A Cinque Minuti su Rai 1 il ministro rivendica la portata storica di ColtivaItalia, il provvedimento da oltre 1,18 miliardi approvato dal Parlamento. Dietro le cifre un disegno politico più ambizioso: restituire centralità economica alle campagne, ridurre la dipendenza dalle importazioni e contrastare lo spopolamento delle aree interne
Tutti gli articoli di Politica
PHOTO
Un miliardo e oltre cento milioni per provare a restituire all’agricoltura italiana quello che decenni di trasformazioni economiche, abbandono dei territori e progressiva marginalizzazione delle campagne hanno finito per sottrarle: la possibilità di rappresentare ancora una prospettiva di sviluppo nazionale. Francesco Lollobrigida arriva nello studio di Bruno Vespa con i numeri di ColtivaItalia e una rivendicazione che non concede molto alla prudenza: «Come cifra assoluta non c’è nessun paragone nella storia». Dietro lo stanziamento approvato dal Parlamento si intravede però un’ambizione politica assai più impegnativa, quella di riportare la produzione agricola al centro delle scelte economiche del Paese, ridurre la dipendenza dalle importazioni e tentare di invertire il declino delle aree interne, soprattutto nel Mezzogiorno, dove la scomparsa delle imprese coincide sempre più spesso con la progressiva dissoluzione delle comunità.
Nell’intervista concessa a Cinque Minuti, su Rai 1, il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste non si limita a illustrare un provvedimento legislativo, ma rivendica una scelta di governo e, attraverso quella scelta, propone una diversa gerarchia delle priorità economiche nazionali, nella quale la terra torna a essere considerata una risorsa strategica anziché il residuo di un sistema produttivo destinato inevitabilmente a cedere il passo all’industria e ai servizi. «È un intervento di un miliardo centocinquanta milioni destinato a rafforzare il nostro sistema, a valorizzare le nostre filiere di eccellenza, a contrastare alcune criticità del sistema agricolo per renderlo sempre più forte», spiega Lollobrigida, utilizzando la cifra arrotondata di un piano il cui valore complessivo supera 1,18 miliardi di euro, prima di aggiungere un’altra rivendicazione destinata a pesare nel confronto con le opposizioni: «Oggi il nostro governo è quello che ha investito di più nella storia repubblicana sull’agricoltura: oltre 17 miliardi, una cosa che non era mai accaduta».
È una dichiarazione che appartiene al bilancio politico dell’esecutivo e che, per essere trasformata in un confronto storico definitivo, richiederebbe di esaminare la composizione delle risorse, la loro distribuzione temporale e il rapporto tra fondi nazionali ed europei, ma sarebbe riduttivo confinare l’intervista alla disputa sui primati finanziari, perché il significato dell’operazione risiede soprattutto nel tentativo di attribuire all’agricoltura un ruolo che travalica la produzione alimentare, investendo la sicurezza degli approvvigionamenti, la tutela ambientale, la competitività internazionale e persino gli equilibri demografici di una parte consistente del territorio italiano.
La terra, nella visione esposta da Lollobrigida, diventa una componente della sicurezza economica nazionale, mentre la sovranità alimentare, espressione che accompagna fin dall’insediamento l’azione del ministro, assume un contenuto più concreto quando viene collegata alla necessità di produrre in Italia una quota maggiore di ciò che il Paese consuma, difendendo al tempo stesso le filiere nelle quali il Made in Italy ha costruito una posizione di eccellenza sui mercati mondiali.
Il Sud, gli allevamenti e quella parte d’Italia che rischia di scomparire
La scelta più significativa, almeno sul terreno politico, riguarda la concentrazione degli investimenti nel Mezzogiorno, con Lollobrigida che parla di una ripartizione dell’80% al Sud e del 20% al Nord, riferita alle risorse oggetto del suo ragionamento, collegandola esplicitamente alla necessità di restituire opportunità produttive ai territori maggiormente colpiti dall’abbandono. «Permetterà di ripopolare le aree interne, le aree più difficili, quelle che si stanno spopolando, dando la possibilità di aprire nuove imprese», afferma il ministro, individuando nell’agricoltura uno degli strumenti attraverso i quali contrastare un fenomeno che ha ormai assunto dimensioni strutturali e che nel Mezzogiorno si manifesta con particolare evidenza, dove alla ricchezza del patrimonio agricolo e paesaggistico si contrappongono la progressiva riduzione della popolazione, la fragilità delle infrastrutture e l’insufficienza dei servizi.
Lo spopolamento non comincia quando chiude l’ultima scuola o quando un paese perde l’ufficio postale, ma molto prima, quando lavorare e produrre non garantisce più un reddito sufficiente per restare, una dinamica che attraversa l’Appennino e assume caratteri particolarmente evidenti nelle aree interne della Calabria, della Basilicata, della Campania e della Sicilia, dove l’abbandono dei terreni agricoli accompagna spesso quello delle abitazioni e finisce per compromettere la stessa capacità dei territori di mantenere una presenza umana stabile.
Lollobrigida indica negli allevamenti una possibile risposta, soprattutto nelle zone collinari e montane, meno adatte alle coltivazioni intensive ma storicamente legate alla presenza di attività zootecniche, destinando 300 milioni di euro al comparto bovino con l’obiettivo di rafforzare la produzione nazionale e ridurre la dipendenza dalle importazioni. «Noi oggi ne siamo costretti ad importarne oltre il 50%, siamo dipendenti da altre nazioni, in particolare la Francia», osserva il ministro, richiamando le vulnerabilità di un sistema esposto alle crisi sanitarie e alle difficoltà di approvvigionamento, mentre la necessità di aumentare la produzione interna si intreccia con quella di costruire una filiera economicamente sostenibile, capace di competere senza scaricare sui produttori primari il peso delle oscillazioni del mercato.
Quando Bruno Vespa gli domanda quanto l’Italia potrà diventare più autosufficiente grazie allo stanziamento, Lollobrigida evita di indicare una percentuale e risponde: «Questo è un dato che emergerà», una prudenza che restituisce la reale dimensione della sfida, perché le risorse possono favorire nuovi investimenti ma non garantiscono automaticamente un aumento della produzione né tantomeno la rinascita economica delle aree interne, dove un allevamento, per funzionare, ha bisogno di infrastrutture, accesso al credito, servizi veterinari, collegamenti commerciali e condizioni di redditività che rendano conveniente continuare a produrre anche quando gli incentivi saranno terminati.
La Calabria rappresenta un banco di prova particolarmente interessante, considerando che nelle sue montagne e nelle sue aree collinari la presenza agricola ha storicamente contribuito alla manutenzione del territorio, alla conservazione del paesaggio e alla tenuta sociale delle comunità, sicché recuperare una parte di queste attività potrebbe produrre benefici che vanno oltre il valore economico delle singole aziende, purché gli investimenti produttivi siano accompagnati da una politica territoriale capace di garantire servizi e infrastrutture adeguati, evitando di finanziare nuove iniziative senza modificare le condizioni che hanno determinato la scomparsa delle precedenti.
L’olio italiano, la difesa delle denominazioni e la battaglia sui mercati internazionali
Accanto alla zootecnia, l’olivicoltura occupa un posto centrale nel piano del governo, con uno stanziamento di 300 milioni di euro destinato a sostenere una filiera che rappresenta una componente essenziale dell’identità agroalimentare italiana e che, nonostante il prestigio internazionale delle sue produzioni, continua a confrontarsi con la pressione della concorrenza estera, la frammentazione delle aziende e la difficoltà di ottenere una remunerazione adeguata lungo la catena commerciale.
«L’olivicoltura è una filiera straordinariamente importante, sia per il nostro patrimonio alimentare, sia per il nostro export, ma anche per la valorizzazione e la protezione dei territori», sottolinea Lollobrigida, richiamando la ricchezza di un patrimonio varietale che supera le 530 cultivar e che costituisce uno degli elementi distintivi della produzione nazionale, prima di insistere sulla necessità di spiegare ai consumatori le differenze qualitative e territoriali tra gli oli, perché la competizione internazionale non può essere affrontata esclusivamente sul terreno del prezzo.
«Per valorizzarlo bisogna fare due cose: spiegarlo da una parte e dall’altra controllare quello che viene diffuso nella grande distribuzione organizzata», afferma il ministro, illustrando anche un nuovo sistema di campionatura e confronto analitico delle provenienze, pensato per rafforzare gli strumenti di verifica sull’autenticità dei prodotti e contrastare le irregolarità che possono danneggiare le imprese italiane.
Il problema, tuttavia, è più complesso della semplice contrapposizione tra olio nazionale e olio importato, perché l’Italia possiede produzioni di altissimo livello ma opera all’interno di un mercato internazionale nel quale qualità, quantità disponibili, costi e strategie commerciali incidono sulla formazione dei prezzi, rendendo necessario difendere l’origine e garantire trasparenza senza confondere automaticamente la provenienza geografica con una certificazione di superiorità qualitativa.
Per la Calabria, una delle regioni nelle quali l’olivicoltura conserva un ruolo economico e paesaggistico rilevante, il tema assume un significato particolare, considerando che la presenza di produzioni riconosciute e di aziende legate alla tradizione territoriale convive con difficoltà strutturali che riguardano la frammentazione fondiaria, l’ammodernamento degli impianti, i costi di produzione e la capacità di conquistare una posizione più remunerativa nella distribuzione, sicché il rafforzamento della filiera potrebbe contribuire a ridurre queste debolezze soltanto se gli interventi saranno accessibili anche alle imprese di dimensioni minori.
Lollobrigida allarga quindi il ragionamento alla difesa delle denominazioni di origine, raccontando di avere affrontato pressioni commerciali statunitensi già durante l’amministrazione Biden, quando un rappresentante del governo americano avrebbe prospettato misure tariffarie qualora l’Italia non avesse rinunciato alla tutela di alcune indicazioni geografiche, con particolare riferimento al Parmigiano Reggiano, e spiegando di essersi rivolto al commissario europeo Christophe Hansen per chiedere una posizione comunitaria più incisiva nella difesa delle produzioni certificate.
Difendere una denominazione significa proteggere non soltanto un nome commerciale, ma un sistema di imprese, competenze e territori che attraverso quel nome ha acquisito riconoscibilità e valore, soprattutto in una competizione globale nella quale prodotti realizzati altrove possono utilizzare richiami linguistici, simbolici o geografici capaci di evocare un’origine italiana che non possiedono, indebolendo la capacità delle produzioni autentiche di distinguersi e ottenere il riconoscimento economico che meritano.
I giovani, la terra e il tentativo di interrompere una frattura generazionale
Il capitolo forse più ambizioso del provvedimento riguarda il ricambio generazionale, perché interviene su una difficoltà che nessun finanziamento può risolvere completamente: convincere i giovani che l’agricoltura possa offrire una prospettiva professionale stabile, economicamente sostenibile e compatibile con le aspettative di vita contemporanee, soprattutto in quei territori nei quali la partenza verso le grandi città o l’estero è diventata una scelta quasi obbligata.
Lollobrigida rivendica un cambio di impostazione e parla della necessità di investire sul ricambio generazionale «non più a chiacchiere come fanno tutti, ma con 150 milioni», illustrando un sistema di agevolazioni che prevede una componente finanziaria a tasso agevolato del 65% e una quota a fondo perduto del 35%, mentre la misura più suggestiva riguarda la disponibilità di terreni agricoli da destinare alle nuove imprese.
«Noi assegniamo anche 8.416 ettari di terra che verranno messi a disposizione dei giovani, potranno utilizzarla per dieci anni gratuitamente e poi comprarla, se l’impresa ha funzionato, al 50% del valore iniziale», spiega il ministro, delineando un meccanismo che potrebbe contribuire a superare uno dei principali ostacoli all’ingresso nel settore agricolo, rappresentato dal costo di acquisizione dei terreni, ma che dovrà necessariamente confrontarsi con la disponibilità di capitale, competenze, attrezzature e canali commerciali adeguati.
La questione generazionale assume inoltre un significato che supera i confini dell’agricoltura, perché in molte aree del Mezzogiorno la partenza dei giovani non è più soltanto il risultato della ricerca di un’occupazione migliore, ma la conseguenza di un progressivo restringimento delle opportunità economiche e sociali, che riduce la capacità di innovazione, indebolisce la domanda di servizi e rende sempre più difficile mantenere in vita le attività esistenti.
Restituire accessibilità economica alla terra può contribuire a interrompere questo processo, ma soltanto se l’attività agricola torna a essere una scelta imprenditoriale e non una soluzione di ripiego per chi non trova alternative, perché un giovane che investe nel settore deve poterlo fare con la prospettiva di costruire un’impresa competitiva, capace di utilizzare tecnologie, valorizzare le produzioni e confrontarsi con i mercati, evitando di riproporre modelli produttivi destinati a sopravvivere soltanto finché esistono le agevolazioni pubbliche.
Il ministro affronta anche il tema delle pratiche commerciali sleali, richiamando la necessità di proteggere i produttori primari dagli squilibri contrattuali che caratterizzano alcune filiere: «All’interno della filiera noi dobbiamo proteggere i settori più deboli, in questo caso molto spesso sono i produttori primari», afferma, riconoscendo implicitamente che una parte delle difficoltà dell’agricoltura nasce dalla distribuzione del valore lungo la catena commerciale, un problema che ha contribuito ad alimentare le proteste degli ultimi anni e che si è aggravato con l’aumento dei costi energetici, dei fertilizzanti e dei carburanti.
Lollobrigida ricorda gli interventi sul gasolio agricolo, gli stanziamenti per i fertilizzanti e le iniziative concordate con alcune grandi imprese energetiche per contenere i prezzi del carburante destinato al settore, misure che possono attenuare le difficoltà immediate ma che non eliminano la necessità di affrontare le debolezze strutturali della produzione agricola italiana, dove la redditività rimane il vero discrimine tra un’agricoltura sostenuta dalle politiche pubbliche e un’agricoltura capace di generare autonomamente sviluppo.
La scommessa politica di Meloni e il giudizio che arriverà dai territori
L’approvazione parlamentare di ColtivaItalia consegna al governo Meloni un risultato politico che Lollobrigida ha scelto di rivendicare con particolare enfasi, anche alla luce del voto definitivo del Senato, con 76 favorevoli, nessun contrario e 64 astensioni, che ha consentito alla maggioranza di portare a conclusione l’iter del provvedimento senza incontrare una contrarietà espressa attraverso voti negativi, pur in assenza di un sostegno pienamente condiviso dalle opposizioni.
Il consenso parlamentare e l’efficacia delle politiche pubbliche appartengono però a due dimensioni differenti, perché il primo si misura nell’aula legislativa, mentre la seconda dipende dalla capacità delle amministrazioni di rendere operative le misure e delle imprese di trasformarle in attività produttive durature, attraverso procedure accessibili, tempi compatibili con le esigenze aziendali e strumenti di accompagnamento che evitino di lasciare le realtà più piccole sole davanti alla complessità dei finanziamenti.
La scelta di concentrare una parte rilevante degli interventi nel Mezzogiorno rende questa responsabilità ancora più evidente, considerando che proprio nelle regioni potenzialmente più interessate dalle nuove risorse si concentrano alcune delle difficoltà amministrative, infrastrutturali e produttive che rischiano di rallentarne l’utilizzazione, trasformando una disponibilità finanziaria sulla carta in un’opportunità mancata per i territori.
Lollobrigida conclude l’intervista rivendicando il significato politico dell’azione del governo: «Non basta mai, però il segnale che la priorità del nostro governo è la sovranità alimentare l’abbiamo dato», una dichiarazione che riassume l’impostazione dell’esecutivo ma apre anche un interrogativo destinato ad accompagnare l’attuazione del provvedimento, perché la sovranità alimentare può rafforzare la sicurezza economica nazionale soltanto se viene interpretata come capacità di produrre, innovare e competere, non come semplice aspirazione a ridurre ogni forma di interdipendenza commerciale.
L’Italia è una potenza agroalimentare proprio perché ha saputo conquistare mercati internazionali, valorizzare produzioni territoriali e trasformare la qualità in un elemento di riconoscibilità economica, sicché il rafforzamento della produzione interna deve procedere insieme alla difesa delle esportazioni e alla capacità di mantenere aperti i rapporti commerciali, distinguendo le dipendenze strategicamente rischiose dagli scambi che contribuiscono alla ricchezza nazionale.
Per il governo, ColtivaItalia rappresenta una possibilità di consolidare il rapporto con un mondo produttivo che negli ultimi anni ha manifestato insoddisfazione e sfiducia nei confronti delle istituzioni, ma anche l’occasione per dare sostanza a una delle parole più ricorrenti nel lessico politico della maggioranza, mentre per il Mezzogiorno la posta in gioco è ancora più concreta, perché riguarda la possibilità di recuperare terreni abbandonati, sostenere nuove attività imprenditoriali, mantenere vive le filiere tradizionali e offrire ai giovani una ragione economica per restare nei territori nei quali sono cresciuti.
Il successo di una politica agricola non si misura soltanto nella quantità delle risorse stanziate, ma nella capacità di modificare le condizioni che hanno reso necessario quello stanziamento, perché se tra qualche anno le aree interne continueranno a perdere abitanti, le aziende agricole continueranno a chiudere e i giovani continueranno a considerare la partenza come l’unica prospettiva possibile, anche un investimento di dimensioni storiche rischierà di lasciare un’impronta inferiore alle aspettative, mentre se le risorse contribuiranno a costruire imprese competitive, a recuperare superfici inutilizzate e a restituire continuità economica alle comunità rurali, il provvedimento potrà rappresentare qualcosa di più di un capitolo della politica agricola nazionale.
Lollobrigida ha portato davanti a Bruno Vespa i numeri e le ambizioni del governo, ma il confronto si sposta ora dalle dichiarazioni ministeriali alla realtà delle campagne italiane, dove la distanza tra una promessa e un cambiamento si misura nella vita quotidiana di chi produce, investe e lavora, perché nelle montagne calabresi, nei borghi dell’Appennino e nelle campagne del Mezzogiorno non sarà necessario ricordare quanti miliardi siano stati annunciati a Roma: basterà osservare quante aziende avranno riaperto, quante terre saranno tornate produttive e quanti giovani avranno trovato una ragione per non partire.



