Il gioco di parole sulla tassa cancellata per un anno dal governo Meloni mostra come è cambiata (purtroppo) la comunicazione politica: slogan, meme e social rischiano di sostituire il confronto sui problemi reali
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Ha il sapore stantio di un’osteria di provincia a tarda notte, di quelle con il pavimento appiccicoso di vino a buon mercato e le pareti ingiallite dal fumo spento. È la politica ridotta al rango di una battuta da bar degli amici, scagliata sul bancone per strappare il ghigno dell’avventore già sbronzo. Guarda quel manifesto. Sette righe di testo in tutto, due facce stampate con la fretta di chi deve occupare uno spazio prima che la gente si accorga del vuoto.
Sopra, il rosso d’ordinanza. Elly Schlein con la bocca spalancata, l’espressione tesa di chi sta arringando una piazza che forse non c’è più, sormontata dal vertice del pantheon ideologico: “Bella Ciao”. Sotto, il blu rassicurante. Giorgia Meloni al volante, un sorriso plastificato da reclame degli anni Ottanta, la mano tesa in un saluto che vorrebbe essere popolarissimo, quasi casalingo, incorniciata dall’invenzione del secolo: “Bollo Ciao”.
L’ingegno di chi l’ha concepita sta tutta qui. In un gioco di parole che non arriverebbe al secondo anno di un istituto per grafici pubblicitari. Si prende un canto di lotta, di sangue, di pietà e di memoria, una melodia che ha attraversato cinquant’anni di storia complessa e contraddittoria, e la si accoppia a una gabella sull’automobile. La tassa di circolazione. Il balzello del garage. Un’assonanza fonetica per elementari. Bella, Bollo. Ciao, Ciao. Si ride, si clicca, si condivide. Progetto finito, fattura emessa, campagna social chiusa con successo.
Ma se ci si ferma a guardare oltre il riflesso dello schermo, l’operazione svela una miseria intellettuale spaventosa. Direi pietosa. Non è solo questione di cattivo gusto o di dissacrazione di un simbolo. È la totale incapacità di costruire un pensiero che non sia una reazione condizionata. L’esecutore di questo capolavoro di marketing politico non ha pensato. Ha semplicemente applicato l’algoritmo della banalità. Ha preso due pulsanti primordiali del cervello dell’elettore e li ha schiacciati contemporaneamente per vedere l’effetto che fa.
Dall’altro lato c’è l’idea che la politica sia un’infinita assemblea permanente dove si cantano inni e si discute sui massimi sistemi mentre il mondo fuori va a rotoli. Da questo lato, la risposta furba, cialtrona, che dice al cittadino, lasciateli cantare le loro canzoni da intellettuali, noi vi togliamo la tassa sulla macchina. È un baratto grottesco. I valori contro cento euro in meno all’anno. La storia contro il serbatoio pieno.
A forza di stringere l’inquadratura sul dettaglio minimo, a forza di tagliare via tutto ciò che richiede più di due secondi di attenzione, il panorama si è ridotto a una pozzanghera. Chi ha ideato quella figurina pensa davvero che la vita delle persone si esaurisca in questa scelta da supermercato. Pensa che l’elettore sia un primate guidato solo dal riflesso pavloviano del risparmio spicciolo, incapace di cogliere la differenza tra la sostanza di una visione del mondo e la mancia di un’amministrazione locale.
C’è una profonda pigrizia mentale in questo modo di fare comunicazione. È il trionfo della scorciatoia. Non si argomenta, non si spiega come si intenda coprire il buco di bilancio lasciato dall’eventuale cancellazione di una tassa regionale. Non serve. Basta un gioco di parole infantile. La politica del mi piace, del pollice in alto, del meme da consumare tra un semaforo rosso e un video di gattini. Un’intelligenza virale che consuma tutto ciò che tocca, riducendo la complessità del reale a una barzelletta da caserma.
Resta da capire quanto a lungo possa reggere questo teatrino. Perché la vernice di quella macchina blu prima o poi si scrosta sotto il sole della realtà. E quando le persone finiscono di rinfacciarsi gli slogan per strada, quando il rumore dei social si spegne e rimangono le bollette vere, le strade bucate e gli ospedali con le liste d’attesa lunghe un anno, la rima tra la memoria e il bollo smette di far ridere. Ammesso che abbia mai fatto ridere. Resta solo il silenzio di un garage vuoto, con una card pubblicitaria appiccicata sul parabrezza che nessuno ha più voglia di leggere.
*Documentarista

