Vitalizi, il leghista Invernizzi e quella sua maglietta fina: ecco come è andata davvero

Il segretario calabrese del Carroccio avrebbe preteso di entrare in Consiglio regionale senza giacca. Ma le cose non stanno proprio così

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di Enrico De Girolamo
4 giugno 2020
00:09
Cristina Invernizzi davanti alla sede del Consiglio regionale della Calabria
Cristina Invernizzi davanti alla sede del Consiglio regionale della Calabria

Quella sua maglietta fina… e gialla. Giallissima. Era il colore della polo che oggi indossava il segretario calabrese della Lega, Cristian Invernizzi, che dinnanzi alla sede del Consiglio regionale risaltava come un girasole in un campo di papaveri. Papaveri alti alti, a cominciare da Domenico Tallini, presidente dell’Assemblea, che dallo scranno più autorevole ha vissuto la sua Waterloo, costretto a rinnegare la “sua” legge, quella che avrebbe consentito anche ai consiglieri decaduti di accedere al vitalizio.

 

Legge che è restata in vigore appena una settimana: approvata col favore delle tenebre il 27 maggio scorso, in appena 120 secondi, e abrogata oggi con un mea culpa catartico che ha coinvolto tutti i consiglieri.
Ma nonostante anche Tallini, primo firmatario della norma, abbia dovuto riconoscere «i profili di inopportunità politica e di non aderenza alle intese nella Conferenza Stato-Regioni», se l’è presa soprattutto con quello che ha definito il «cartello degli sciacalli», del quale probabilmente, a suo parere, facciamo parte. La colpa? Aver sgamato per primi la magagna, averne denunciato l’assurdità, aver chiesto a gran voce che questa vergogna venisse cancellata.

 

Nella sua foga, Tallini ha finto di non vedere che «in questo triste e variopinto “cartello di sciacalli”», ci sono anche i cittadini che hanno votato lui e tutti gli altri, visto che non c’è stato uno che sia uno che si sia speso per difendere una norma che elevava la beffa dei privilegi, già ampiamente fruiti dai consiglieri regionali, a virtuosismo della presa per il culo del popolo bue.

 

Ebbene, in questo contesto già incandescente, il bergamasco Invernizzi ha scelto l’abbigliamento sbagliato, perché in una giornata così sarebbe stato meglio restare defilato, non visto ai margini di un Consiglio regionale nel quale la Lega conta ben quattro consiglieri, che insieme a tutti gli altri hanno prima votato la legge-scandalo e poi, sette giorni dopo, l’hanno cancellata all’unisono per girare una frittata che già bruciava sulla stampa nazionale da giorni.

 

Anche Invernizzi ha fatto mea culpa («Ci assumiamo la responsabilità in vigilando, non abbiamo controllato bene») e ha avvertito i suoi consiglieri: «Un errore lo tolleriamo, il secondo no». Un monito forte, che sarà interessante capire in che modo sarà fatto rispettare, visto che di errori questo Consiglio è destinato a commetterne sicuramente altri. “Che fai, mi cacci?”, avrà pensato qualcuno, magari proprio chi sta già accarezzando l’idea di passare nel gruppo misto. Si vedrà.

 

Ma quella maglietta giallissima ha distolto l’attenzione dalla ramanzina del segretario leghista, che invece è stato sbertucciato online perché avrebbe cercato di entrare in Consiglio senza giacca, trovando la ferma opposizione degli uscieri. In realtà, pare che le cose non siano andate proprio così. A fargli commettere il passo falso sembra sia stato il vicepresidente della Giunta, il leghista Nino Spirlì, che lo ha invitato a raggiungerlo a Palazzo Campanella. «Non ho la giacca», avrebbe risposto il bergamasco, che essendo un parlamentare della Repubblica una infarinatura di protocollo istituzionale ce l’ha. Ma Spirlì avrebbe insistito: «Vieni». Così, Invernizzi ha raggiunto la sede del Consiglio e ha atteso all’esterno che il vicepresidente lo raggiungesse, finendo però preda dei cellullari che scattavano foto alle sue spalle e costruivano l’intramontabile italica storia del “lei non sa chi sono io”.

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