Una rilettura che smonta semplificazioni contemporanee. Dalla marginalità sociale alla legittimazione politica negli anni Ottanta: il ruolo decisivo del riformismo socialista
Tutti gli articoli di Opinioni
PHOTO
La cosiddetta “battaglia gender” – formula ormai abusata, agitata nel dibattito politico contemporaneo come vessillo identitario della sinistra italiana – non appartiene, in verità, alla genealogia culturale dell’attuale progressismo post-novecentesco. Essa affonda, piuttosto, le sue radici nel solco storico del socialismo europeo e italiano, nella lunga tradizione libertaria e laica che, ben prima delle odierne rivendicazioni, aveva già individuato nella liberazione dell’individuo da vincoli morali e giuridici oppressivi una delle condizioni necessarie per l’emancipazione umana.
In questa prospettiva, una figura emerge con particolare evidenza: Bettino Craxi. La sua stagione politica – spesso ricordata per la forza decisionale e per la volontà di modernizzare il paese – fu anche, sebbene con toni meno declamati rispetto al presente, una stagione di apertura culturale verso quelle libertà personali che la società italiana aveva a lungo preferito tacere o reprimere.
La questione dei diritti delle persone omosessuali nacque infatti in Italia come parte di una più ampia battaglia civile per la dignità dell’individuo, sostenuta da ambienti socialisti, radicali e libertari, in un’epoca in cui la società italiana rimaneva ancora profondamente segnata da una morale cattolica severa e da una diffusa reticenza pubblica. In tale orizzonte, l’atteggiamento di Craxi appare, a distanza di decenni, come uno dei primi segnali di un mutamento profondo. Non si trattava di un’adesione ideologica a un movimento nascente, piuttosto la riaffermazione di un principio antico della cultura socialista, quello secondo cui la libertà individuale non può essere subordinata alla sorveglianza morale dello Stato.
Per comprendere la vicenda dell’omosessualità nella storia italiana è necessario, sia pure per rapidi cenni, risalire a tempi assai più remoti. L’Italia preunitaria – come gran parte dell’Europa – ereditò dal diritto canonico medievale una concezione della sodomia quale peccato gravissimo, talvolta punito con la morte. Nondimeno, la realtà sociale si mostrava assai più sfumata di quanto non suggerissero le normative. Le cronache rinascimentali testimoniano una diffusa presenza di relazioni omosessuali negli ambienti urbani, specialmente nelle città d’arte. A Firenze, per esempio, nel Quattrocento operava l’ufficio dei cosiddetti “Ufficiali della Notte”, istituzione preposta alla repressione dei comportamenti sodomitici, segno eloquente di quanto il fenomeno fosse diffuso nella società dell’epoca.
Con l’Unità d’Italia e con l’introduzione del Codice Zanardelli del 1889 si verificò un fatto di notevole portata: l’omosessualità cessò di essere penalmente perseguita. Il legislatore liberale, pur non riconoscendo alcun diritto specifico alle persone omosessuali, ritenne opportuno non criminalizzare il comportamento privato tra adulti consenzienti. Si trattò di una scelta relativamente avanzata per il panorama europeo dell’epoca, benché la società italiana restasse permeata da un forte stigma morale. Questo a testimonianza del fatto che non è sufficiente una legge a smontare un pre-costruito morale di una civiltà.
Il ventennio fascista segnò, invece, una fase ambigua e contraddittoria. Il regime di Benito Mussolini non introdusse una specifica norma penale contro l’omosessualità, ma fece largo uso di strumenti amministrativi e di polizia (confino, sorveglianza speciale, schedature) per reprimere ciò che veniva considerato una deviazione incompatibile con l’ideologia virilista del fascismo. Celebre è il caso dei cosiddetti “confini di polizia” inflitti negli anni Trenta a gruppi di uomini accusati di omosessualità, in particolare nelle città meridionali.
Il secondo dopoguerra non produsse, almeno inizialmente, una vera liberazione. L’Italia repubblicana, dominata culturalmente dalla Democrazia Cristiana, rimase a lungo prigioniera di una morale pubblica rigidamente eterosessuale. L’omosessualità non era reato, ma era socialmente invisibile. La stampa la trattava con pudore o sarcasmo. La politica la ignorava quasi completamente.
Fu negli anni Sessanta e Settanta, nel clima di trasformazione sociale che attraversò l’Europa, che emersero i primi tentativi di organizzazione politica del movimento omosessuale italiano. Nel 1971 nacque il FUORI! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), legato inizialmente al Partito Radicale.
Ma fu nel quadro del socialismo italiano che, negli anni Ottanta, la questione cominciò a trovare un’attenzione meno ideologica e più politica. In questa prospettiva assume un rilievo particolare la figura di Bettino Craxi. Uomo di forte temperamento politico e di visione europea, Craxi rappresentò una stagione del socialismo italiano in cui il tema delle libertà civili veniva concepito come parte integrante della modernizzazione del paese.
Pur non essendo un militante della causa omosessuale (nel senso contemporaneo del termine), Craxi mostrò un atteggiamento significativamente più aperto rispetto alla prudenza che dominava il panorama politico dell’epoca. Nella cultura politica socialista – erede della tradizione laica ottocentesca – l’omosessualità veniva interpretata come questione di libertà individuale e non come problema morale da reprimere. Sotto la sua leadership, il Partito Socialista Italiano si dimostrò spesso sensibile alle istanze dei movimenti per i diritti civili, mantenendo un dialogo con quelle realtà che chiedevano maggiore riconoscimento sociale per le persone omosessuali.
L’apertura di Craxi si collocava in un più ampio contesto europeo. Negli stessi anni, diversi partiti socialisti del continente iniziavano a sostenere politiche di maggiore tolleranza e inclusione. La posizione del leader socialista italiano non fu mai declamata con enfasi ideologica, ma si tradusse piuttosto in una postura politica pragmatica: rifiuto della persecuzione morale, riconoscimento della dignità individuale, difesa della sfera privata contro l’ingerenza dello Stato.
Questa attitudine segnò una discontinuità rispetto alla tradizionale reticenza della politica italiana, soprattutto quella cattolica e democristiana. Accanto a Craxi, anche altri esponenti della cultura laica e socialista mostrarono negli anni un atteggiamento più aperto verso la questione omosessuale. Tra essi si possono ricordare personalità come Giuliano Amato, figura intellettuale raffinata del socialismo riformista.
Parallelamente, anche il mondo culturale iniziava lentamente a infrangere il silenzio. Scrittori, artisti e intellettuali – talvolta con discrezione, talvolta con provocatoria franchezza – contribuirono a rendere visibile una realtà fino ad allora marginale. La società italiana, lentamente, cominciava a mutare.
Tuttavia, vi è un elemento storico che merita di essere ricordato con particolare chiarezza, poiché smentisce una narrazione oggi assai diffusa. La sinistra italiana novecentesca, specie quella di matrice comunista, non fu affatto un ambiente di naturale accoglienza per gli omosessuali. Al contrario, la cultura politica del comunismo italiano, intrisa di moralismo proletario e di una certa concezione austera della militanza, guardò spesso con sospetto e diffidenza alle cosiddette “devianze borghesi”. Emblematico rimane il caso di Pier Paolo Pasolini, intellettuale tra i più grandi del Novecento italiano, che venne espulso dal Partito Comunista Italiano nel 1949 a seguito dello scandalo legato alla sua omosessualità.
In questo scenario assume un valore simbolico la scelta compiuta nel 1985 da Bettino Craxi, quando il governo da lui presieduto consentì che venisse concessa una sala pubblica per un convegno del movimento omosessuale. Per la prima volta una realtà fino ad allora relegata ai margini trovava un riconoscimento istituzionale implicito nella possibilità di riunirsi e discutere pubblicamente sotto l’egida dello Stato repubblicano.
Fu un gesto coerente con la visione craxiana della politica: uno Stato laico, moderno, non inquisitore della vita privata dei cittadini. In questa prospettiva, la sua azione rappresentò una delle prime aperture concrete nel panorama politico italiano verso il riconoscimento sociale dell’omosessualità.
Se oggi la battaglia per i diritti delle persone omosessuali viene spesso presentata come patrimonio esclusivo della sinistra contemporanea, la storia racconta qualcosa di più complesso e, per certi versi, di diverso. La tradizione di sinistra guardò a lungo con sospetto tali rivendicazioni. La vera apertura politica giunse, piuttosto, dall’area socialista riformista italiana, che trovò in Craxi uno dei suoi interpreti maggiormente determinati.
Ergo, la battaglia che oggi molti intestano alla sinistra, nella sua origine storica italiana, appare piuttosto come una battaglia profondamente socialista e, in larga misura, craxiana.

