La metamorfosi è già compiuta: prima si costruisce la comunità digitale, poi si osserva quanti seguaci possano essere convertiti in elettori. Il partito diventa così una specie di naturale evoluzione dell’account social personale
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La politica italiana ha finalmente trovato la propria formula alchemica: basta con le ideologie, largo agli algoritmi; congedati i congressi, benvenuti alle dirette TikTok; archiviati i programmi elettorali, si proceda direttamente alla conta dei follower.
L’ultima notizia, in ordine rigorosamente cronologico e quasi involontariamente farsesco, arriva da Fabrizio Corona, che ha annunciato la nascita di un proprio movimento politico, «Per la Verità», presentandosi persino come una sorta di nuovo Berlusconi. La provocazione possiede già tutti gli ingredienti del contemporaneo: platea digitale sterminata, comunicazione senza mediazioni, personalizzazione assoluta e quella singolare pretesa di trasformare la notorietà in rappresentanza politica.
Il pensiero corre, inevitabilmente, a Roberto Vannacci. Il generale, dopo essere entrato nel Parlamento europeo con la Lega, ha consumato rapidamente il divorzio dal partito di Matteo Salvini e, nel febbraio scorso, ha fondato «Futuro Nazionale», costruendo una formazione politica autonoma. Una parabola che, al di là delle specifiche posizioni ideologiche, racconta perfettamente una trasformazione ormai evidente: il personaggio pubblico non attende più necessariamente che la politica gli apra le porte. Talvolta, decide semplicemente di costruirsene una.
Una volta, per fondare un partito, occorrevano una dottrina politica, una classe dirigente, una struttura territoriale, qualche economista disposto a leggere una legge di bilancio e, possibilmente, un’idea dell’Italia.
Oggi pare sufficiente possedere un pubblico.
La metamorfosi è già compiuta: il consenso non scaturisce necessariamente dalla rappresentanza; talvolta la precede. Prima si costruisce la comunità digitale, poi si osserva quanti seguaci possano essere convertiti in elettori e, infine, si apre il capitolo della politica.
Il partito diventa così una specie di naturale evoluzione dell’account social personale: dalla bio di Instagram al simbolo elettorale il passo, a quanto pare, è ormai brevissimo.
A questo punto, per completare l’opera del nuovo corso della politica, manca soltanto un elemento: Angela da Mondello.
E, naturalmente, Rita De Crescenzo.
Immaginiamo dunque il prossimo congresso nazionale. Corona presenta la relazione introduttiva sulla libertà d’espressione, Vannacci illustra la dottrina identitaria, Angela da Mondello interviene sul programma economico con una piattaforma interamente dedicata alla prosperità nazionale, mentre Rita De Crescenzo chiude i lavori con una convention digitale capace di radunare, nel giro di poche ore, più persone di una direzione nazionale di partito.
Il titolo della manifestazione potrebbe essere: «Prima i follower».
La tessera potrebbe essere sostituita dal segui.
Il simbolo, naturalmente, non avrebbe più bisogno di una falce, una quercia, una fiamma o un garofano: basterebbe un pollice rivolto verso l’alto.
La caricatura, tuttavia, funziona soltanto perché poggia sopra una trasformazione reale della società. Il punto serio della faccenda risiede precisamente qui.
Una parte crescente dell’elettorato ha smesso di percepire la politica come il luogo nel quale si elaborano visioni collettive e ha cominciato a viverla come un’estensione della propria identità mediatica. Il leader non deve più necessariamente possedere una cultura politica smisurata: deve risultare riconoscibile. Deve saper parlare al proprio pubblico con immediatezza, produrre reazioni, alimentare appartenenza, suscitare indignazione o entusiasmo.
L’algoritmo, in questa nuova antropologia del consenso, svolge una funzione quasi costituzionale.
Premia la semplificazione, amplifica la provocazione, seleziona ciò che suscita una reazione emotiva e trasforma l’attenzione in una forma rudimentale di potere. La politica, conseguentemente, rischia di assumere la grammatica dello spettacolo: il politico diventa personaggio, il comizio diventa contenuto, il dissenso diventa engagement e l’indignazione si trasforma in capitale elettorale.
Persino la parola «partito» sembra ormai appartenere a un’altra epoca.
Partito da partire, verrebbe da ricordare: prendere parte, schierarsi, condividere una visione, organizzare una comunità politica. Oggi potrebbe quasi derivare da partecipare: partecipare a una live, commentare, mettere un like, condividere un video, iscriversi a un canale.
La democrazia rappresentativa rischia così di diventare una democrazia rappresentata.
E qui l’ironia lascia progressivamente spazio a una domanda assai meno divertente: che cosa accade quando la capacità di ottenere attenzione viene confusa con la capacità di governare?
Perché attirare milioni di persone non significa necessariamente saperle rappresentare. La popolarità costituisce una forma di potere, certamente; non costituisce, però, una competenza amministrativa, una cultura istituzionale o una visione dello Stato.
Il problema, dunque, non è che Corona voglia fare politica. In una democrazia chiunque possieda i requisiti previsti dalla legge ha pieno diritto di provarci. Il problema è un altro: capire perché una società contemporanea sembri sempre più incline a considerare la celebrità una credenziale politica.
Ed è proprio qui che Vannacci, Corona, gli influencer, i tiktoker, i personaggi televisivi e le personalità nate nell’universo digitale finiscono per appartenere, pur nelle loro profondissime differenze, allo stesso gigantesco fenomeno culturale: la trasformazione della notorietà in autorità.
La politica, un tempo, cercava il consenso attraverso la costruzione di una reputazione pubblica. Oggi, talvolta, sembra sufficiente possedere una reputazione pubblica per reclamare il consenso. Il cortocircuito è formidabile. E allora prepariamoci. Dopo «Futuro Nazionale» e «Per la Verità», potrebbero arrivare «Prima il Quartiere», «Italia TikTok», «Cuore di Napoli», «Basta Così» e, perché no, «Mo’ Vediamo».
Angela da Mondello potrebbe occuparsi del Mezzogiorno. Rita De Crescenzo potrebbe guidare il dicastero dell’engagement. Corona potrebbe assumere la Presidenza del Consiglio dei follower. Vannacci, naturalmente, potrebbe essere incaricato della riforma costituzionale.
Il Parlamento, intanto, potrebbe trasferirsi direttamente su TikTok.
Almeno avremmo risolto il problema delle tribune elettorali.
Rimarrebbe soltanto una piccola questione: chi governa mentre tutti fanno visualizzazioni? La risposta, forse, è contenuta proprio nel nuovo corso della società. Una società che ha trasformato il pubblico in comunità, la comunità in seguito e il seguito in potenziale consenso politico potrebbe presto trasformare definitivamente il consenso politico in una metrica digitale.
A quel punto, la domanda fondamentale delle elezioni non sarebbe più «chi possiede il programma migliore?».
Sarebbe:
«Quanti follower hai?»
E il rischio più grande, per una democrazia già affaticata, è che la risposta finisca per contare più della domanda.

