Venticinque anni fa partiva il Genova Social Forum. Durò tre giorni. Tre giorni funestati dalla morte di Carlo Giuliani e da indicibili violenze di piazza che culminarono con le mattanze alla scuola Diaz e gli orrori alla caserma di Bolzaneto. In quei momenti, per molte associazioni mondiali, fu sospeso lo stato di diritto in Italia. Sfilarono centinaia di migliaia di persone contro i grandi della terra, ma la risposta delle autorità fu un giro di vite che blindò la città. 

Il contesto politico italiano vedeva Berlusconi presidente del Consiglio da poco più di un mese e Fini vicepresidente. Il G8 di Genova non fu un fulmine a ciel sereno, ma l'apice di un'ondata di contestazioni che attraversava il pianeta già da tempo. La vera scintilla del movimento si era accesa oltreoceano il 30 novembre 1999 a Seattle, durante il vertice dell'OMC; un evento talmente spartiacque da ribattezzare gli attivisti come il "Popolo di Seattle". Da quel momento, le tensioni non fecero che crescere, esplodendo in violenti scontri prima a Davos, nel gennaio 2001, poi a Napoli durante il Global Forum di marzo, e infine a Göteborg, nel giugno dello stesso anno, durante il Consiglio Europeo. 

A Genova affluirono manifestanti da tutto il mondo, dalla Calabria partirono a migliaia, così come da tutto il meridione d’Italia. Tra loro anche Francesco Cirillo, ambientalista e attivista di Diamante, scrittore e fumettista, che ha ripercorso con noi, metro dopo metro, quei cortei ricchi di significato. Portavano con sé messaggi carichi di uguaglianza sociale, tutela dell’ambiente, salvaguardia dei diritti civili ed erano intrisi di una forte critica economica e politica.

Cirillo, lei era a Genova nel luglio del 2001 dove si ritrovarono fianco a fianco anime molto diverse del mondo dell'attivismo. Se dovesse riassumere lo spirito di quei cortei, quali erano i valori fondamentali e la visione di futuro che vi univano prima che gli scontri prendessero il sopravvento?
«C’era un filo unico che accomunava tutti, dalle suore di un convento in corteo, ai black block: era quello della convinzione che a Genova i grandi del mondo avrebbero firmato un crimine contro l’umanità. Avrebbero messo in moto dei processi di disumanizzazione di cui oggi tutti ne paghiamo le conseguenze, dalla chiusura delle piccole fabbriche, alla commercializzazione di ogni cosa sia merce, alla trasformazione della società in qualcosa di diverso da ciò che era stata dal dopoguerra in poi. Da Cosenza partimmo in 400 verso Genova con lo slogan “la globalizzazione è sotto casa”, che voleva dire che i processi di trasformazione si sarebbero rivelati già dal proprio quartiere con la chiusura del negozietto di frutta, della piccola trattoria, del piccolo bottegaio e della piccola azienda».

Lo slogan principale di quei giorni era “Un altro mondo è possibile”. A distanza di 25 anni, guardando alle crisi globali di oggi (come il cambiamento climatico e le disuguaglianze economiche), quanto di quel messaggio ritiene sia rimasto attuale e, forse, profetico?
«Non era necessario essere profetici bastava guardarsi attorno e vedere cosa stava succedendo alle aziende tessili del castrovillarese chiuse, alla Foderauto a Belvedere Marittimo, alla Marlane a Praia a Mare. I processi di globalizzazione erano già in atto ed in movimento, le guerre in preparazione o in atto, la militarizzazione delle nazioni già in pectore, il welfare già in smantellamento ovunque. I migranti già bloccati in mare o in Libia con i trattati firmati con i signori della guerra. E c’erano grandi filosofi ed intellettuali come Chomsky che urlavano ai quattro venti come la società stesse cambiando in peggio e che quel G8 sarebbe stato l’inizio della fine».

I tragici eventi della scuola Diaz, della caserma di Bolzaneto e la gestione generale dell'ordine pubblico sono stati definiti da Amnesty International come «la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale». In che modo, secondo lei, quelle violenze hanno cambiato il rapporto tra i cittadini italiani - in particolare i giovani - e le istituzioni dello Stato?
«Chiunque abbia fatto parte dal sessantotto in poi dei movimenti, sa bene cosa succede quando le istituzioni tutte mettono in moto la repressione. In Italia vige ancora il codice Rocco redatto in epoca fascista e vigono ancora le leggi emergenziali promulgate dai vari ministri, da Scelba fino a Cossiga. L’unica risposta che si dà da parte dello Stato alle esigenze sociali, che sono sempre le stesse in Italia dalla casa alla sanità, alla scuola, ai tagli nel sociale, è il manganello nelle piazze. E poi il carcere. Quindi il rapporto tra cittadini e istituzioni non è mai cambiato».

Molti ritengono che Genova 2001 abbia segnato un punto di non ritorno per i movimenti di protesta in Italia. Pensa che lo Stato e la società civile abbiano elaborato correttamente quanto accaduto per garantire meglio il diritto costituzionale a manifestare, o vede ancora oggi gli strascichi di quella gestione della piazza?
«Lo Stato non ha fatto i conti con Genova, d’altra parte questo Stato non ha mai fatto i conti col fascismo e la società tende sempre a girare la faccia dall’altra parte. Genova, e ci sono poliziotti stessi che lo dicono, è stata una prova di Stato su come si può reprimere la piazza. Non dimentichiamo che Fini, allora vicepresidente del Consiglio nel governo Berlusconi, era nella cabina di regia della polizia e dava ordini su cosa fare. In quei giorni evidentemente non bisognava far manifestare pacificamente, bisognava creare paura fra i giovani perché il movimento anti-globalizzazione era dominante in tutta Italia e poteva diventare una valida alternativa ai partiti istituzionali sia di destra che di sinistra. La piazza oggi viene gestita dalle forze dell’ordine sempre nello stesso modo, vedi i movimenti pro-Pal o quelli no-Tav sempre impediti nelle loro manifestazioni a muoversi liberamente nelle città, creando zone rosse, zone delimitate, zone militarizzate. E se si esce fuori da questi percorsi prestabiliti, sono interventi decisi della polizia che vengono presentati dai mass media come scontri di piazza. Si era sparato anche in altre piazze fino a quando a Genova si è colpito il giovane Carlo Giuliani che stava difendendo uno spezzone di corteo aggredito dalla polizia con le camionette, così come faceva la polizia di Scelba. La scena del crimine venne subito inquinata, fino alla rappresentazione macabra per addossare ai manifestanti la colpa. Una follia che portò a non avere un processo su quanto avvenne in quella piazza».

Partecipare a un evento che è passato così rapidamente dalla speranza democratica alla tragedia umanitaria lascia un segno indelebile. Come ha influito quell'esperienza sulla sua vita personale, sulle sue scelte e sul suo modo di intendere l'impegno sociale negli anni successivi?
«Con altri 12 militanti del Sud Ribelle fummo non solo arrestati e tradotti in carceri in isolamento e messi assieme a mafiosi nelle stesse celle, ma iniziò un iter processuale che sconvolse le nostre esistenze. Solo a Cosenza il processo di primo grado durò diversi anni con 52 udienze, una mole enorme di materiale documentale. Lo Stato arrivò a costituirsi parte civile cosa che raramente fa nei processi per mafia, chiedendo un risarcimento di cinque milioni di euro a tutti gli indagati. Subimmo perquisizioni continue, invasioni in casa con l’installazione di microspie ovunque, finanche nelle auto con quelle satellitari che costavano alla società 500 euro al giorno. Subimmo l’obbligo di firma per un anno e mezzo. La nostra vita venne stravolta così come quella di familiari ed amici, molti dei quali si allontanarono per paura di essere coinvolti nelle varie operazioni. Poi, dopo dieci anni, con tre gradi di giudizio, arrivò l’assoluzione piena per tutti. Questo non ha cambiato assolutamente il nostro pensiero e continuiamo a fare quello che facevamo prima nel sociale e per l’ambiente».

La mamma di Carlo Giuliani ha detto che l'Italia ha dimenticato Genova 2001. Oggi un'intera generazione di giovani conosce il G8 di Genova solo attraverso i libri di storia, i documentari o i racconti dei più grandi. Qual è il messaggio più importante, ma anche il monito, che vorrebbe trasmettere a un ragazzo o a una ragazza che oggi decide di scendere in piazza per difendere i propri diritti?
«Di non aver paura e di essere convinti delle proprie idee. Lo stare fermi a guardare dalla finestra o filmare con i cellulari quello che succede agli altri, uccide le anime oltre che i pensieri. La cosa più grave è l’indifferenza di fronte alle ingiustizie che ancora esistono ovunque».

Cirillo, guardando indietro a quel luglio del 2001, con il senno di poi e la distanza del tempo, crede che la speranza nata a Genova sia stata spezzata definitivamente in quelle strade, o pensa che abbia trovato nuove forme per sopravvivere e continuare a scorrere nella società italiana?
«Ho sempre sostenuto che i movimenti sono come i terremoti e fino a quando esisteranno ingiustizie sociali, questi possono nascere e sconvolgere le città. Lo dimostrano i recenti movimenti pro-Pal inaspettati da tutti. Il ricordo di Carlo Giuliani è ancora vivo in tutti noi».