Per quasi cinquant’anni la Democrazia Cristiana è stata il baricentro della Repubblica: ha occupato il centro del sistema politico, tessendo alleanze capaci di tenere insieme culture diverse –cattolici, liberali, repubblicani, socialdemocratici e, successivamente, i socialisti – coinvolgendo in seguito anche i comunisti, progressivamente distanziatisi dal blocco sovietico.

Fu quel punto di equilibrio che consentì al Paese di crescere, modernizzarsi e affrontare le grandi sfide del dopoguerra. Oggi quel centro non esiste più. E non si potrebbe mai ricostruire allo stesso modo.

Ma è necessario prendere atto che l’Italia della seconda e forse terza Repubblica, è imprigionata in un bipolarismo fragile e litigioso, chiaramente sempre più artificiale. Due schieramenti si fronteggiano senza riuscire a costruire una visione condivisa del futuro. Le maggioranze sopravvivono tra tensioni continue, i governi rinviano continuamente le riforme e il confronto politico si riduce troppo spesso a propaganda e scontri ideologici. Nel frattempo cresce una formazione di estrema destra con riferimenti filorussi, in grado di creare scompiglio e smarrimento nello schieramento del centrodestra.

All’Italia manca una forza capace di tenere insieme crescita economica e giustizia sociale, libertà individuali e solidarietà, europeismo e interesse nazionale, difesa dell’ambiente e politiche per la pace.

Manca un grande centro riformista e liberal-democratico, capace di parlare ai milioni di italiani che non si riconoscono nei populismi e ancor di più negli estremismi.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati incontri, manifesti e appelli. Tutti pongono la stessa domanda: esiste ancora spazio per un nuovo centro? La risposta è sì: lo dimostra il disagio crescente di un elettorato vasto che non trova rappresentanza.

Da una parte il centrodestra mostra crepe sempre più evidenti; dall’altra il centrosinistra continua a inseguire un’unità che non si consolida. Entrambi appaiono incapaci di affrontare con decisione le grandi questioni del Paese: produttività e competitività, lavoro e welfare, sanità, giovani e demografia, scuola e giustizia, transizione energetica.

L’Italia avrebbe bisogno di governi forti. Invece continua a produrre compromessi deboli. Ma un nuovo centro non nasce con un convegno, un manifesto o la somma di piccoli partiti. Nasce solo quando una grande idea incontra una leadership credibile.

Ed è proprio questo il punto.

Oggi non manca soltanto il progetto. Manca soprattutto chi sia capace di guidarlo. Servirebbe una figura autorevole e riconosciuta, capace di parlare al Paese e non soltanto a una parte di esso. Un leader che restituisca fiducia alla politica e costruisca consenso sulle riforme, non sulle paure; ma la leadership dovrà emergere anche da convergenze programmatiche credibili, non dall’autoreferenzialità.

Il nuovo centro non può essere una terra di mezzo tra destra e sinistra. Sarebbe un errore fatale. Deve diventare il motore delle riforme, della crescita e della modernizzazione del Paese. Deve difendere con convinzione la collocazione europea e atlantica dell’Italia, promuovere un’economia di mercato competitiva ma regolata, investire in ricerca, scuola, impresa, natalità e coesione sociale.

L’Europa attraversa una fase decisiva. Le guerre, le tensioni internazionali e la competizione globale impongono scelte rapide. L’Italia non può affrontarle con una politica paralizzata dai veti incrociati.

Gli italiani non chiedono l’ennesimo simbolo elettorale. Chiedono una politica che torni a decidere, puntando al dialogo fra le parti ma guardando avanti con determinazione.

È ormai indispensabile un polo centrale e riformista, che avrebbe uno spazio enorme di crescita e sviluppo. Fino ad essere la guida della politica italiana.

La domanda non è più se un nuovo centro serva.

La vera domanda è se esista qualcuno capace di costruirlo prima che l’Italia perda altro tempo prezioso. Probabilmente si tornerà a votare la prossima primavera: i due poli oggi non sembrano in grado di garantire una legislatura forte e stabile, con un governo che governi davvero in un momento sempre più difficile e delicato per il mondo.

È giunto il momento di costruire un nuovo futuro.