Il calo di popolarità della presidente del Consiglio non è un fatto nuovo: nel corso dell’ultimo anno si è fatto sempre più evidente. Per la verità, c’è chi sta peggio di lei nella maggioranza, soprattutto Salvini, che appare in caduta, e non sta bene nemmeno Tajani, con le sue uscite molto spesso inadeguate.

Tornando alla crisi di immagine della presidente del Consiglio, il dato più significativo dell’ultimo sondaggio non è che Fratelli d’Italia rimanga sempre il primo partito, sebbene in calo. È ciò che sta cambiando dentro l’elettorato di Fratelli d’Italia.

Soltanto tre anni fa, il 39% degli elettori di FdI affermava che le ragioni della propria scelta erano legate alla figura di Giorgia Meloni.

Nel 2025 il 40% sosteneva ancora questo. Ma nel 2026 quella motivazione crolla al 21%. Si tratta quasi di un dimezzamento. E di un bel problema per la Meloni.

E c’è di più. Infatti, cresce dal 22% al 40% la quota di chi vota FdI perché considera il partito portatore dei «valori più giusti della destra politica italiana».

I sondaggi danno un’altra notizia importante. Finora tutti sostenevano che FdI fosse senza classe dirigente. Invece, ora è raddoppiato il consenso verso la classe dirigente del partito: dal 9% al 18%.

È qui che si trova la vera notizia politica. Infatti, Fratelli d’Italia sembra essere diventato meno dipendente dalla popolarità personale di Giorgia Meloni. E questo, per il partito, è un elemento di forza. Ma per Meloni rappresenta anche un campanello d’allarme.

La fine della «Meloni intoccabile»?

Per molto tempo la premier era tutto. La sola leader. L’unica in grado di raccogliere consensi. La sua forza era rappresentata dalla capacità di parlare direttamente a un elettorato vasto, ben oltre la destra tradizionale.

La Meloni sembrava la sola in grado di garantire stabilità al governo, alla maggioranza di destra e, soprattutto, all’Europa. Di fatto, ha rappresentato l’unica garanzia nei rapporti internazionali.

Quella centralità oggi non appare più intoccabile. Non dipende tutto solo da lei.

I numeri del sondaggio rivelano un dato netto e chiaro: meno Meloni, più partito; meno leadership personale, più identità politica.

A questo punto la domanda è una sola: quanto vale oggi il consenso personale della premier?

Chi è in grado di rispondere?

La Meloni ha, sin dal primo momento, giocato la sua partita sullo scacchiere internazionale. Ma è stato proprio qui che la premier ha cominciato a perdere forza e credibilità. Il suo punto di forza è diventato un vero punto di debolezza.

Il rapporto con Donald Trump è finito malissimo. Meloni aveva investito moltissimo su Trump, presentandosi come uno dei principali ponti di collegamento tra USA ed Europa. Ma quel rapporto si è progressivamente complicato.

Trump ha attaccato pubblicamente la premier, anche con affermazioni personali molto dure. La Meloni ha evitato che il conflitto personale si trasformasse in una crisi diplomatica tra Roma e Washington. Ma politicamente il problema è rimasto tutto. I rapporti tra Italia e USA sono al livello più basso di sempre.

Lo scontro con la Spagna

Poi è arrivato il caso Spagna. La decisione italiana di sospendere temporaneamente l’applicazione di Schengen nei confronti dei cittadini extra-Ue provenienti dalla Spagna, dopo la crisi migratoria di Ceuta, è stata considerata una mossa azzardata. Tanto che ha aperto uno scontro diplomatico con il governo di Pedro Sánchez.

Oggi non è rilevante stabilire chi abbia ragione sul merito della vicenda.

Il punto è che l’Italia di Meloni si è trovata al centro di una nuova frizione con uno dei principali Paesi europei. E questo si aggiunge alle tensioni con Washington e ai problemi con la Francia.

La Germania di Friedrich Merz ha deciso di riattivare i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo secondo le regole di Dublino.

Non è una rottura tra Roma e Berlino. Ma è un altro elemento che indebolisce la figura internazionale della Meloni.

Ma il vero problema è rappresentato dall’economia. Ben più che dalla diplomazia. È il portafoglio degli italiani.

L’Istat prevede per il 2026 una crescita debole del Pil dello 0,7%, mentre i consumi delle famiglie dovrebbero aumentare soltanto dello 0,6%.

L’inflazione è scesa al 2,8%, ma il costo dei carburanti pesa moltissimo: il gasolio registra ancora una crescita annua del 18,8% e la benzina dell’8%.

Il dato politico è evidente.

Un governo può raccontare la stabilità dei conti pubblici. Ma l’elettore giudica soprattutto quanto costa vivere, fare la spesa, viaggiare.

Non è necessariamente una bocciatura dell’esecutivo. Ma è il terreno sul quale può iniziare a consumarsi il consenso dei governi di lunga durata. E la Meloni sta già pagando in termini di apprezzamento del suo operato.

Anche il turismo offre un’immagine molto interessante.

L’estate italiana 2026 non è un fallimento. Ma ecco il paradosso: più turisti non significa automaticamente più benessere percepito dagli italiani. Il turismo può crescere e, contemporaneamente, una famiglia può sentirsi più povera. E la percezione quotidiana della vita economica può diventare politicamente decisiva.

Tra gli under 35 il sostegno al centrodestra sarebbe sceso sotto il 30%, mentre le opposizioni complessivamente si avvicinerebbero al 50%. Tra i principali motivi figurano le difficoltà del mercato del lavoro, le opportunità economiche e gli investimenti nell’istruzione.

Il paradosso di Fratelli d’Italia

Ed è qui che il sondaggio assume un significato ancora più profondo.

Se FdI fosse in difficoltà perché crolla Meloni, avremmo un problema enorme per il partito.

Ma il sondaggio racconta qualcosa di diverso.

La figura della premier perde peso dal 40% al 21%, mentre i valori del partito salgono dal 22% al 40%.

In altre parole:

Meloni perde centralità personale, FdI guadagna identità.

È una trasformazione che potrebbe consentire al partito di sopravvivere politicamente, ma pone una domanda strategica: chi viene dopo Meloni?

Perché se il partito diventa più forte della leader, prima o poi il tema della successione, della classe dirigente e della capacità di FdI di essere una forza politica strutturata diventa inevitabile.

L’immagine della Meloni leader imbattibile non c’è più. Questo non significa che la premier sia entrata in una crisi senza via d’uscita.

Perché la media disponibile a inizio agosto collocava FdI intorno al 27%, il Pd al 20,6% e il Movimento 5 Stelle al 13%.

Ma significa qualcosa di più sottile e, forse, più importante: Meloni non è più imbattibile. E nel centrodestra non si potrà più dire di essere la sola che può far rivincere la coalizione. In altre parole: può anche essere sostituita. Tesi fino a qualche tempo fa del tutto inimmaginabile.

Una parte crescente degli elettori di FdI non vota più semplicemente perché lo guida Giorgia Meloni.

Questo può essere l’inizio della maturazione di Fratelli d’Italia. Ma anche il primo segnale della fine di una stagione politica fondata sulla straordinaria forza personale della sua leader.

La differenza la faranno i prossimi mesi.

Economia, costo della vita, politica estera, rapporto con Trump, Europa, immigrazione, giovani e soprattutto legge elettorale si incroceranno tutti nello stesso punto: la capacità di Giorgia Meloni di trasformare ancora una volta la propria leadership in consenso elettorale.

Finora ci è riuscita.

Il sondaggio dice che oggi, però, non basta più soltanto Giorgia Meloni.