruolo del disvelatore, colui che promette verità scomode. Ma la sua retorica è intrisa di un costante slittamento tra diritto di cronaca e insinuazione. Quando egli afferma: «Se fossimo in America sarebbe già in galera», evoca un immaginario giustizialista che ignora la complessità dei sistemi giudiziari. Basti pensare alle molteplici vicende giudiziarie che hanno coinvolto Donald Trump: indagini, incriminazioni, procedimenti, senza che ciò si sia tradotto automaticamente in detenzione. L’idea che un diverso contesto geografico garantisca una giustizia sommaria è sintomo di una conoscenza approssimativa delle dinamiche istituzionali.

Parimenti problematica è la domanda, reiterata quasi come scudo morale: «Ho il diritto di raccontare queste cose?». Certamente esiste un diritto al racconto, all’inchiesta, alla critica. Ma il diritto di cronaca – come insegna la giurisprudenza – è vincolato ai criteri di verità, continenza e interesse pubblico. Oltre tale soglia si apre il territorio della diffamazione, dove la libertà di espressione si converte in offesa.

Ancora più scivoloso appare il refrain: «A me mi piacciono le donne, non mi piacciono gli uomini», pronunciato da Vito Coppola con un sorriso che tradisce scherno. Questa formula, apparentemente neutra, si carica di una latente omofobia, di un bisogno di riaffermare un’eterosessualità come marchio identitario difensivo. Il medesimo meccanismo si è visto in altri casi mediatici. Ricordate quando il padre di Medugno ha sentito l’urgenza di specificare che il figlio “è etero”, come se l’orientamento costituisse attenuante o aggravante morale. È la spia di un inconscio collettivo che ancora associa l’omosessualità a stigma, e che utilizza la dichiarazione di eterosessualità come gesto apotropaico.

Quanto ai lunghi monologhi di Corona, essi si configurano come dispositivi di saturazione narrativa: la reiterazione, l’enfasi, l’invettiva servono a colmare eventuali lacune fattuali. La durata diventa strategia di persuasione; il flusso ininterrotto di parole crea l’illusione di una sovrabbondanza probatoria che, talvolta, cela una fragilità argomentativa.

Occorre ribadire un principio elementare ma spesso obliato: esiste un diritto al racconto, senza il quale non vi sarebbe giornalismo, né inchiesta, né possibilità di controllo democratico del potere. La libertà di informazione è presidio irrinunciabile di ogni società aperta. Tuttavia, tale diritto non si estende fino a comprendere la diffamazione e l’offesa pubblica. La linea che separa la denuncia dalla calunnia non è sottile sofisma giuridico, ma fondamento della convivenza civile.

Il pubblico continuerà, verosimilmente, a nutrirsi di confessioni e scandali, mentre Corona continuerà a offrirsi come officiante di questo rito laico della rivelazione. Ma la responsabilità ultima ricade su chi racconta e su chi ascolta: discernere tra verità e spettacolo, tra indagine e aggressione, è l’unico argine possibile contro la trasformazione dell’intimità altrui in mero combustibile mediatico.