La politica italiana costruisce leader fortissimi e poi li consuma. Il consenso si concentra sulla persona, ma si sgretola quando le promesse non diventano risultati
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C’è una costante nella storia politica italiana degli ultimi quarant’anni: questo Paese prima costruisce i suoi leader, li innalza, li trasforma nei simboli di una stagione politica. Poi, quando la promessa si consuma, li abbandona. A volte li divora.
Chi non ricorda Romano Prodi, Walter Veltroni, Gianfranco Fini, Francesco Rutelli? Leader per qualche stagione, amati e osannati, portati sull’altare.
Leader destinati a cambiare il Paese, un Paese stanco, che invecchia e che politicamente non riesce a esprimere una classe dirigente nuova, duratura, credibile e autorevole.
Un Paese che sforna leader e poi li sbrana.
Ma vediamo cosa è successo ad alcuni di quei leader che, per la drammaticità delle loro vicende, meritano senz’altro un posto di primo piano tra quelli sollevati in cielo e poi buttati per terra.
Partiamo da Bettino Craxi, l’uomo forte del socialismo italiano, protagonista degli anni Ottanta, capace di guidare il governo per quasi quattro anni. Un leader forte, un leader vero, il più importante leader della sinistra italiana arrivato al potere guardando con gli occhi a un tempo nuovo, a un tempo che stava già cambiando e che pochi avevano saputo comprendere. Lui sì, lo aveva capito benissimo.
Poi arrivarono Tangentopoli, il crollo del PSI, la fuga ad Hammamet e la fine di una stagione. Di quel partito, oggi, è rimasto soprattutto il ricordo.
E poi c’è Silvio Berlusconi, forse il caso più clamoroso. Un grande imprenditore che capì immediatamente che la Prima Repubblica stava finendo e scese in campo, conquistando in pochissimo tempo una parte enorme del consenso degli italiani. Nel 1994 fondò Forza Italia e trasformò il proprio nome in un partito. Fu presidente del Consiglio più volte e dominò per quasi vent’anni la scena politica italiana.
Brillante, instancabile, sempre ai limiti, sempre oltre. Sembrava davvero immortale. Poi arrivarono le inchieste, la magistratura alle calcagna, i suoi errori, i tradimenti. Con le condanne arrivarono la decadenza dal Senato, la condanna definitiva e l’affidamento ai servizi sociali.
Berlusconi è morto da protagonista della storia italiana, ma il suo partito oggi vale poco più del 7 per cento. Nessuno, in quel partito, è stato capace di raccoglierne l’eredità, forse perché raccogliere l’eredità di Berlusconi non era affatto possibile. Diciamo pure che è stato impossibile.
E poi c’è la storia incredibile di un giovane della politica italiana. Apprezzatissimo sindaco di Firenze. Esuberante, incontrollabile, dalla battuta sempre pronta, pieno di sé, ma del tutto incapace di costruire una squadra attorno a lui. C’era lui e solo lui: Matteo Renzi.
Nel 2014 portò il Partito Democratico oltre il 40 per cento alle elezioni europee. Si presentò agli italiani come il rottamatore, il modernizzatore, l’uomo capace di cambiare il Paese. L’Italia si innamorò di lui. Aveva finalmente trovato il leader giovane, coraggioso, capace di rivoltare il Paese come un calzino.
Ma non finì così.
Quel 40 per cento cominciò a diventare sempre più esile, fino al tracollo del partito alle politiche. Ma poi Renzi fece l’errore di tutti gli errori: nel 2016 trasformò il referendum costituzionale in una sfida personale.
Perse. Si dimise.
Oggi Italia Viva è una forza del tutto marginale, mentre lui rimane acutissimo, capace di fare vera opposizione e di avere un’idea di Paese. Ma gli italiani ormai non gli credono più.
Tre storie diverse. Una stessa lezione: più il consenso viene concentrato sulla persona, più fragile diventa il sistema quando quella persona entra in crisi.
E oggi la storia sembra riproporsi.
Giorgia Meloni non è affatto politicamente finita. Fratelli d’Italia resta il primo partito italiano, intorno al 26 per cento nei principali sondaggi. Ma la fase dell’ascesa sembra essersi fermata.
Governare significa ora confrontarsi con il costo della vita, i salari, la sanità, le pensioni, l’energia, la sicurezza. La promessa elettorale deve diventare risultato concreto. Ed è proprio questo il momento in cui il consenso può cominciare a logorarsi.
Soprattutto perché, sul piano internazionale, sembra averne sbagliate diverse, nonostante per quattro anni abbia girato il mondo come una trottola. Si è fidata troppo di Trump e non ha creduto fino in fondo nell’Europa. Ha tenuto fede all’impegno con l’Ucraina, ma si è fatta troppi nemici tra gli europei.
Ora che sono cominciati i fischi diretti a lei, comincia anche il momento in cui dovrà fare i conti con se stessa e con il Paese. Per decidere dove, finalmente, vuole andare.
Matteo Salvini vive una situazione ancora più difficile. La Lega, che nel 2019 superava il 34 per cento, oggi viaggia intorno al 5-6 per cento. E alla sua destra cresce Roberto Vannacci.
Il problema per Salvini non è soltanto perdere voti: è rischiare di perdere il monopolio della protesta dentro il centrodestra. Ma il rischio è anche di perdere la Lega, perché al suo interno sono sempre meno quelli disposti ad accettare un Salvini che comanda tutto e tutti.
E che ha commesso quello che potrebbe rivelarsi l’errore più grave della sua carriera: aver aperto la strada a Vannacci. Un errore che, dentro il centrodestra, potrebbe costargli molto caro.
Questa è la politica italiana: crea leader fortissimi e partiti debolissimi.
Craxi, Berlusconi, Renzi, Salvini, Meloni: storie politiche differenti, impossibili da sovrapporre, ma unite da un fenomeno che ormai caratterizza la Seconda Repubblica.
Gli italiani chiedono leader forti. Li premiano quando incarnano il cambiamento. Ma poi pretendono risultati immediati. E quando la distanza tra promessa e realtà diventa troppo grande, il consenso può evaporare con una velocità impressionante.
Il vero interrogativo, dunque, non è chi sarà il prossimo leader a cadere.
È se l’Italia riuscirà finalmente a costruire una politica che sopravviva ai suoi leader.
Perché la storia degli ultimi quarant’anni ci dice una cosa precisa: questo Paese non smette di cercare l’uomo forte. Ma appena lo trova, comincia già a preparare il suo tramonto.
Prima li celebra.
Poi li consuma.
Infine li divora.

