L'8 gennaio un ordine esecutivo ha sospeso il sostegno americano a sessantasei organizzazioni internazionali. In ottant'anni nessuno aveva abbandonato tanti tavoli in un giorno solo, nemmeno l'Unione Sovietica
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Provate a leggere questi tre nomi ad alta voce.
Partnership for Atlantic Cooperation. International Institute for Democracy and Electoral Assistance. Global Counterterrorism Forum.
Suonano come quello che sono: titoli grigi di uffici grigi, il genere di dicitura che un cronista salta per arrivare al virgolettato. Dietro ciascuno di quei nomi, però, c'è una stanza. Una stanza con un tavolo, delle sedie, una cabina per gli interpreti, e intorno al tavolo gente di Paesi che si detestano, costretta a stare seduta nello stesso posto per qualche ora.
Non è poco. È esattamente ciò che l'Occidente ha costruito dopo essersi guardato allo specchio nel 1945: non la pace, che è una parola troppo grande, ma l'abitudine a sedersi.
Quei tre nomi sono tre di sessantasei.
L'8 gennaio 2026 un ordine esecutivo del presidente degli Stati Uniti ha sospeso il sostegno americano a sessantasei organizzazioni, agenzie e commissioni internazionali. In maggioranza enti legati alle Nazioni Unite che si occupano di clima, di lavoro, di popolazione. Nello stesso atto, il ritiro dalla Convenzione quadro dell'Onu sui cambiamenti climatici.
Non era il primo colpo. Washington aveva già staccato la spina all'Organizzazione mondiale della sanità, all'Unrwa, al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, all'Unesco. Aveva già smantellato l'Usaid, con la conseguenza, raccontata da poche righe d'agenzia, che centinaia di progetti si sono chiusi in mezzo mondo senza che nessuno sapesse i nomi di chi ci lavorava.
Le motivazioni ufficiali meritano di essere citate per intero, perché sono il documento più sincero di questi anni. Il Dipartimento di Stato ha spiegato che quelle istituzioni sono «ridondanti nella loro portata» e «mal gestite, inutili, dispendiose». E l'amministrazione ha classificato i settori del clima, del lavoro, della migrazione e dello sviluppo come orientati alla diversità e a iniziative "woke".
Fermatevi su questa riga.
La più grande potenza del pianeta non si è ritirata dall'architettura della cooperazione internazionale per un calcolo strategico, né per far quadrare un bilancio. Si è ritirata perché la trovava ideologicamente irritante.
In ottant'anni nessuno aveva abbandonato tanti tavoli in una giornata. Nemmeno l'Unione Sovietica, che pure qualche motivo in più per trovarli ostili lo aveva.
La risposta dell'Unione europea, per bocca del commissario al Clima Wopke Hoekstra, è stata che il ritiro è «deplorevole e infelice». Deplorevole e infelice: il lessico di chi scrive una condoglianza a un collega che non conosce bene.
Poi c'è il capitolo che riguarda i tribunali, ed è di tre settimane fa.
Gli Stati Uniti hanno colpito con sanzioni individuali i magistrati della Corte penale internazionale: la presidente Tomoko Akane, altri giudici, i due vice procuratori, il procuratore titolare del caso che riguarda Benjamin Netanyahu, sul quale pende dal 21 novembre 2024 un mandato d'arresto per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Nell'agosto del 2025 erano stati sanzionati altri quattro giudici. L'Aja ha parlato di affronto all'ordine internazionale.
Il 21 settembre il Wall Street Journal ha scritto che l'amministrazione prepara il passo successivo: non più sanzioni contro le persone, ma contro la Corte. Un divieto generalizzato di transazioni, che le impedirebbe di operare in dollari e la isolerebbe dal sistema finanziario globale. In una parola, paralizzarla. Il segretario di Stato Marco Rubio considera quel tribunale una minaccia alla sovranità americana.
Qui la precisione è tutto, e va detta: quel piano non è stato annunciato ufficialmente, e si basa su documenti visionati dal giornale americano e su funzionari che hanno parlato senza metterci il nome. Potrebbe non arrivare mai.
Ma il solo fatto che sia stato messo su carta dice quello che c'è da sapere. Per ottant'anni l'Occidente ha spiegato al mondo che nessuno è al di sopra della legge. Adesso sta spiegando che la legge è al di sopra del dollaro, e che il dollaro decide.
Chi legge fin qui potrebbe concludere che si parli di un presidente americano, e che basterà aspettare la prossima elezione. È la conclusione più comoda, e la più sbagliata. Perché questa non è la politica estera di un uomo. Ed esiste un documento che lo prova: pubblico, scaricabile, con cento firme in fondo.
Si chiama Carta di Madrid, l'ha varata il 26 ottobre 2020 la fondazione del partito spagnolo Vox, e nel tempo ha raccolto più di ottomila adesioni e oltre quattrocento parlamentari, con riunioni a Bogotá, a Lima, a Buenos Aires.
Nell'elenco originale dei cento, al numero 41, c'è «Giorgia Meloni, presidenta de Fratelli d'Italia».
E al numero 50 c'è un nome qualificato soltanto come «economista»: Javier Milei. Tre anni prima di diventare presidente dell'Argentina. Al numero 96 c'è Victoria Villarruel, oggi sua vicepresidente. Al numero 30, Eduardo Bolsonaro.
Questo è il dettaglio che cambia la natura della cosa, e che in Italia non è stato raccontato. La Carta di Madrid non è stata una fotografia di gente già potente: è stata una selezione. Quando quel foglio veniva firmato, Milei era un commentatore televisivo e Meloni guidava un partito al quattro per cento. Tre anni dopo, uno governava l'Argentina e l'altra l'Italia. Chi mette in piedi queste reti non raccoglie i vincitori: li individua prima.
Va però aggiunta una cosa. Fra quei cento nomi non c'è soltanto la destra radicale. Ci sono María Corina Machado, Antonio Ledezma, Zoé Valdés, cioè l'opposizione democratica venezuelana e il dissenso cubano, gente che ha pagato con l'esilio e con il carcere. La Carta di Madrid è il punto in cui la destra europea e americana ha incontrato l'antichavismo e l'anticastrismo, e in quello scambio ciascuno ha portato qualcosa: i dissidenti la legittimità morale, gli altri l'organizzazione.
Il secondo luogo è il Parlamento europeo, e lì questa famiglia politica ha un corpo contabile.
I Patrioti per l'Europa, fondati nel luglio del 2024 da Viktor Orbán con il ceco Andrej Babiš e l'austriaco Herbert Kickl e presieduti da Jordan Bardella, sono ottantasei seggi su settecentoventi: terzo gruppo dell'Aula, dopo popolari e socialisti. Dentro ci sono il Rassemblement National con trenta eletti, Fidesz con dieci, Vox, il Pvv di Wilders, il Vlaams Belang, Chega. E la Lega, con otto.
Fratelli d'Italia no. Fratelli d'Italia sta nei Conservatori e Riformisti europei, il gruppo di chi ha scelto di governare dentro il sistema europeo e non contro di esso.
Dentro la stessa maggioranza di governo italiana passa dunque la frattura europea, e questo spiega molti silenzi. Quando a settembre l'Afd ha preso il 43,8 per cento in Sassonia-Anhalt, un vicepremier si è complimentato con «l'amica Alice Weidel», l'altro ha parlato di pessima notizia, e la presidente del Consiglio ha taciuto lasciando parlare un capogruppo: rilasciare patenti di democrazia a chi ha vinto democraticamente, ha spiegato, è un pregiudizio.
Il terzo luogo è quello che spiega la durata, ed è l'unico che conta davvero.
Nel 2020, a Budapest, il partito di Orbán ha intestato a una fondazione culturale il dieci per cento della compagnia petrolifera nazionale ungherese e di una grande azienda farmaceutica: un miliardo e trecento milioni di dollari, più quattrocentosessantadue milioni in contanti e nove milioni in immobili. Non un finanziamento da rinegoziare ogni anno in legge di bilancio, ma un trasferimento di proprietà.
Oggi quella fondazione dichiara un patrimonio di un miliardo e cento milioni di euro e un bilancio operativo di novanta milioni l'anno. Ha trenta sedi in Europa, un'università comprata a Vienna nel 2023, una rappresentanza a Bruxelles guidata da un lobbista regolarmente registrato al Parlamento europeo che nel solo 2024 ha ricevuto oltre sei milioni, e fra i partner la Heritage Foundation americana e la polacca Ordo Iuris. A presiederne il consiglio consultivo c'è il direttore politico del primo ministro.
Un movimento che vive di donazioni muore quando finiscono le donazioni. Un movimento che vive delle cedole del petrolio di Stato continua a pagare ricercatori, borse di studio e convegni anche dall'opposizione, anche per vent'anni. Hanno intestato a un'idea il dieci per cento di un pozzo.
Fin qui abbiamo parlato di denaro e di sedi. Ma un'infrastruttura di questo genere non compra pubblicità: avvicina delle voci, e in un caso possiede direttamente il tubo in cui passano.
Il 10 gennaio 2025 l'uomo più ricco del mondo, che del social network X è il proprietario, ha ospitato in diretta sulla sua piattaforma la candidata dell'Alternativa per la Germania e ha dichiarato che solo l'Afd può salvare il Paese. Non era un endorsement come gli altri: era l'endorsement di chi possiede l'infrastruttura su cui l'endorsement viaggia.
Gli effetti sono stati misurati, e questa è la parte che dovrebbe interessare chi si occupa di regole. Secondo AlgorithmWatch e il Digital Forensic Research Lab, dopo quell'intervento le visualizzazioni dei post dei dirigenti dell'Afd si sono moltiplicate per otto. Alle elezioni tedesche del febbraio successivo i contenuti di ultradestra erano il doppio di quelli di sinistra su TikTok e su X: il settantotto per cento delle raccomandazioni favorevoli all'Afd su TikTok arrivava da account che l'utente non seguiva, il sessantaquattro per cento su X direttamente dai suggerimenti dell'algoritmo.
E l'Italia è già stata dentro questo meccanismo, con un passaggio che meriterebbe di stare nei manuali di diritto costituzionale.
Il 12 novembre 2024 la sezione immigrazione del Tribunale di Roma sospende la convalida del trattenimento di sette migranti portati in Albania e rimette la questione alla Corte di giustizia europea. Nel giro di poche ore il proprietario di X commenta: «These judges need to go». Questi giudici devono andarsene. Poi rilancia: «È inaccettabile. Gli italiani vivono in una democrazia o è un'autocrazia non eletta a prendere le decisioni?».
Il giorno dopo deve rispondere il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella scrive che l'Italia «è un grande Paese democratico» e che «sa prendersi cura di sé stessa», e aggiunge che chiunque, «a maggior ragione se, come annunciato, sta per assumere un importante incarico di governo in un Paese amico e alleato», deve rispettarne la sovranità e non può attribuirsi il compito di impartirle prescrizioni.
Fermatevi un secondo su questo. Il capo dello Stato di un Paese del G7 ha dovuto ricordare pubblicamente a un cittadino privato straniero che l'Italia è sovrana. Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati ha parlato di ingerenza. Palazzo Chigi ha fatto sapere di ascoltare «con grande rispetto» le parole del Quirinale, che è il modo elegante di non dire nulla.
Poi c'è la figura del legittimatore itinerante, e funziona in un altro modo. Non possiede niente: viaggia. Tucker Carlson ha trasmesso da Budapest, ha parlato al Cpac ungherese accanto a Orbán, è stato ospite delle conferenze annuali di quella fondazione da un miliardo. E qui il cerchio si chiude con il sapore della farsa, perché il Cpac in Ungheria era finanziato con denaro dei contribuenti ungheresi, come ha ammesso il nuovo governo dopo la caduta di Orbán. Il che significa che una quota del petrolio di Stato di un Paese dell'Unione europea è uscita da Budapest e vi è rientrata sotto forma di programmazione televisiva americana.
Infine c'è la versione industriale, quella in cui le voci non servono più perché bastano i numeri. In Romania, nel novembre del 2024, un uomo di cui nessuno sapeva nulla, Călin Georgescu, vince il primo turno delle presidenziali con il 22,9 per cento mentre i sondaggi lo davano a una cifra sola. I documenti declassificati dell'intelligence romena parlano di una campagna che aveva reclutato via Telegram venticinquemila account TikTok, molti creati anni prima e risvegliati nelle settimane del voto. TikTok ne ha poi rimossi oltre ventisettemila. La Corte costituzionale ha annullato l'elezione il 6 dicembre, due giorni prima del ballottaggio: in Europa non era mai accaduto.
E qui va scritto il dettaglio che rovina la morale semplice, perché è vero. La tesi dell'ingerenza russa è contestata da ricercatori seri, e una parte di quella spinta sarebbe passata attraverso una campagna TikTok del tutto legale, pagata da un partito di centrodestra romeno e poi dirottata su Georgescu cambiando hashtag e contenuti. Non è una buona notizia, è una notizia peggiore. Vuol dire che non serve il Cremlino, serve un mercato. Il dirottamento dell'attenzione di un popolo è un servizio, ha un listino, e lo può comprare chiunque.
Mettete in fila queste tre cose e capirete che non si tratta di propaganda nel senso del Novecento. Nessuno vi dice cosa pensare. Qualcuno decide cosa vi arriva, e qualcun altro ha scelto in anticipo la voce che ve lo dirà.
Quello era ciò che entra. C'è anche ciò che esce, e in Italia ha un nome e una data.
Il 14 dicembre 2024, nella stessa notte, tre telefoni italiani sono stati infettati con Graphite, lo spyware della Paragon Solutions, azienda nata in Israele e oggi di proprietà di un fondo americano.
Il primo era di Francesco Cancellato, direttore di Fanpage. Gli altri due di Luca Casarini e Giuseppe Caccia, di Mediterranea, quelli che vanno a prendere la gente in mare.
Il 5 marzo 2026 le procure di Roma e di Napoli hanno depositato la consulenza tecnica, e c'è una riga che vale l'intera vicenda: l'esecuzione di tre attacchi consecutivi nella stessa notte suggerisce che possano essere stati parte della medesima campagna di infezione.
Serve adesso una precisione da notaio, perché l'imprecisione è il regalo migliore che si possa fare a chi ha premuto il bottone. Il Copasir, nel giugno del 2025, ha accertato che l'Aisi aveva operazioni in corso, autorizzate, contro i due attivisti. Su Cancellato no: sui server di Paragon non risulta alcuna operazione italiana contro di lui, e chi ha infettato il suo telefono non è stato identificato.
Non è scrivibile, dunque, che il governo italiano abbia spiato il direttore di Fanpage. Non lo dice nessun atto. È scrivibile questo, che è peggio: in Italia il direttore di un giornale è stato bucato con uno spyware di Stato nella stessa notte di due attivisti sotto sorveglianza legittima, e lo Stato dichiara di non sapere chi sia stato. La prima metà della frase è grave. La seconda è intollerabile.
E una data va tenuta accanto alle altre, senza dedurne nulla di più di quello che dice. Nel giugno del 2024, sei mesi prima di quella notte, Fanpage aveva pubblicato l'inchiesta sotto copertura dentro Gioventù Nazionale, l'organizzazione giovanile di Fratelli d'Italia: braccia tese, "Sieg Heil", inni a «zio Benito».
Che non sia un'anomalia italiana lo dimostra il caso più nitido di tutti. Stelios Kouloglou, giornalista greco ed ex europarlamentare, sedeva nella commissione con cui il Parlamento europeo indagava sugli abusi degli spyware. Il Citizen Lab dell'Università di Toronto ha accertato che il suo telefono è stato infettato con Pegasus due volte: intorno all'ottobre del 2022, mentre si scriveva la prima bozza del rapporto, e intorno al marzo del 2023, mentre si discuteva quella definitiva.
L'uomo che indagava sugli spyware è stato spiato con uno spyware mentre scriveva il rapporto sugli spyware. Due volte, scegliendo con esattezza i momenti in cui quel rapporto si decideva.
L'industria è israeliana, i clienti sono europei. Il mercato della sorveglianza non divide il mondo fra democrazie e autocrazie: lo divide fra chi compra e chi viene comprato.
Dentro ogni singolo Paese, poi, lo stesso manuale e nello stesso ordine: la riforma della giustizia come primo atto, l'occupazione del servizio pubblico, le leggi contro le organizzazioni non governative, la criminalizzazione del dissenso. La versione italiana si chiama decreto sicurezza del 2025, che ha riportato nel codice penale il blocco stradale realizzato con il proprio corpo, reato abolito nel 1999 e resuscitato ventisei anni dopo, con pena da sei mesi a due anni se il fatto è commesso da più persone riunite. Il Consiglio superiore della magistratura ha parlato di punizione del dissenso.
A questo punto uno vorrebbe un numero. Il V-Dem, l'istituto svedese che da venticinque anni misura la qualità delle democrazie, ne dà tre. La democrazia nel mondo è tornata ai livelli del 1978. Quarantaquattro Paesi sono in autocratizzazione. Il settantaquattro per cento dell'umanità, circa sei miliardi di persone, vive in regimi classificati come autocrazie, e soltanto il sette per cento in democrazie liberali piene.
Il 1978 è l'anno di Aldo Moro e della legge che ha istituito il servizio sanitario nazionale: in media, tutto ciò che il mondo ha guadagnato in libertà da allora è stato restituito.
Fra i nuovi Paesi entrati in autocratizzazione nel 2025 il rapporto elenca cinque europei: Croazia, Slovacchia, Slovenia, Regno Unito e Italia, con un peggioramento della libertà di espressione accademica e culturale. Va però detto, perché è la verità e perché altrimenti ci smontano in due righe, che il V-Dem datta l'inizio dell'episodio italiano al 2021, prima di questo governo. Il declino è cominciato prima, questo governo non lo ha invertito, e su alcune voci lo ha accelerato.
Ora la parte che fa più male, e che non riguarda la destra.
Davanti a un'architettura così, con un miliardo di patrimonio, trenta sedi, le università, gli algoritmi, gli spyware e cento firme raccolte sei anni prima di vincere, la domanda vera non è come faccia a imporsi. È come faccia a imporsi così facilmente.
La risposta sta in alcuni numeri che la sinistra italiana preferisce non guardare. Nel 2009 il Partito democratico dichiarava ottocentosessantatremila iscritti. Nel 2021, trecentoventimila: oltre il sessanta per cento in meno in dodici anni.
Ma il dato peggiore non è la discesa. È che le cifre del 2008, del 2010, del 2011, del 2017 e del 2020 non sono pubblicamente disponibili: non esistono in una sezione del sito, stanno sparse in qualche comunicato stampa. E nel 2017 un vicesegretario del partito mise in dubbio pubblicamente il numero fondativo, perché nessuno lo aveva mai certificato.
Un partito che non sa quanti iscritti ha non ha un problema di consenso. Ha un problema di esistenza.
Dall'altra parte, mentre una fondazione ungherese comprava un'università a Vienna e una fondazione spagnola raccoglieva quattrocento parlamentari, qui si convocavano officine programmatiche, scuole di formazione, tavoli tematici e assemblee. Nessuna delle quali apre una stanza, assume un ricercatore o tiene un registro degli iscritti.
E c'è una cosa che a sinistra non si è voluta vedere nemmeno quando era in video. Di quell'inchiesta dentro Gioventù Nazionale si è discusso soltanto del contenuto, giustamente, perché il contenuto era indecente. Ma un fatto non è in discussione: quell'organizzazione esiste. Recluta nei licei, forma quadri, riempie le sale. Alcuni di quei ragazzi saranno consiglieri comunali fra cinque anni e parlamentari fra quindici. La domanda seria non è come denunciarli. È che cosa si è costruito, negli stessi anni, nelle stesse scuole, con la stessa pazienza.
E tuttavia, nell'ultimo anno, questa storia ha avuto due smentite. Vanno scritte, perché un articolo che dice soltanto "stanno vincendo" è consolatorio per chi lo firma e inutile per chi lo legge.
Il 25 novembre 2025, in Brasile, la condanna di Jair Bolsonaro per tentato colpo di Stato è diventata definitiva: oltre ventisette anni, in carcere, insieme ad alcuni suoi ex ministri. Un tribunale ha celebrato il processo fino in fondo e la pena si esegue.
Il 12 aprile 2026, in Ungheria, Viktor Orbán ha perso. Dopo sedici anni, dopo la riscrittura della Costituzione, dopo la cattura dei tribunali e dei giornali, dopo i collegi ridisegnati nel dicembre del 2024 in modo che l'opposizione dovesse vincere di tre o cinque punti per ottenere la maggioranza. Ha perso di quindici, con un'affluenza al settantanove per cento: nove punti in più della volta precedente.
Non li hanno fermati i vertici internazionali, le risoluzioni, i cordoni sanitari, gli appelli degli intellettuali, le prese di distanza nei talk show. Li hanno fermati una corte che ha fatto il processo e un popolo che è andato a votare in massa. Istituzioni e affluenza: le due cose più noiose del mondo, le sole due che hanno funzionato.
E adesso guardate chi ha battuto Orbán, perché è la parte che da noi nessuno ha voluto raccontare.
Non la sinistra. Péter Magyar è un ex di Fidesz, ex marito del ministro della Giustizia di Orbán, e il suo partito in Europa siede con i popolari. Un conservatore, venuto da dentro il sistema.
Ha vinto così: in diciotto mesi ha messo in piedi circa ventimila militanti organizzati in duecentootto circoli locali, che hanno chiamato «isole». Non un programma. Duecentootto stanze con le chiavi, in duecentootto paesi, con dentro qualcuno che risponde al telefono.
Torniamo alla lista, perché è lì che bisogna chiudere.
Sessantasei organizzazioni. Sessantasei stanze con un tavolo, delle sedie, una cabina per gli interpreti. Stanze costruite da gente che aveva visto come finisce quando si smette di parlarsi, e che le ha volute proprio perché erano noiose: perché un tavolo noioso è l'unico posto al mondo in cui un ministro è costretto ad ascoltare qualcuno che non ha nessun interesse ad ascoltare.
Quelle stanze non sono state bombardate. Nessuno le ha chiuse con la forza. Sono state semplicemente lasciate: si è deciso che non valevano la quota d'iscrizione, e che erano ridondanti, mal gestite, inutili, dispendiose.
A nessuno è sembrata una notizia abbastanza grande per la prima pagina, perché una stanza vuota non si fotografa. La demolizione di questi anni non ha immagini: ha moduli, delibere, allegati, note a piè di pagina e una lista di sessantasei nomi che nessuno ha letto fino in fondo.
Mentre a Washington si chiudevano sessantasei stanze, in Ungheria qualcuno ne apriva duecentotto.
Non è una morale consolante, è un conto da pagare. Perché quelle duecentotto le ha aperte un conservatore, in un paese povero, in diciotto mesi, con ventimila persone che hanno deciso di passarci i sabati pomeriggio.
E noi continuiamo a spiegare nei convegni perché l'avversario è pericoloso.
Il pericolo è reale. Ma un'analisi non ha le chiavi di nessuna stanza.

