La proposta del Governo su studenti stranieri e abbigliamento religioso riapre il dibattito sull’integrazione. La scuola deve garantire regole e rispetto, senza trasformare le differenze in contrapposizioni: includere significa costruire convivenza e pari dignità
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La proposta annunciata dal Governo Meloni sulla presenza degli studenti stranieri nelle classi e sulle regole relative all’abbigliamento religioso apre una discussione che meriterebbe meno slogan e più responsabilità.
Perché la domanda non è soltanto quanti stranieri possano stare in una classe. La domanda è che idea di scuola e di società vogliamo costruire.
La Costituzione, all’articolo 3, parla di pari dignità sociale e di uguaglianza senza distinzione, tra l’altro, di lingua e religione. L’articolo 8 tutela la libertà delle confessioni religiose.
E anche l’Europa, attraverso la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, riconosce la libertà religiosa, il diritto all’istruzione e il principio di non discriminazione.
Questo non significa che tutto debba essere accettato senza regole. L’integrazione ha bisogno di lingua, rispetto delle leggi, responsabilità e strumenti concreti.
Ma integrare non significa uniformare.
Un bambino che arriva da un altro Paese non è un numero. Una religione diversa non è automaticamente un problema. Un’identità diversa non cancella quella degli altri.
La scuola dovrebbe essere il luogo in cui queste differenze imparano a convivere, non il luogo in cui vengono trasformate in una contrapposizione politica.
Perché quando la politica cerca la frase ad effetto, rischia di dimenticare una cosa essenziale, cioè che dietro ogni numero c'è una persona.
E allora forse il vero paradosso è proprio questo. Mentre parliamo di inclusione, rischiamo di insegnare ai nostri ragazzi che la diversità è qualcosa da dividere, contenere o temere.
L’inclusione non è un’utopia, è una responsabilità.
E la scuola dovrebbe insegnarci a stare insieme, non a scegliere da che parte stare.

