Ho scambiato la rabbia per una cartolina. Me lo hanno scritto Simone e Giulio, appena hanno letto il mio pezzo pubblicato da queste colonne, dal titolo “La vanga e la spranga, cronaca di due Italie che non parlano la stessa lingua”. Mi hanno svegliato dal torpore con un messaggio secco, di quelli che non ammettono sconti. Avevano ragione loro. Rileggere quell'articolo in cui dipingevo il Sud come il luogo della compostezza quasi folcloristica e il Nord come il teatro di una delinquenza metropolitana mi ha fatto capire quanto fossi cascato nella trappola più comoda, quella che fa comodo al palazzo. Fare la morale con il culo al caldo, dividere il Paese tra buoni agricoltori pazienti e giovani vandali nordici, significa solo servire un assist perfetto a chi governa.

La verità materiale, quella che puzza di gasolio bruciato e di asfalto bagnato, è un'altra. E non ammette sconti retorici.

Non esiste alcun “Sud buono” che manifesta con l'eleganza di un gentiluomo di campagna. I trattori schierati a spina di pesce sulla Statale 106, con i motori che rombano al minimo e le pale alzate come lame, non sono una dimostrazione di grazia estetica. Sono un pugno nello stomaco alla catena logistica dello Stato, un blocco economico spietato nato dalla disperazione di chi non ha più un margine di guadagno, di chi vede ipotecata la propria terra e il proprio futuro da una burocrazia europea cieca e da un mercato che stritola chi produce. Parlare di educazione o di folklore contadino significa sterilizzare quella rabbia, trasformarla in un quadretto pittoresco che il potere può permettersi di ignorare con un sorriso di compatimento. Quel blocco non è gentile. E’ feroce, perché sa che fermare i camion significa tagliare i viveri a un intero sistema. Ma è la risposta obbligata di un'economia che si regge ancora sui corpi, sulla terra, sui ferri del mestiere che coincidono con la sopravvivenza biologica di una famiglia.

E dall'altra parte dello stivale, dentro la nebbia sporca e la cappa di cemento di Milano, non c'è la semplice teppa o la delinquenza da stadio che scende in piazza per il gusto di sfasciare una vetrina. Liquidare i disordini milanesi come vandalismo gratuito significa rimuovere le cause profonde di un'implosione generazionale che sta marcendo sotto i nostri occhi. Quelli che caricano le camionette della polizia con i K-Way neri sono i figli di una generazione tradita. Hanno passato i vent'anni isolati in una stanza a fare lezione davanti a uno schermo durante la pandemia, si affacciano su un mercato del lavoro che li paga con la miseria dei tirocini infiniti, subiscono il ricatto di affitti impossibili in una metropoli che li sputa nelle periferie e, come se non bastasse, vedono all'orizzonte lo spettro lurido della guerra e della chiamata alle armi. La loro collera è sgrammaticata, distruttiva, spesso autolesionista, ma è un fatto politico deflagrante. È la dichiarazione d'esistenza di chi non ha più nulla da perdere e pretende di sbattere la testa contro il sistema per farsi notare da un Paese che ha deciso di seppellirli nel silenzio.

Ridurre tutto questo a una questione di bon ton geografico significava non aver capito niente. Per onestà intellettuale me ne assumo tutte le responsabilità. Il Sud e Milano non parlano lingue morali differenti. Rispondono alla stessa identica morsa, declinata secondo la forma che il capitalismo assume nei diversi territori. Nel Mezzogiorno la crisi si combatte con il blocco dei trattori perché il capitale è lì, nella terra e nel camion. Mentre nella metropoli finanziaria del Nord la disperazione esplode nella devastazione urbana perché la ricchezza, probabilmente, è concentrata nei caveau delle banche, nelle grandi griffe e nella speculazione immobiliare che recinta la vita dei ragazzi.

La stampa, e io per primo in quel pezzo di ieri, ha fatto il gioco delle tre carte. Ha preso due pezzi di Paese che soffrono in modo strutturale, li ha denudati della loro vera carne politica e li ha sbattuti in prima pagina come due caricature. La brava gente del Sud che chiede la carità con il cappello in mano e i delinquenti del Nord che spaccano la città per noia. È la narrazione che serve al governo per non cambiare una virgola. È il recinto dentro cui ci vogliono confinare per impedirci di vedere che la causa è la stessa, che la guerra, il carovita, la precarietà e il ricatto salariale colpiscono con la stessa violenza implacabile il ragazzo che dorme in tenda davanti al politecnico di Milano e il contadino che dorme sul trattore a Rende. Bisogna avere l'onestà di fare un passo indietro quando si sbaglia mira. Oggi l’ho detto sia a Simone che a Giulio. La collera ha una sua grammatica, anche quando fa paura, anche quando urla e spacca. Etichettare il dissenso per renderlo digeribile ai benpensanti è il modo migliore per ammazzarlo. Ora che la polvere si è posata e che la critica è arrivata dritta nello stomaco, resta solo da rimettersi in ascolto della strada. Di tutta la strada, da un capo all'altro del Paese, senza sconti per nessuno.