A 24 anni, con una lunga militanza in Forza Italia, si distingue per la capacità di difendere le proprie convinzioni anche quando non coincidono con il consenso del suo schieramento, privilegiando i principi agli applausi
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Simone Leoni
Forza Italia ha davanti a sé una questione che non è soltanto elettorale, né può essere liquidata con la consueta contabilità dei sondaggi: deve decidere che cosa intenda diventare dopo Silvio Berlusconi. Può ridursi a custodia testamentaria di una stagione irripetibile, conservando nomi, rituali e nostalgie come reliquie di una liturgia politica ormai consumata; oppure può tornare a essere ciò che, nella sua intuizione originaria, fu: una forza liberale, europeista, riformista, garantista e profondamente occidentale, capace di abitare il centrodestra senza lasciarsi fagocitare dalla sua componente più identitaria.
Ed è precisamente in questa seconda possibilità che acquista rilievo la figura di Simone Leoni, segretario nazionale di Forza Italia giovani. Egli rappresenta una delle poche ipotesi attraverso cui quel futuro può essere costruito.
Simone Leoni, appartiene a una generazione che non ha conosciuto la politica attraverso le categorie novecentesche del conflitto ideologico, bensì dentro una società assai più complessa, nella quale libertà individuali, innovazione tecnologica, Europa, merito, lavoro, diritti civili e trasformazioni sociali sono ormai tessere della medesima architettura. A Montesilvano, durante l'ultima edizione di “Azzurra Libertà”, ha parlato di un movimento giovanile chiamato non soltanto a criticare, bensì soprattutto a proporre; ha indicato nell'intelligenza artificiale, nell'informazione, nel lavoro e nell'istruzione alcuni dei terreni sui quali una nuova classe dirigente dovrà misurarsi.
È una postura politica che merita attenzione proprio perché non indulge alla nostalgia.
Forza Italia, del resto, non può permettersi di dimenticare la propria natura. Silvio Berlusconi aveva intuito che il liberalismo italiano non avrebbe potuto coincidere con una destra confessionale, illiberale o intimamente sospettosa verso la modernità. Nel 2014, parlando dei diritti delle persone omosessuali, affermava che quella battaglia avrebbe dovuto essere un impegno di tutti in una democrazia moderna e che, da liberale, riteneva possibile raggiungere un traguardo di giustizia e civiltà.
Quella frase dovrebbe essere riletta oggi, quando una parte del centrodestra europeo sembra avere smarrito persino la grammatica elementare della libertà individuale.
Forza Italia può difendere la tradizione senza trasformarla in una barricata contro la modernità.
Ed è qui che la distanza da Roberto Vannacci diventa politicamente significativa.
Simone Leoni non ha aspettato che Vannacci abbandonasse la Lega e fondasse Futuro Nazionale per prenderne le distanze. Quando il generale era ancora un esponente della Lega, dunque di una forza alleata di governo, Leoni aveva già scelto di contestarne apertamente l'impostazione, arrivando a definire alcuni dei suoi atteggiamenti espressione di “codardia” e “discordia”. Nel giugno 2025 spiegò di aver voluto manifestare il proprio distacco dalle posizioni di un europarlamentare collocato, politicamente, in una famiglia europea diversa da quella popolare cui appartiene Forza Italia.
La cosa interessante non è soltanto la durezza del dissenso. È la sua collocazione temporale. Leoni criticava Vannacci quando sarebbe stato assai più semplice tacere. E non ha ricevuto la solidarietà neppure da parte di Tajani.
Oggi la frattura è diventata ancora più evidente. A Montesilvano, nei giorni scorsi, il segretario dei giovani azzurri ha escluso qualsiasi ipotesi di alleanza con Futuro Nazionale, ribattezzandolo polemicamente “Passato Nazionale” e tornando a definire Vannacci uno dei “generali della discordia”. Nello stesso intervento ha confermato il sostegno di Forza Italia all'introduzione del reato di femminicidio.
La contrapposizione non potrebbe essere più nitida.
Da una parte una destra che cerca consenso attraverso la radicalizzazione permanente, l'antagonismo culturale e la provocazione; dall'altra una destra liberale che tenta di costruire una sintesi fra sicurezza e libertà, identità e apertura, tradizione e progresso.
La questione del femminicidio è, sotto questo profilo, emblematica.
Nel giugno scorso Vannacci ha sostenuto che il femminicidio non esiste, definendolo un omicidio come gli altri e contestando la stessa configurazione del reato. Forza Italia, al contrario, ha scelto di rivendicare l'esistenza del fenomeno e la necessità di contrastarlo anche attraverso una trasformazione culturale. Antonio Tajani, proprio ad “Azzurra Libertà”, ha insistito sulla necessità di intervenire prima che la violenza esploda, distinguendo l'amore dal possesso e chiedendo una svolta culturale nei rapporti tra uomini e donne.
Leoni si colloca esattamente dentro questa impostazione. E non è un dettaglio. In una fase nella quale il dibattito politico rischia frequentemente di trasformarsi in una gara a chi urla più forte, riconoscere che la libertà di una donna non può essere subordinata alla volontà di un uomo significa riaffermare una concezione autenticamente liberale della persona.
Lo stesso discorso vale per il fine vita.
Qui occorre evitare semplificazioni propagandistiche. Nel giugno 2026 il Senato non ha approvato la legge sul fine vita: l'Aula ha votato la questione sospensiva e il provvedimento è tornato in Commissione, con 88 voti favorevoli e 59 contrari. Tuttavia Forza Italia ha mantenuto una posizione più aperta rispetto ad altri settori della maggioranza: Stefania Craxi aveva cercato una mediazione sul sostegno del Servizio sanitario nazionale alle procedure di fine vita, definendo necessario un quadro legislativo chiaro.
E la vicenda veneta di settembre è ancora più indicativa: davanti alla legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, Forza Italia ha lasciato libertà di coscienza ai propri consiglieri, con un voto favorevole e due astensioni.
Non è ancora la rivoluzione liberale che alcuni auspicano. È, tuttavia, un segnale politico.
E dentro la nuova generazione azzurra quel segnale trova una rappresentazione particolarmente eloquente.
Durante “Azzurra Libertà”, proprio nel confronto dedicato al fine vita, il tema è stato presentato attraverso la formula della “ricerca del compromesso liberale”. È una definizione che restituisce bene la prospettiva nella quale Leoni sembra voler collocare Forza Italia: una forza politica capace di affrontare persino le questioni eticamente più divisive senza ricorrere alla semplificazione, alla demonizzazione dell'avversario o all'imposizione di una morale di Stato.
È, in fondo, la grande differenza fra una destra liberale e una destra illiberale.
La prima crede nella responsabilità dell'individuo.
La seconda pretende spesso di stabilire quale individuo meriti di essere riconosciuto pienamente dalla società.
Leoni appartiene alla prima tradizione.
E proprio per questo la sua leadership giovanile non dovrebbe essere considerata un capitolo periferico della vita interna di Forza Italia. È, potenzialmente, uno dei laboratori nei quali si sta decidendo la sopravvivenza stessa del partito.
I numeri, del resto, impongono di non indulgere all'autocompiacimento. Nel settembre 2026 alcuni sondaggi hanno registrato Futuro Nazionale di Vannacci davanti a Forza Italia: 7,5 per cento contro 7,1. È un campanello d'allarme che sarebbe miope interpretare soltanto come un fenomeno passeggero.
Se Vannacci riesce a intercettare una parte dell'elettorato di destra attraverso la radicalizzazione, Forza Italia deve interrogarsi su quale spazio intenda occupare.
La risposta non può essere rincorrere Vannacci sul suo terreno. Sarebbe un suicidio politico. Forza Italia perderebbe la propria ragione d'essere nel momento stesso in cui tentasse di imitare chi, per vocazione e collocazione, le è estraneo.
La strada dovrebbe essere l'opposta: tornare a essere riconoscibile.
Cristiana, liberale, riformista, garantista, europeista, atlantista: questa è l'identità ribadita da Tajani nella chiusura di “Azzurra Libertà”. Ma un'identità non può sopravvivere come una sequenza di aggettivi. Ha bisogno di persone capaci di incarnarla.
E Simone Leoni, oggi, rappresenta una di queste possibilità.
Ha ventiquattro anni, una militanza iniziata giovanissimo, una formazione politica maturata dentro Forza Italia e una capacità di stare nel dibattito pubblico senza rinunciare alla propria identità. Ma soprattutto possiede una qualità diventata sorprendentemente rara: sembra avere compreso che la politica non consiste nel dire tutto ciò che produce applausi, bensì nell'assumersi il rischio di sostenere ciò che si ritiene giusto anche quando quel principio non coincide perfettamente con il consenso del proprio campo.
È questa, probabilmente, la differenza tra un militante e un dirigente.
E potrebbe essere anche la differenza tra un partito destinato lentamente a consumarsi e un partito capace di rinascere.
Forza Italia non ha bisogno di diventare un'altra Fratelli d'Italia, né un'altra Lega, né tantomeno la versione istituzionale di Futuro Nazionale. Ha bisogno di ricordarsi perché nacque: per occupare uno spazio liberale e moderato nel centrodestra, per parlare all'impresa e al lavoro, all'Europa e all'Occidente, alla libertà economica e alle libertà personali.
Ha bisogno, soprattutto, di una generazione che non abbia paura della parola “futuro”.
Leoni, non casualmente, la utilizza.
Alla festa nazionale dei giovani azzurri ha parlato di ragazzi “innamorati del futuro” e ha insistito sulla necessità che il movimento giovanile sappia elaborare proposte, non soltanto formulare critiche.
È forse da qui che Forza Italia dovrebbe ricominciare. Dovrebbe ricominciare dalla capacità di essere liberale (come, d'altro canto, ha disegnato illo tempore Silvio Berlusconi) quando il liberalismo costa, europeista quando l'euroscetticismo seduce, garantista quando la piazza pretende pene esemplari, aperta sui diritti civili quando una parte della destra li considera un fastidio, ferma contro ogni discriminazione e moderna di fronte alle trasformazioni tecnologiche.
In questa prospettiva, Simone Leoni non è soltanto il giovane segretario di Forza Italia Giovani.
È una possibile risposta alla domanda più difficile che il partito di Berlusconi dovrà porsi nei prossimi anni: come si può restare fedeli alla propria storia senza diventare prigionieri del proprio passato?
La risposta, forse, passa proprio da una generazione come quella di Leoni.
Se Forza Italia vuole continuare a essere il caposaldo liberale del centrodestra italiano, dovrà avere il coraggio di consegnare il partito a uomini e donne capaci di guardare oltre il Novecento, senza rinnegare ciò che di migliore il Novecento politico ha lasciato in eredità.
E allora il futuro di Forza Italia potrebbe avere davvero un nome: Simone Leoni.

