Dai social alla cronaca, l’empatia sembra cedere il passo alla polarizzazione: la sofferenza diventa spettacolo e il giudizio sostituisce la compassione, rivelando una preoccupante erosione della sensibilità collettiva
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Che cosa ci rende uomini e umani?
È una domanda antica quanto la civiltà. Forse la più antica. Ci rende uomini la capacità di riconoscere il dolore dell'altro come se appartenesse, almeno per un istante, alla nostra stessa carne. Ci rende umani la compassione, quella che Arthur Schopenhauer definiva il solo autentico fondamento della morale, perché capace di spezzare il recinto dell'io e di farci partecipi della sofferenza altrui. Quando questa facoltà si atrofizza, quando l'empatia cede il passo alla fascinazione per la violenza, qualcosa si incrina nel patto invisibile che tiene insieme una comunità. E ciò che resta assomiglia sempre meno a una società e sempre più a un Far West.
Il Far West esiste davvero. Non è fatto di saloon, pistole e cavalli. È un luogo mentale. Una geografia etica nella quale la legge viene progressivamente sostituita dall'emozione, il diritto dalla vendetta, la giustizia dall'identificazione impulsiva con chi impugna l'arma. È il territorio in cui il carnefice conquista comprensione e la vittima scivola lentamente nell'oblio.
Negli ultimi anni questo fenomeno è emerso con una frequenza inquietante. È accaduto nel caso di Roggero, il gioielliere che ha ucciso due rapinatori in fuga, trasformato, da una parte consistente dell'opinione pubblica, in un simbolo di giustizia privata. È riemerso, con dinamiche differenti ma altrettanto significative, nella tragedia del giovane Mohamed, morto a Cosenza durante una perquisizione culminata in un gesto estremo, dove il dibattito pubblico, anziché fermarsi davanti all'immensità della perdita di una vita e al dolore di una madre, ha rapidamente assunto i tratti di un processo morale, alimentato da una ferocia verbale che ha spesso oscurato la dimensione umana della vicenda. E lo stesso schema riaffiora, puntualmente, in numerosi fatti di cronaca: l'interesse collettivo si sposta dalla vulnerabilità della vittima alla costruzione narrativa del carnefice.
La sociologia possiede strumenti preziosi per comprendere questa deriva. Viviamo immersi in quella che Zygmunt Bauman avrebbe definito “una modernità liquida”, nella quale anche le categorie morali diventano instabili. La vittima non suscita più automaticamente solidarietà; viene, piuttosto, sottoposta a una continua verifica di meritevolezza. Se appare imperfetta, ambigua, distante dai modelli condivisi, la compassione si assottiglia. Il carnefice, invece, quando riesce a incarnare paure diffuse – l'insicurezza, il senso di abbandono, la sfiducia nelle istituzioni – diventa facilmente il destinatario di un'identificazione collettiva.
Interviene poi un noto meccanismo della psicologia sociale: l'ipotesi del mondo giusto, formulata da Melvin Lerner. Gli individui tendono a credere che il mondo sia ordinato e che ciascuno riceva ciò che merita. Per preservare questa rassicurante convinzione, la coscienza collettiva finisce talvolta per attribuire, almeno in parte, alla vittima una responsabilità della propria sorte. È un processo inconsapevole, ma potentissimo: colpevolizzare chi soffre permette di continuare a credere che il male riguardi sempre qualcun altro.
A questo si aggiunge la dinamica della polarizzazione digitale. I social network premiano il conflitto, estremizzano le posizioni, trasformano la complessità in slogan. L'algoritmo privilegia ciò che suscita indignazione, non ciò che invita alla riflessione. Così il dolore perde profondità e diventa spettacolo; la tragedia si trasforma in tifo; la giustizia viene sostituita dalla tifoseria morale.
Esiste, infine, una componente psichica più profonda. Il carnefice esercita una seduzione oscura perché appare come colui che infrange il limite. Carl Gustav Jung ricordava che ogni individuo custodisce un'Ombra, l'insieme degli impulsi repressi che la coscienza non accetta di riconoscere. Nei momenti di crisi collettiva, quella zona oscura tende a proiettarsi su figure che sembrano incarnare una forza assoluta, una decisione immediata, un'apparente liberazione dalle regole. L'identificazione con il carnefice diventa allora una forma indiretta di compensazione delle proprie frustrazioni.
Eppure nessuna spiegazione scientifica basta a dissolvere l'inquietudine. Perché una civiltà comincia a smarrire sé stessa quando l'innocenza non commuove più e la violenza diventa comprensibile prima ancora che comprensibile sia il dolore di chi la subisce. Quando la morte viene pesata con il bilancino delle simpatie ideologiche. Quando la sofferenza di una madre è sommersa dal rumore dei commenti. Quando l'empatia cede il posto all'applauso.
Fëdor Dostoevskij scriveva che «il grado di civiltà di una società si misura entrando nelle sue prigioni». Forse oggi dovremmo aggiornare quella intuizione: il grado di civiltà si misura leggendo i commenti sotto un fatto di cronaca. È lì che affiora la temperatura morale di un popolo. È lì che si comprende se prevalga ancora la pietà oppure la crudeltà.
Albert Camus osservava che «ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo». La nostra sembra, talvolta, accontentarsi di giudicarlo, senza comprenderlo, e di condannarlo senza misericordia. Ma una società incapace di provare compassione per chi cade, qualunque sia la sua storia, finisce inevitabilmente per perdere anche la capacità di riconoscere il valore della vita.
L'umanità contemporanea appare sempre più attratta dal carnefice che dalla vittima. È un rovesciamento antropologico prima ancora che morale. La forza seduce più della fragilità, il gesto estremo ottiene maggiore attenzione della sofferenza silenziosa, l'eccezione violenta oscura la dignità discreta di chi subisce.
Questo è forse il sintomo più radicale della disumanizzazione del nostro tempo. Non l'aumento della violenza, che accompagna da sempre la storia degli uomini, ma la progressiva erosione della capacità di compatire. Perché la barbarie non incomincia quando si impugna un'arma. Comincia molto prima: nel momento in cui il cuore smette di riconoscere la vittima come un proprio simile.
E la preoccupazione più grande non riguarda soltanto la cronaca, destinata per sua natura a consumarsi nel tempo, ma ciò che essa rivela del nostro presente. Perché una società che si abitua a comprendere il carnefice prima ancora di chinarsi sulla vittima, che trasforma la compassione in debolezza e l'empatia in ingenuità, sta lentamente smarrendo il proprio volto.
Il rischio non è semplicemente quello di assistere a un mondo più violento. La violenza accompagna da sempre la vicenda umana. Il rischio autentico è assistere a un'umanità sempre meno capace di commuoversi, sempre più incline ad ammirare la forza anziché custodire la fragilità, sempre più vicina al sangue che alle lacrime, sempre più pronta a celebrare chi colpisce che a stringere chi cade. Ed è forse questa la forma più silenziosa e irreversibile della barbarie: quella che non irrompe con il fragore delle armi, ma cresce nell'indifferenza delle coscienze. Perché una civiltà non muore quando aumenta il numero dei carnefici. Muore quando diminuisce il numero di coloro che sanno ancora riconoscere, difendere e amare le vittime.

