C'è un momento preciso in cui un uomo delle istituzioni smette di parlare come rappresentante dei cittadini e comincia a parlare come un personaggio. È un istante sottile, quasi impercettibile. Non coincide con una legge sbagliata, con una promessa mancata o con una scelta amministrativa discutibile. Comincia dalle parole.

È successo anche stavolta.

In un video diffuso sui social, il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha scelto di liquidare l'opposizione con un termine che appartiene più al cortile di una scuola che alla massima istituzione regionale: "sfigati".

Non è lo scandalo della parola in sé. Gli italiani ne sentono di peggiori ogni giorno. Il problema è un altro.

È la progressiva trasformazione della politica in spettacolo.

Da tempo la comunicazione di Roberto Occhiuto sembra inseguire un modello preciso: il presidente non informa, interpreta; non comunica, performa; non amministra davanti ai cittadini, recita davanti alla telecamera. Ogni sopralluogo diventa un episodio. Ogni cantiere una scenografia. Ogni annuncio un trailer. Ogni polemica il pretesto per la puntata successiva.

Più che la Presidenza della Regione, a volte sembra di assistere alla produzione di una serie in streaming.

Eppure la Calabria non è una fiction.

Non è un set televisivo.

Non è il banco di prova di una strategia di marketing personale.

È una delle regioni più differenti e complesse d'Europa. Una terra nella quale la sanità continua a rappresentare una ferita aperta per migliaia di famiglie, dove intere aree combattono contro lo spopolamento, dove i giovani continuano a partire e dove il lavoro, troppo spesso, resta un privilegio invece che un diritto.

Davanti a tutto questo, il tono conta.

Conta eccome.

Perché le istituzioni non parlano soltanto attraverso ciò che fanno. Parlano attraverso il modo in cui scelgono di raccontarlo.

E qui emerge il vero limite di questa comunicazione.

Non è popolare.

È populista.

Non è diretta.

È semplificata.

Non è moderna.

È televisiva nel senso peggiore del termine.

Ricorda quelle televendite locali nelle quali il prodotto viene presentato come rivoluzionario, irripetibile, straordinario. Cambia soltanto l'oggetto in vendita.

Prima era un materasso.

Poi un robot da cucina.

Oggi sembra essere la stessa attività di governo.

Ogni risultato viene annunciato come definitivo. Ogni passo in avanti come storico. Ogni critica come il frutto dell'invidia o del disfattismo. In questo schema non esistono interlocutori, ma tifoserie. Non esistono domande, ma applausi. Non esistono dubbi, ma nemici.

È una narrazione efficace?

Forse sì.

È una narrazione degna della più alta carica istituzionale della Calabria?

La risposta dovrebbe inquietare chiunque, indipendentemente dal partito che vota.

Perché la qualità della democrazia si misura anche dalla qualità del linguaggio pubblico.

Quando un presidente rinuncia alla forza dell'autorevolezza per cercare quella della viralità, ottiene magari qualche migliaio di visualizzazioni in più, ma perde qualcosa di infinitamente più prezioso: il peso della propria funzione.

Le istituzioni non sono influencer.

Non vivono di engagement.

Non si misurano con i like.

Si misurano con la fiducia.

E la fiducia nasce da una parola sempre più rara nella politica contemporanea: sobrietà.

La sobrietà di chi non ha bisogno di urlare per convincere.

La sobrietà di chi non trasforma ogni conferenza in un monologo.

La sobrietà di chi sa che il potere non consiste nell'occupare continuamente lo schermo, ma nel dare continuamente risposte.

I grandi presidenti si ricordano per le opere che lasciano.

Quelli minori per i video che pubblicano.

Tra qualche anno nessuno ricorderà quante visualizzazioni abbia fatto un reel.

I calabresi, invece, ricorderanno se avranno trovato un ospedale funzionante quando ne hanno avuto bisogno. Se i loro figli saranno rimasti oppure saranno stati costretti a partire. Se i treni saranno arrivati. Se le strade saranno state completate. Se la loro terra avrà finalmente smesso di chiedere eccezioni e avrà iniziato a pretendere normalità.

È lì che si misura un presidente.

Non davanti all'obiettivo di uno smartphone.

Ma davanti al giudizio, molto più severo, della storia.

Perché la storia non mette "mi piace".

La storia mette voti.