Gli attacchi del leader di Azione a Occhiuto prima e Cannizzaro poi segnalano il nervosismo per una regione che non vuole più essere raccontata solo attraverso le proprie difficoltà ma esprime una classe dirigente che governa, vince e accresce il proprio peso istituzionale
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Forse Carlo Calenda ha intuito qualcosa prima di molti altri.
Forse ha compreso che ciò che sta accadendo in Calabria non rappresenta una semplice dinamica regionale, ma l’emersione di un fenomeno politico destinato a produrre conseguenze ben oltre i confini del Mezzogiorno.
Altrimenti sarebbe difficile spiegare la durezza con cui, nell’arco di pochi mesi, ha indirizzato i propri attacchi prima a Roberto Occhiuto e successivamente a Francesco Cannizzaro.
Non stiamo parlando di due semplici amministratori locali. Stiamo parlando di protagonisti di una stagione politica che, attraverso il consenso elettorale, il radicamento territoriale e una crescente capacità di incidere negli equilibri nazionali, sta assumendo una rilevanza che la politica romana non può più liquidare come una questione periferica.
Per comprendere la portata di questo fenomeno occorre liberarsi di un vecchio riflesso culturale.
Per decenni la Calabria è stata raccontata come una terra da osservare esclusivamente attraverso le proprie difficoltà: emergenze, ritardi, occasioni mancate.
Una regione spesso evocata come problema e raramente considerata come possibile laboratorio politico.
Oggi quel paradigma mostra crepe evidenti.
Dalla Calabria stanno emergendo vere leadership, risultati elettorali e modelli di consenso che meritano di essere osservati senza i pregiudizi con cui troppo spesso il Sud viene ancora raccontato.
Il caso più emblematico è quello di Roberto Occhiuto.
La sua riconferma alla guida della Regione non costituisce soltanto una vittoria elettorale. È la certificazione di una leadership consolidata. Governare per due mandati consecutivi, mantenendo e ampliando il consenso, significa trasformare il successo politico in una struttura di potere democraticamente legittimata e radicata nel territorio.
A rafforzare questa lettura vi è un dato che difficilmente può essere contestato: Occhiuto viene stabilmente collocato tra i presidenti di Regione più apprezzati d’Italia e le più recenti rilevazioni lo indicano ai vertici delle classifiche nazionali di gradimento.
Un risultato che assume un significato ancora maggiore se rapportato alla complessità della Calabria, storicamente considerata uno dei contesti amministrativi più difficili del Paese.
Attorno a questa esperienza si è progressivamente consolidato un sistema di rappresentanza istituzionale che merita attenzione.
Mario Occhiuto siede oggi al Senato dopo avere guidato per dieci anni la città di Cosenza. Matilde Siracusano, siciliana e compagna di Roberto, ricopre uno degli incarichi più delicati dell’architettura governativa nazionale.
Roberto Occhiuto governa la Regione ed è diventato uno dei principali punti di riferimento di Forza Italia sul piano nazionale: è vice segretario nazionale del partito azzurro.
Osservando questo quadro emerge una considerazione difficilmente smentibile: poche famiglie politiche possono vantare oggi una presenza simultanea così significativa nelle istituzioni regionali, parlamentari e governative della Repubblica.
Non è una questione dinastica, come qualcuno superficialmente potrebbe sostenere. È la fotografia di una capacità di costruire classe dirigente e consenso che merita di essere analizzata senza schemi ideologici.
A questo quadro si aggiunge la figura forte di Francesco Cannizzaro.
Ed è qui che una parte dell’analisi politica nazionale non sottovaluta più ciò che sta accadendo.
La sua vittoria a Reggio Calabria non rappresenta soltanto la conquista amministrativa della città più importante della Calabria.
Assume il valore di uno spartiacque politico.
Per oltre un decennio Reggio Calabria è stata considerata uno dei simboli del radicamento del centrosinistra nel Mezzogiorno.
Quel modello è stato letteralmente asfaltato da una vittoria netta, larga, difficilmente spiegabile con le sole dinamiche di una campagna elettorale.
Quando il consenso assume dimensioni così ampie, significa che si è consolidato qualcosa di più profondo: un rapporto strutturato tra classe dirigente e territorio.
In politica esistono dirigenti che amministrano il consenso ed esistono dirigenti che lo costruiscono.
Esistono figure che gestiscono equilibri consolidati ed esistono figure che quegli equilibri li modificano.
Cannizzaro ha dimostrato di appartenere a questa seconda categoria.
La sua crescita non è il prodotto di una stagione favorevole, ma il risultato di un lungo lavoro organizzativo, territoriale e politico che ha progressivamente ampliato il proprio perimetro di consenso fino a trasformarlo in una delle realtà elettorali più solide del Mezzogiorno.
È qui che il ragionamento diventa inevitabilmente nazionale.
Da anni il sistema politico italiano cerca una formula capace di rappresentare l’elettorato moderato, liberale, popolare ed europeista.
Molti hanno tentato di occupare quello spazio. Pochissimi sono riusciti a trasformarlo in consenso reale, organizzazione territoriale e capacità di governo.
Eppure proprio dalla Calabria sembra emergere una delle esperienze più interessanti sotto questo profilo: una classe dirigente che governa, vince, consolida il proprio radicamento e accresce progressivamente il proprio peso istituzionale.
In questo contesto assumono un significato diverso anche le polemiche di Carlo Calenda. Non tanto per il contenuto delle critiche, quanto per ciò che esse rivelano indirettamente. Perché quando una realtà politica territoriale comincia a essere osservata, contestata e discussa nei salotti nazionali significa che ha già superato i confini della dimensione locale.
La vera questione, allora, non riguarda più la Calabria. Riguarda l’Italia.
Riguarda la possibilità che una parte della futura classe dirigente moderata del Paese non nasca nei tradizionali centri del potere romano o milanese, ma in una regione che per decenni è stata considerata marginale e che oggi, invece, sembra intenzionata a rivendicare un ruolo da protagonista negli equilibri nazionali.
Per molti anni è stata la Calabria a guardare verso Roma in cerca di riconoscimento.
Oggi accade sempre più spesso il contrario.
Ed è forse proprio questo il cambiamento che una parte della politica italiana fatica ancora ad accettare: la Calabria non chiede più di essere ascoltata.
Ha iniziato a farsi sentire. Ed ora va ascoltata.




