La riforma degli Istituti Tecnici che il Ministero dell’Istruzione e del Merito guidato da Giuseppe Valditara intende far partire dall’anno scolastico 2026/2027 viene presentata come una modernizzazione necessaria per avvicinare la scuola al mondo del lavoro. In realtà il segnale che arriva dal decreto attuativo discusso nelle ultime settimane è molto più semplice e molto più inquietante: meno cultura generale, più addestramento professionale. L’idea di fondo è che la scuola debba smettere di formare cittadini e debba produrre competenze immediatamente spendibili sul mercato.

I titoli della riforma sono quelli ormai consueti: maggiore flessibilità, collegamento con le imprese, personalizzazione dei percorsi, innovazione tecnologica. Ma dietro questa retorica vaga e manipolatoria si nasconde una trasformazione precisa. Gli istituti tecnici vengono sempre più modellati sulle esigenze del tessuto produttivo locale, con una quota crescente del percorso affidata all’area di indirizzo e con la possibilità di rimodulare fino al 30% delle attività del triennio finale. In altre parole: meno scuola, più impresa.

Il segnale più chiaro di questa deriva è il destino dell’italiano. Il quadro orario resta formalmente di 32 ore settimanali, ma cambia la distribuzione interna. L’area di istruzione generale – quella che comprende italiano, storia e matematica di base – viene ridotta per lasciare spazio alle discipline tecniche e ai laboratori. In alcune configurazioni del triennio le ore di italiano potrebbero scendere da quattro a tre. Può sembrare una variazione minima, ma il significato culturale è enorme. Tagliare l’italiano significa ridurre il tempo dedicato alla lettura, alla scrittura, alla comprensione dei testi, cioè a tutto ciò che costruisce il pensiero critico. Significa considerare la lingua non più come il fondamento della formazione e del ragionamento, ma come uno strumento funzionale alla comunicazione professionale. In sostanza, la letteratura e la riflessione sulla lingua diventano un lusso, qualcosa che non serve davvero a chi dovrà lavorare.

A rafforzare questa impostazione c’è l’intero impianto della riforma. Gli indirizzi restano gli stessi – amministrazione, turismo, meccanica, informatica, elettronica, agraria, costruzioni – ma vengono sempre più orientati verso competenze operative immediatamente spendibili. Si parla di intelligenza artificiale, robotica, sostenibilità industriale. Tutto legittimo, se non fosse che queste innovazioni vengono finanziate sottraendo spazio alle discipline che servono a capire il mondo, non soltanto a lavorarci dentro.

Il quadro diventa ancora più esplicito con la filiera tecnologico-professionale 4+2: quattro anni di scuola superiore seguiti da due anni negli ITS Academy. L’obiettivo dichiarato è accelerare l’ingresso nel mercato del lavoro. Tradotto: comprimere ulteriormente il tempo della formazione e indirizzare sempre prima gli studenti verso una specializzazione tecnica. A tredici o quattordici anni, quando si sceglie la scuola superiore, si dovrebbe già decidere se imboccare una corsia veloce verso una professione.

Non basta. Il decreto prevede anche la possibilità di affidare alcuni insegnamenti a esperti provenienti direttamente dalle aziende. La misura viene giustificata con la necessità di portare competenze aggiornate nelle scuole. Ma il messaggio implicito è un altro: l’impresa entra nella scuola non più come interlocutore esterno, ma come parte integrante del processo educativo.

Il risultato complessivo è sotto gli occhi di tutti. Gli istituti tecnici rischiano di diventare sempre meno scuole e sempre più centri di formazione aziendale anticipata. In questo quadro la riduzione delle ore di italiano non è un dettaglio organizzativo, ma il simbolo di una trasformazione più profonda, mossa dalla convinzione che la cultura generale è un peso inutile e che la funzione della scuola è fornire manodopera qualificata il più rapidamente possibile.

Il paradosso evidente, ma al quale tutti sembriamo assuefatti, è che, in un’epoca in cui la complessità del mondo richiederebbe più strumenti critici, più capacità di interpretazione e più padronanza della lingua, si decide di ridurre proprio le discipline che permettono di sviluppare quelle competenze. Si continua a ripetere che la scuola deve preparare al futuro, ma intanto si riduce lo spazio della formazione che rende le persone capaci di comprenderlo. In fondo la riforma degli istituti tecnici dice esattamente questo: la cultura è un costo, il lavoro è l’unica priorità. E l’italiano, come il pensiero libero, è diventato sacrificabile.