A luglio Cateno De Luca, sindaco di Taormina, deputato all’Assemblea regionale siciliana e leader di Sud chiama Nord, chiedeva al centrodestra di «staccare la spina» al presidente della Regione Siciliana Renato Schifani e di riportare l’Isola alle urne; nello stesso giorno annunciava che le trattative politiche sul futuro della Sicilia si sarebbero spostate a Roma e che il suo movimento avrebbe tentato il salto nazionale. Due mesi dopo, a Taormina, quello stesso Schifani si è seduto al confronto promosso da De Luca, insieme a Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, ha discusso di prevenzione degli incendi e ha considerato condivisibile la proposta di un fondo di rotazione che consenta ai Comuni di intervenire sui terreni privati incolti, recuperando successivamente le somme dai proprietari. Non è nata un’alleanza e nulla, oggi, autorizza a raccontarla. La fotografia politica è però diversa: l’uomo che ha costruito una parte consistente della propria fortuna sulla contrapposizione con il Palazzo prova adesso anche a convocarlo, a portarlo sul terreno delle proprie proposte e a ottenere risposte, mentre prepara una partita che non finisce più sulle sponde dello Stretto.

«Gli incendi che hanno messo a dura prova la Sicilia e che nelle scorse settimane hanno colpito duramente anche Taormina impongono una risposta che non può limitarsi alla gestione dell’emergenza. Servono prevenzione, programmazione e una visione strutturale della tutela del territorio». De Luca aveva presentato così il convegno del 18 settembre, partendo da ciò che era accaduto nella città che amministra per allargare immediatamente il ragionamento all’intera Isola. L’obiettivo dichiarato era arrivare a un nuovo modello nel quale i sindaci disponessero davvero degli strumenti necessari per intervenire e nel quale Protezione civile, Corpo Forestale, enti locali e strutture regionali smettessero di muoversi come compartimenti separati.

Il passaggio più concreto è arrivato proprio sui terreni lasciati incolti. De Luca ha chiesto strumenti e risorse che consentano ai Comuni di agire quando i proprietari non provvedono alla messa in sicurezza; Schifani ha risposto dando lo «sta bene» al fondo di rotazione da inserire in Finanziaria, con la possibilità per gli enti locali di anticipare le somme necessarie e rivalersi successivamente sui privati. Il presidente della Regione ha così accolto la proposta formulata dal sindaco di Taormina in apertura dei lavori. È un risultato amministrativo che pesa più della fotografia dei due avversari seduti nella stessa sala, perché trasforma il confronto in un impegno politico della Regione.

De Luca, del resto, ha insistito durante i lavori sulla necessità di cambiare prospettiva: «Serve un nuovo modello di gestione del territorio a salvaguardia dell’ecosistema siciliano». E ha posto direttamente il problema degli strumenti affidati agli amministratori locali: «Se ai sindaci affidiamo responsabilità precise sulla tutela del territorio, dobbiamo anche dare loro gli strumenti per esercitarle davvero». La questione riguarda soprattutto le aree private non messe in sicurezza e la possibilità per i Comuni di intervenire prima che l’abbandono diventi un fattore di rischio. «I Comuni hanno obblighi precisi, ma spesso non dispongono delle risorse umane, finanziarie e operative necessarie per farli rispettare», ha sottolineato ancora il sindaco di Taormina.

Per anni la cifra politica di De Luca è stata soprattutto lo scontro: l’uomo contro gli apparati, il sindaco contro la Regione, il tribuno capace di trasformare una vertenza amministrativa in mobilitazione e la mobilitazione in consenso. Quella postura non è scomparsa e difficilmente potrebbe farlo proprio adesso. Accanto al tribuno, tuttavia, si vede con maggiore frequenza l’interlocutore che formula una proposta, chiama gli altri a pronunciarsi e prova a ottenere un risultato. A Taormina è accaduto esattamente questo, con un elemento politico che non ha bisogno di essere enfatizzato: Schifani ha accettato il terreno del confronto e ha sostenuto che sulle questioni utili ai territori non debbano esserci «barriere ideologiche e politiche».

Anche la presenza di Galvagno completa una fotografia istituzionale tutt’altro che secondaria. Il presidente dell’Ars, esponente di Fratelli d’Italia e seconda carica della Regione, ha partecipato al confronto promosso da De Luca e ha auspicato che le proposte emerse dal convegno vengano valutate attentamente. Taormina ha così riunito, attorno al tavolo convocato dal sindaco, il vertice dell’esecutivo regionale e quello del Parlamento siciliano: un dato che non modifica gli equilibri politici dell’Isola, ma restituisce la misura dell’interlocuzione istituzionale costruita attorno all’iniziativa.

Per capire perché questa evoluzione interessi anche Roma bisogna tornare al 18 luglio. Al Teatro Politeama di Palermo De Luca non si limitò a contestare il governo regionale. Annunciò la «seconda fase» di Sud chiama Nord e mise sul tavolo un progetto che superava apertamente i confini siciliani: «Siamo consapevoli che per essere presi in considerazione dai salotti romani non è sufficiente l’1,5% che ci viene attribuito a livello nazionale». La conseguenza veniva indicata subito dopo: «È necessario allora passare alla seconda fase di ScN: costruire un movimento politico nazionale di ispirazione sturziana, meridionalista e autonomista». A fine ottobre, aggiunse, Roma avrebbe ospitato la conferenza nazionale con l’obiettivo di partecipare alle prossime politiche con liste in tutta Italia.

L’ambizione è dunque dichiarata dallo stesso De Luca; la dimensione politica necessaria per sostenerla deve ancora essere costruita. Una forza può essere molto radicata in alcuni territori e rimanere marginale nel resto del Paese, perché il consenso concentrato consente di eleggere amministratori, condizionare competizioni locali e regionali, imporre temi e conquistare interlocuzione, ma non si trasforma automaticamente in una presenza nazionale. Servono organizzazione, candidati, una classe dirigente riconoscibile e una proposta che esca dalla dimensione prevalentemente territoriale. Lo sa innanzitutto De Luca, altrimenti non avrebbe indicato proprio quell’1,5 per cento come il limite da superare per entrare nei «salotti romani».

Nella stessa giornata di luglio aveva chiarito anche il metodo con cui intende arrivarci: «Non siamo qui per elemosinare il sostegno delle forze politiche», aveva detto, annunciando «la decisione di spostare a Roma le trattative per il dopo-Schifani nell’Isola». Poco dopo la linea veniva resa ancora più esplicita: «Da oggi si chiude la fase delle trattative con i partiti siciliani. Il confronto proseguirà esclusivamente con le segreterie nazionali». E Sud chiama Nord, aggiungeva, «non sarà il taxi o la stampella di nessuno». Parole che delimitano una strategia senza stabilire ancora un approdo: mantenere autonomia, evitare una collocazione preventiva e arrivare al confronto nazionale con un proprio peso politico.

Settembre ha aggiunto un altro elemento. De Luca ha annunciato di non voler più ricoprire incarichi di vertice in Sud chiama Nord, il movimento politico da lui fondato, ma nello stesso momento ha escluso qualsiasi abbandono del progetto nazionale: «Il mio partito nazionale rimane Sud chiama Nord». La scelta, nelle sue parole, serve ad avere «le mani libere» per costruire in Sicilia una strategia più ampia, una forma di «Autonomia 4.0» che dovrebbe muoversi oltre i confini del partito senza cancellarlo. La dimensione siciliana e quella nazionale, almeno nel disegno illustrato finora, procedono quindi su binari distinti ma comunicanti.

Sarebbe una forzatura utilizzare la giornata di Taormina per collocare De Luca nel centrodestra. Schifani, presidente della Regione dal 2022 ed esponente di Forza Italia, ha partecipato a un confronto istituzionale su un problema reale, ha riconosciuto la validità di una proposta e ha rivendicato la necessità di dialogare con le opposizioni quando portano temi che il governo considera utili. Da questo non discende alcun accordo politico. Ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare ciò che quella scena racconta del metodo scelto da De Luca: conservare la libertà di attaccare il governo e, contemporaneamente, dimostrare di poterci parlare e ottenere risultati quando esiste un terreno comune.

Roma renderà tutto più complicato. L’ispirazione sturziana, meridionalista e autonomista annunciata a Palermo definisce un perimetro volutamente largo, ma una forza che vuole presentare liste in tutta Italia dovrà inevitabilmente misurarsi con temi economici, sociali e internazionali sui quali l’esperienza amministrativa siciliana non può fornire da sola tutte le risposte. E dovrà soprattutto trasformare una leadership fortemente identificata con De Luca in un’organizzazione capace di esistere anche dove il suo nome, la sua storia e la sua rete territoriale hanno un peso diverso.

Taormina, allora, diventa interessante proprio perché mostra il punto dal quale De Luca vuole partire. Non soltanto gridare contro il Palazzo, ma portare il Palazzo a casa sua, metterlo davanti a una proposta e cercare una risposta. Poi Roma, dove il gioco sarà inevitabilmente più grande e dove quell’1,5 per cento evocato dallo stesso leader di Sud chiama Nord misura, almeno per ora, la distanza tra il radicamento siciliano e l’ambizione nazionale. Non sappiamo quale spazio avrà il movimento alle prossime politiche né quale rapporto costruirà con gli schieramenti, e anticiparlo significherebbe andare oltre i fatti. Sappiamo però cosa De Luca ha detto di voler fare: non «elemosinare il sostegno» dei partiti, portare le trattative nella capitale e presentare liste in tutta Italia. Il resto della partita comincia da lì.