La longevità di un esecutivo non può diventare il parametro con cui misurare la salute della democrazia: rappresentanza, pluralismo e consenso restano i pilastri della Costituzione
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Stefano Caofei
In molte dichiarazioni pubbliche si sente sbandierare come un trofeo che con oggi (4 settembre 2026) il Governo Meloni ha superato la soglia dei record, diventando il più longevo dei 68 governi della storia repubblicana succedutesi dal 1948. Nel dibattito costituzionale e politico attuale, la continuità temporale di un Esecutivo viene celebrata come il valore supremo, la panacea contro l’incertezza e il vizio originario della politica italiana. Ma un’analisi costituzionale scevra da intenti propagandistici impone una domanda fondamentale: da quando in qua la semplice durata di un governo costituisce un fattore positivo di per sé?
La risposta è semplice: la longevità non significa nulla se non si valuta la qualità dell’azione di governo e il rispetto del bilanciamento democratico.
Attorno al dogma della stabilità si è costruita una vera e propria narrazione riformatrice. Prima con il progetto di riforma costituzionale (il ‘premierato’) e ora con la riscrittura della legge elettorale, il fine dichiarato è sempre lo stesso: blindare chi vince le elezioni per garantire cinque anni di governo privi di scossoni.
Si tratta tuttavia di un’impostazione palesemente ingenua, se non apertamente ingannevole, poiché si fonda su un assunto del tutto indimostrato: l’idea che l’instabilità politica italiana derivi dalle regole istituzionali e che basti un meccanismo tecnico per produrre esecutivi coesi.
Dal punto di vista del diritto costituzionale, questa impostazione solleva enormi perplessità. Elevare la stabilità a bene supremo e valore assoluto rischia di infrangersi contro i principi fondamentali della nostra Carta. La stabilità dell’Esecutivo non costituisce infatti un valore primario, bensì l’effetto desiderabile di un sistema politico sano, laddove l’unico valore davvero fondativo della nostra democrazia risiede nel principio di rappresentanza espresso dagli articoli 1 e 67 della Costituzione.
Se per ottenere a tutti i costi la stabilità si comprime la rappresentatività del Parlamento – attraverso i super-premi di maggioranza, gli sbarramenti rigidi o il ridimensionamento del pluralismo –, si determina uno sbilanciamento del tutto irragionevole. Un Governo reso “stabile” per legge, ma privo di un reale e proporzionato consenso nel Paese, finisce per perdere la sua legittimazione democratica profonda.
Basta del resto guardare all’esperienza comparata per rendersi conto di quanto sia fuorviante l’equazione tra ingegneria elettorale e stabilità governativa. La Germania, dotata di una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento, ha conosciuto per decenni esecutivi solidi fondati su coalizioni negoziate e su una cultura politica orientata al compromesso, non su premi di maggioranza. Al contrario, sistemi che pure garantiscono per via normativa una maggioranza certa non sono affatto immuni da crisi profonde, quando viene meno la coesione politica reale tra le forze di governo (si pensi, su tutti, al Regno Unito). Ciò conferma che la variabile decisiva non è mai la cornice normativa, bensì la cultura politica e la qualità della classe dirigente chiamata a operare al suo interno.
La storia istituzionale insegna che la reale tenuta di un Esecutivo non nasce mai dalle formule matematiche dei sistemi elettorali o dai vincoli costituzionali, ma trova linfa esclusivamente nella compattezza intrinseca della coalizione, nell’omogeneità di vedute delle forze politiche che la compongono e nella linearità di un’azione di governo capace di mediare e guidare i processi senza continue forzature. Nessuna ingegneria istituzionale potrà mai impedire le crisi quando all’interno di una maggioranza vengono meno la fiducia e la visione comune.
Qui emerge il paradosso più stridente dell’attuale stagione politica: mentre i proponenti delle riforme stigmatizzano l’instabilità del passato addebitandola alla presunta debolezza delle regole istituzionali, la stessa esperienza del Governo Meloni dimostra esattamente il contrario. Questo Esecutivo è longevo con la Costituzione attuale e l’architettura elettorale vigente.
Sostenere che serva stravolgere il modello parlamentare o riscrivere le regole del gioco per ottenere la stabilità significa, sul piano politico, smentire i propri stessi risultati: si trasforma un traguardo contingente in una giustificazione per alterare la forma di governo.
La riforma, in questo scenario, non risponde a un’esigenza di funzionalità dimostrata, ma persegue un obiettivo diverso e più insidioso: consolidare in via permanente e irreversibile un assetto di potere che oggi si regge su basi contingenti, sganciandolo dalla necessità di rinnovare costantemente il proprio consenso.
Il problema serio, che non viene mai posto nel dibattito pubblico, è semmai un altro. Questa maggioranza in particolare è espressione di una netta minoranza reale nel Paese, in un contesto sociale e politico in cui l’astensionismo e il non-voto rimangono stabilmente il primo partito. Questa rappresenta la vera e profonda problematica costituzionale: la crescente frattura tra il Paese reale e il Palazzo, unita alla discutibile prassi di voler modificare la legge elettorale a pochi mesi dalle elezioni pur di piegare le regole del gioco alle convenienze del momento.
Un eventuale premio di maggioranza, per non tradursi in un’alterazione irragionevole della rappresentanza (per altro, alla luce di un Parlamento che nel 2020 è stato assai ridotto nella composizione), deve essere ancorato a una soglia minima di voti effettivamente conseguita e non semplicemente attribuito a chi ottiene la relativa maggioranza dei consensi. Una legge elettorale che, inseguendo il miraggio della governabilità assoluta, finisse per amplificare in modo sproporzionato il peso di una minoranza elettorale si esporrebbe dunque a rilievi di legittimità costituzionale tutt’altro che marginali, prima ancora che a critiche di opportunità politica.
La democrazia rappresentativa non è una corsa contro il tempo in cui vince chi resta più a lungo al potere. È un sistema complesso di pesi e contrappesi ideato per garantire la tutela di tutti, non solo la velocità di chi comanda. Scambiare la stabilità istituzionale con la pura durata di un singolo gabinetto è un abbaglio pericoloso per la tenuta delle nostre istituzioni democratiche.
Il vero banco di prova, allora, non dovrebbe essere il numero di giorni in cui un Governo riesce a restare in carica, bensì quanto quel Governo sia riuscito, nel tempo, ad ampliare e non a comprimere la base reale del proprio consenso, a dialogare con il pluralismo sociale e politico del Paese anziché limitarsi ad amministrarlo dall’alto. Una stabilità costruita blindando le regole anziché rigenerando la fiducia dei cittadini rischia di rivelarsi, alla lunga, non un punto di arrivo, ma l’ennesima occasione mancata per la nostra democrazia.
In definitiva, il record di longevità del Governo Meloni (sempre che sia un merito da festeggiare) andrebbe letto non come la dimostrazione che le istituzioni funzionano meglio se irrigidite, ma come la prova, semmai, del contrario: che la stabilità autentica, quella capace di reggere nel tempo senza forzare gli equilibri costituzionali, può ancora nascere dalle regole di oggi, purché sorretta da una maggioranza coesa e da una leadership politica capace di tenerla unita. Cambiare le regole del gioco proprio mentre si rivendica il proprio successo entro quelle stesse regole non è coerenza istituzionale: è, più semplicemente, un’occasione per blindare un potere che, in un domani anche prossimo, potrebbe non godere più della medesima solidità politica.

