Un pollice scorre su un vetro freddo alle tre di notte. Il gesto è meccanico, quasi ipnotico, ripetuto milioni di volte nello stesso secondo da Torino a Palermo, da Washington a Singapore. Sul display passa di tutto. L'ennesima emergenza nazionale declinata in caratteri cubitali, il fotogramma sgranato di un'aggressione che diventa subito metafora del declino della civiltà, il politico di turno che rivendica il salvataggio della patria per aver approvato un emendamento di tre righe. Poco importa chi governi in questo preciso momento. Giorgia Meloni è al Palazzo Chigi, ieri c'era un banchiere centrale, prima ancora un avvocato foggiano ed era esattamente la stessa cosa. Grosso modo l'isteria ha lo stesso volume. Cambiano solo gli spartiti.

Siamo immersi in un’architettura dell’informazione che non è stata progettata per informare, ma per trattenere. È un'ossessione estrattiva. Gli algoritmi che governano le piattaforme non hanno un'ideologia politica, ma hanno un'unica metrica che è il tempo d'attenzione. E il tempo d'attenzione si compra con l'adrenalina, con la rabbia, con il disprezzo. Le notizie lente, quelle che richiedono contesto, numeri assoluti e confronti storici, affondano nei feed come sassi in uno stagno di fango. Galleggia solo ciò che urla. Un post distorto o sfacciatamente falso viaggia a una velocità che il fact-checking non potrà mai inseguire, arrivando sui telefoni della gente quando ormai il giudizio si è già ossificato.

Ridurre tutto questo a un problema di “questo governo” è una consolazione comoda, quasi infantile. Fa comodo all'opposizione per costruire la favola della democrazia sotto assedio; fa comodo a chi governa per accreditarsi come vittima di una cospirazione di élite e media ostili. Ma è una scorciatoia concettuale che nasconde la realtà. La macchina della propaganda social è una struttura industriale trasversale. Funziona a destra, dove si costruiscono narrazioni apocalittiche su invasioni imminenti e identità minacciate, ingigantendo il singolo fatto di cronaca fino a farlo diventare un collasso sistemico. E funziona a sinistra, dove la critica politica si trasforma istantaneamente in un processo morale, dove ogni legge discutibile diventa l'alba di un nuovo regime e ogni avversario un tiranno in potenza.

Non è una novità, ma l'amplificazione tecnologica ha cambiato la scala del fenomeno. Chi sta all'opposizione esagera per sopravvivere nell'arena mediatica. Lo ha fatto il Movimento 5 Stelle quando cannibalizzava la rabbia contro la casta, lo ha fatto la Lega dei tempi d'oro quando trasformava ogni sbarco in un atto di guerra, lo fa il Partito Democratico quando agita lo spauracchio del pericolo democratico a fasi alterne. Quando questi stessi attori conquistano il potere, la narrazione ribalta semplicemente la polarità: l'opposizione diventa “eversiva”, la critica diventa “disinformazione”, e i propri fallimenti vengono imputati a cospirazioni non meglio specificate.

I numeri raccontano storie diverse da quelle dei feed. Se si aprono i dati dell'Istat, dell'Eurostat o le relazioni del Ministero dell'Interno, il mondo reale si rivela paurosamente più complesso e tragicamente più noioso di quello raccontato su TikTok, su Facebook o su X. Le dinamiche migratorie, il debito pubblico, l'andamento della criminalità o la competitività industriale non rispondono alle logiche degli hashtag. Richiedono analisi, lentezza, accettazione della complessità. Ma la complessità non genera condivisioni. La complessità non fa fare clic.

Si è creato così un cortocircuito perverso tra la politica e la bolla informativa. Un titolo sensazionalistico di un quotidiano alimenta i post di un politico, i quali scatenano l'indignazione di migliaia di profili, che a loro volta spingono i talk show serali a inseguire l'argomento del giorno. Un circolo vizioso che nutre se stesso. Nel mezzo resta il cittadino, bombardato da dosi quotidiane di panico morale e trionfalismo di stato, incapace di distinguere un problema reale da una tempesta in un bicchiere d'acqua digitalizzato. Il risultato non è solo la polarizzazione ideologica, ma una profonda, corrosiva sfiducia nelle istituzioni e nel linguaggio stesso. Quando tutto è “storico”, quando ogni dichiarazione è una “vergogna inaccettabile” o un “trionfo epocale”, le parole perdono di peso. Diventano rumore di fondo.

E qui sta il vero rischio. A forza di gridare al lupo, il giorno in cui il lupo si presenterà davvero alla porta, avremo consumato tutto il nostro repertorio di allarmi. Avremo il cervello anestetizzato da anni di emergenze fabbricate a tavolino per ragioni di engagement. Chi cerca di capire la realtà oggi deve fare un lavoro solitario e faticoso: remare controcorrente rispetto all'algoritmo. Significa spegnere le notifiche, andare a cercare i documenti ufficiali, diffidare istintivamente di chiunque usi aggettivi apocalittici o toni salvifici, da qualsiasi parte politica provengano.

Il pollice continua a scorrere. Il vetro del telefono resta freddo. La propaganda cambierà slogan, cambierà facce, cambierà padroni al prossimo giro elettorale, ma la macchina rimarrà esattamente lì dov'è, affamata di rabbia e di clic. La vera domanda non è chi la stia usando meglio oggi, ma quanto a lungo ancora sceglieremo di lasciarci nutrire dal suo rumore.

*Documentarista