Il professor Gianluca Passarelli, docente di Scienza politica e tra i massimi esperti italiani di sistemi elettorali, segue da anni l’evoluzione delle leggi elettorali italiane e comparate. In queste ore il dibattito politico si concentra sulla proposta di riforma della legge elettorale, che secondo numerosi costituzionalisti e studiosi potrebbe produrre effetti paradossali nell’assegnazione del premio di maggioranza. Con lui cerchiamo di capire quali potrebbero essere le conseguenze sul piano democratico e della rappresentanza.

Professore, qual è il giudizio complessivo sulla nuova legge elettorale? È una riforma che rende il sistema più stabile oppure rischia di complicarlo ulteriormente?
«La valutazione è negativa. Uno schema che non regge da nessun punto di vista. Recide il pur debole rapporto candidati/elettori, mortifica la rappresentanza e il Parlamento con la nomina di 70 deputati e 30 senatori, parla di “stabilità” mentre accentra il potere nelle mani del Governo indebolendo il Presidente della Repubblica, attribuisce un “premio” in seggi alla coalizione/partito vincente, ma è un obbrobrio giuridico e logico che non esiste letteralmente al mondo, liste lunghe e bloccate, preferenze finte, nessuna parità di genere... Insomma, una legge che andrebbe totalmente cassata per manifesta incoerenza, un pastrocchio totale».

Uno degli aspetti più discussi riguarda il meccanismo che esclude dal conteggio, ai fini del premio di maggioranza, le liste sotto il 3% all’interno delle coalizioni, con alcune eccezioni. È davvero possibile che il premio venga assegnato alla coalizione che ha ottenuto meno voti?
«Facciamo un esempio. La Coalizione “rossa” ottiene il 45.8% dei voti, pari alla somma del partito A 26%, B 10%, C 8%, D 1.1%, E 0.7%. Siccome la norma prevede che siano escluse le liste in coalizione al di sotto il 3% tranne la prima in questa condizione, verrebbe escluso il partito “E”; dunque la Coalizione “rossa” utilizzerebbe ai fini del “premio di maggioranza” il 45.1%. La Coalizione “verde” ottiene il 47% dei voti, pari alla somma del partito F 24%, G 12%, H6%, I 2.2%, L 1.8%, M 1%. Verrebbero esclusi dal conteggio “L” ed “M”, quindi la Coalizione “verde” utilizzerebbe il 44.2%. Il premio andrebbe, quindi, alla Coalizione “rossa”, sebbene meno votata (45.8% contro 47%). Inoltre, il partito L (1.8%) della Coalizione “verde” non avrebbe nessun seggio rispetto al D (1.1%) che pure ha quasi la metà dei consensi».

Se questa interpretazione fosse confermata, ci troveremmo di fronte a un’anomalia tecnica oppure a un problema di legittimità democratica che potrebbe anche aprire la strada a ricorsi davanti alla Corte costituzionale?
«La tecnica non è neutra. E in questo caso le alte competenze esistenti tra i tecnici del Ministero dell’Interno e delle Riforme sono state mortificate sull’altare della volontà politica di disegnare un sistema su misura per la coalizione di maggioranza. La Corte Costituzionale vedrà una miriade di ricorsi che sono già in preparazione. Non rimarremo silenti».

Questa legge sembra incentivare i grandi partiti a costruire coalizioni “selettive”, penalizzando le forze minori. Quali effetti potrebbe avere sugli equilibri politici e sul pluralismo?
«Con il sistema del “premio di maggioranza” che al mondo esiste solo negli appunti mal congegnati della Ministra Casellati, la tendenza è inevitabilmente quella di “forzare” partiti ed elettori verso il partito maggiore. Si avrà inevitabilmente una polarizzazione a scapito del pluralismo elettorale senza però semplificare poiché “coalizioni monstre” genereranno frammentazione parlamentare dopo il voto. A scherzare con le formule senza conoscerne i meccanismi si rischia molto».

Dal punto di vista dei cittadini, un sistema così complesso rischia di aumentare la distanza tra elettori e istituzioni? Quanto è importante che una legge elettorale sia anche facilmente comprensibile?
«La democrazia è fragile e si consuma, si erode. La semplicità e la comprensione sono cruciali. Il collegio uninominale accresce il rapporto candidato/elettore facilita la comprensione e la valutazione dell’operato degli eletti. Oppure la scelta dei candidati con le preferenze – che pure hanno alcune problematicità – consente di rafforzare il potere degli elettori e di renderli partecipi. Con la nomina di quasi metà del Parlamento il destino degli eletti è nelle mani di 5-6 segretari di partito e quello degli elettori è segnato dall’irrilevanza. Una delle tante cause per cui aumenta la disaffezione politica. Cambiare spesso non agevola: in Gran Bretagna il sistema è in vigore dal 1885, in Francia dal 1958 (con una parentesi del 1986), in Spagna dal 1977, negli Stati Uniti dal 1789, in Germania dal 1949… L’Italia cambia abito, ma dovrebbe cambiare corpo».

Guardando al futuro, questa riforma appare pensata soprattutto per favorire l’attuale maggioranza o introduce regole che potrebbero ritorcersi contro chi oggi le propone, come spesso è accaduto nella storia delle leggi elettorali italiane?
«Gli italiani provano spesso fascinazione per i potenti, ma sono pronti a disarcionarli quando siano troppo arroganti. Questa legge riecheggia il vecchio progetto “presidenzialista” che era di Giorgio Almirante e che oggi è stato ripreso dal duo Casellati-Meloni. Solo che il sistema presidenziale è complesso, complicato e articolato, pieno di “pesi e contrappesi” inesistenti nella proposta in esame. Insomma, non volendo o non potendo procedere a una riforma costituzionale, la destra italiana ha preferito accelerare con un sistema arzigogolato, con evidenti componenti incostituzionali pur di centralizzare il potere nelle mani del Governo. Quindi a beneficiarne sarà solo la coalizione vincitrice, ma perderà la dignità e la solidità del sistema politico e democratico».

Possiamo dire che sarebbe ora di smetterla con il continuare a cambiare la legge elettorale, per poi capire che non è questa che può garantire in assoluto stabilità e buon governo?
«L’Italia si distingue per le molteplici riforme del sistema elettorale. Le democrazie consolidate tendono generalmente a mantenere i sistemi elettorali e il numero totale di riforme elettorali negli ultimi settant’anni si aggira intorno a venti. Tra le riforme a livello mondiale, l’Italia è notevolmente ben rappresentata, con quattro principali cambiamenti del sistema elettorale dal 1948 e altri tentativi di riforma sono stati respinti ovvero realizzati, ma non utilizzati (1953; 2015). Il vero punto debole del sistema politico italiano sono i partiti. Senza iscritti, senza militanza, senza finanziamento pubblico sono diventati – con quale eccezione – dei gruppi autoreferenti, senza filtri sul reclutamento, senza rendere conto ai cittadini, senza circolazione e senza promozione delle forze territoriali migliori. Quanto alla stabilità c’è una grande confusione dovuta a grande incompetenza e malafede. È veramente paradossale che per rincorrere la stabilità si metta una armatura al Parlamento su una struttura fragile, quella dei partiti. Basterebbe introdurre il “voto di sfiducia costruttiva” (se il parlamento sfiducia il governo deve trovare una soluzione alternativa in 24/48 ore): ha funzionato benissimo in Germania dal 1949 e in Spagna dal 1977, che infatti hanno avuto pochissime crisi di governo».

Ma dietro a tutto c’è una verità nascosta.
«La verità politica è che questo sistema elettorale ha l’ambizione di essere una riforma costituzionale, modificando la forma di Governo: il cosiddetto “Premierato” che esiste soltanto nelle elucubrazioni della ministra Casellati e che è stato sperimentato per pochissimi anni in Israele, non proprio un caso edificante sul piano politico. Infine, ma non per ultimo, la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa richiama i Paesi membri affinché non modifichino la legge elettorale nell’anno precedente la fine naturale della legislatura che nel caso italiano è settembre 2027. Siamo ad agosto 2026… Confido che i cittadini reagiscano a questo furto di democrazia».