L’eccessiva semplificazione, la ricerca del dolo e la corsa all’algoritmo rischiano di travolgere la verità. Si è parlato di truffa, ma un presidente non si firma i pagamenti da solo
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Il copione è noto: un’indagine, una cifra - 3.800 euro - e una valanga di titoli che trasformano il sospetto in condanna sociale. Il nome di Roberto Occhiuto finisce al centro di una narrazione che parla alla pancia prima che alla ragione. Ma in questa corsa alla gogna, quasi nessuno ha fatto ciò che dovrebbe fare un giornalista: andare a vedere come funziona davvero la filiera dei pagamenti in una Regione.
Un presidente non si firma i pagamenti da solo
Partiamo da un punto elementare, spesso omesso: un presidente di Regione non dispone materialmente i pagamenti. Non compila mandati, non liquida fatture, non firma bonifici.
La spesa pubblica segue una catena procedurale precisa e segmentata.
Contratto o atto presupposto, stipulato dalla struttura competente.
Impegno di spesa, determinazione dirigenziale che vincola le somme a bilancio.
Liquidazione, atto che attesta la regolarità della prestazione e autorizza il pagamento.
Mandato di pagamento, emesso dalla Ragioneria o dal servizio finanziario.
Esecuzione materiale.
Ogni fase è firmata digitalmente da soggetti diversi, appartenenti spesso a dipartimenti differenti. Parliamo di dirigenti, funzionari responsabili del procedimento, servizi finanziari. Non di un uomo solo al comando.
In molte amministrazioni regionali questi passaggi avvengono su piattaforme digitali gestionali: flussi documentali tracciati, protocolli informatici, workflow che si incrociano in ambienti virtuali dove spesso i dipartimenti non si parlano direttamente, ma interagiscono in modo asettico attraverso il sistema.
Il corto circuito che nessuno racconta
È qui che si colloca la questione reale. In un apparato con centinaia di dipendenti, competenze verticali e procedure standardizzate, può verificarsi un difetto di coordinamento.
Informazioni non condivise in tempo reale.
Interpretazioni diverse su presupposti contrattuali.
Automatismi che non intercettano una sovrapposizione.
Questo non equivale a dolo. Non è prova di un disegno fraudolento. È, semmai, il sintomo di un’organizzazione complessa dove la responsabilità è distribuita e segmentata.
Eppure il dibattito pubblico ha preferito una scorciatoia narrativa: personalizzare, semplificare, accusare. Come se un presidente potesse, con una firma solitaria, orchestrare ogni micro-voce di spesa.
Il dolo tanto cercato
Si è parlato di truffa, si è evocata la malafede. Ma dov’è il dolo.
Il dolo presuppone intenzionalità, volontà di procurarsi un vantaggio illecito attraverso artifici o raggiri. In una filiera in cui gli atti sono plurimi, firmati da dirigenti diversi, controllati dalla Ragioneria e tracciati digitalmente, l’ipotesi di un dolo personale appare quantomeno fragile sul piano logico, prima ancora che giuridico.
Cercare a tutti i costi l’elemento soggettivo rischia di trasformare un possibile problema procedurale in una colpa morale. È una deriva che non aiuta la verità.
Il mestiere che stiamo perdendo
Il punto, allora, non è difendere qualcuno per partito preso. È difendere il metodo.
Il giornalista ha il dovere di distinguere tra responsabilità politica, eventuale errore amministrativo e reato penale.
Confondere questi livelli genera rumore, non informazione. E il rumore fa visualizzazioni, like, traffico. L’analisi tecnica, invece, richiede tempo e competenza. Non sempre premia negli algoritmi, ma è ciò che rende credibile una redazione.
Una domanda alla categoria
Se davvero vogliamo fare il nostro mestiere, dobbiamo chiederci: abbiamo studiato la filiera dell’impegno e della liquidazione? Abbiamo spiegato ai lettori che i pagamenti pubblici sono atti collegiali e tracciati? Abbiamo verificato chi firma cosa?
Oppure ci siamo fermati alla cifra e al nome?
La verità giudiziaria farà il suo corso. Ma la verità giornalistica dovrebbe precedere il clamore, non inseguirlo.
Perché quando si smette di cercare i fatti e si inseguono solo le visualizzazioni, non si fa informazione: si fa spettacolo.

