Matteo Salvini ha attraversato crisi di governo, sconfitte elettorali, rotture politiche e stagioni nelle quali sembrava destinato a conquistare Palazzo Chigi, ma probabilmente esiste un luogo nel quale un fischio può pesargli più che altrove, perché Pontida non è una piazza qualsiasi e chi arriva sul pratone non è un pubblico qualsiasi: è la casa simbolica della Lega, il luogo nel quale per decenni il movimento ha celebrato se stesso e misurato, quasi fisicamente, il rapporto tra il capo, il territorio e la propria gente. Ed è proprio qui che, alla vigilia del raduno, sono comparse sui muri e sull’asfalto alcune scritte contro il segretario, la più politicamente significativa delle quali dice: «Salvini traditore, ridacci la Lega».

Una frase che sarebbe già una notizia in qualsiasi momento della vita del Carroccio, ma che diventa qualcosa di più se accostata al retroscena raccontato da Repubblica sul vertice di un’ora e mezza con Attilio Fontana, presidente della Lombardia, Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli Venezia Giulia, Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento, e Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto. Salvini avrebbe rivolto ai suoi interlocutori una domanda che, alla luce di quanto comparso poche ore dopo a Pontida, assume un significato ancora più pesante: «Ci garantite che non ci saranno fischi e contestazioni?».

La risposta che il retroscena di Paolo Berizzi attribuisce ad Attilio Fontana, intervenuto a nome dei governatori, contiene una parte consistente del problema che attraversa oggi il Carroccio: «Se ci saranno dei fischi noi non possiamo saperlo, ma se dovessero arrivare non verranno dai nostri…». Salvini, sempre secondo la ricostruzione di Repubblica, sarebbe rimasto per qualche istante in silenzio, per poi cercare ancora una rassicurazione: «Pontida è Pontida, ne usciremmo male tutti, lo sapete vero?». Nessuno, racconta il quotidiano, avrebbe aggiunto altro.

Adesso sappiamo almeno una cosa che al momento di quella riunione Salvini non poteva sapere: prima ancora che il segretario salga sul palco, la contestazione ha già lasciato un segno fisico nel luogo simbolo del movimento. Non sappiamo chi abbia scritto quelle parole e sarebbe arbitrario attribuirle a una componente della Lega o trasformarle nella voce della base, ma il loro contenuto — «ridacci la Lega» — intercetta quasi letteralmente il conflitto politico che attraversa il partito: da una parte la Lega nazionale costruita da Salvini, dall’altra la richiesta proveniente da settori del Nord di recuperare territorio, identità e peso nelle decisioni.

Non è necessario sapere oggi se quei fischi arriveranno davvero, e sarebbe persino riduttivo trasformare l’intera vigilia in una conta preventiva di applausi e contestazioni, perché il fatto politicamente interessante è già accaduto: il segretario che per anni ha costruito una parte decisiva della propria leadership sul rapporto diretto con la base sente il bisogno di interrogare i maggiori amministratori del suo partito sull’accoglienza che potrebbe ricevere dalla sua stessa comunità politica. Il problema, a quel punto, non è più il fischio, ma ciò che la paura del fischio racconta sul rapporto tra Salvini e una Lega attraversata da una discussione che riguarda insieme identità, rappresentanza territoriale e distribuzione del potere.

Una tregua che non chiude la partita

Ufficialmente il vertice di Milano si è concluso nel modo più rassicurante possibile, con una nota congiunta nella quale Salvini e i governatori hanno indicato come «volontà comune» quella di «rafforzare e far crescere la Lega, valorizzando ancora di più il ruolo degli amministratori e dei territori»; una formula sufficientemente larga da consentire a tutti di riconoscersi, ma anche sufficientemente prudente da evitare vincitori e sconfitti alla vigilia dell’appuntamento più simbolico dell’anno.

Il problema è che proprio la parola territori, apparentemente la meno controversa di tutte nel vocabolario leghista, contiene una delle questioni sulle quali il partito discute da mesi, perché una parte significativa della componente settentrionale chiede più spazio per governatori e amministratori e maggiore collegialità nelle decisioni. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato e segretario della Lega Lombarda, è probabilmente l’uomo che ha espresso questa richiesta nella maniera più esplicita, riassumendola in quattro parole: «Meno io e più noi». Ma è andato anche oltre, mettendo direttamente in relazione la crisi di consenso con l’allontanamento dalla base storica: «Nella Lega stiamo perdendo la fiducia degli elettori. Ci siamo un po’ imborghesiti. Abbiamo pensato alla gestione del potere e meno al territorio».

Nelle ultime ore è emerso un elemento ulteriore. Secondo La Stampa, i nordisti hanno comunicato a Salvini l’intenzione di dare vita a un’associazione interna alla Lega, mentre continua a circolare l’ipotesi di una diversa articolazione del partito sul modello tedesco Cdu-Csu, soluzione evocata da Zaia già un anno fa. Non siamo ancora davanti a una scissione né a un nuovo soggetto politico e sarebbe sbagliato descriverlo come tale; è però il tentativo di dare una forma organizzata a una richiesta che fino a questo momento si è manifestata soprattutto attraverso dichiarazioni, riunioni e pressioni dei territori.

Sono sviluppi che spostano il confronto molto oltre una normale discussione sugli organigrammi, perché dietro la richiesta di maggiore collegialità si nasconde la questione che accompagna tutte le fasi di transizione politica: chi decide davvero, chi avrà voce nella costruzione delle candidature quando arriveranno le prossime elezioni e, soprattutto, fino a quale punto Salvini possa restituire autonomia alla periferia senza favorire la nascita, proprio nel cuore della Lega, di un potere capace di condizionare quello del segretario.

Salvini non ha respinto l’idea di un maggiore coinvolgimento, ma ha scelto parole che ne delimitano con precisione il perimetro: «Non vedo l’ora di condividere. Coinvolgerò tutte le persone che hanno idee e valori da portare avanti, a partire dai governatori». Poi, però, ha aggiunto tre parole che valgono quasi quanto tutto il resto della frase: «Facendo il segretario del partito».

Alla vigilia di Pontida ha reso ancora più esplicito quel confine, spiegando di raccogliere «tutti gli stimoli e suggerimenti» e di lavorare «per ampliare e coinvolgere», ma subito dopo ha fissato il limite politico oltre il quale non intende andare: «Abbiamo delle sfide internazionali talmente importanti che non possiamo pensare di avere partiti nei partiti».

Il confronto, letto attraverso le parole dei protagonisti, diventa quasi geometrico: Romeo chiede «meno io e più noi», Salvini risponde che non possono esistere «partiti nei partiti». Tra queste due formule c’è il problema che il vertice di Milano ha rinviato ma non risolto: trovare un punto di equilibrio tra una leadership costruita attorno al segretario e la richiesta dei territori di partecipare maggiormente alle decisioni.

Il Nord ritorna dopo la Lega nazionale

C’è una ragione storica che rende questa partita particolarmente complessa. Salvini conquistò e trasformò la Lega partendo da un’intuizione che allora appariva quasi eretica: il movimento non avrebbe potuto continuare a crescere restando confinato nella geografia politica immaginata da Umberto Bossi. Progressivamente spostò il baricentro oltre i confini della vecchia Lega Nord, portò il partito nel Mezzogiorno, costruì candidature in territori nei quali il Carroccio era stato per decenni percepito quasi come un corpo estraneo e ne fece una forza nazionale, accompagnandolo dal 4,09 per cento delle Politiche del 2013 al 17,35 del 2018, fino al 34,26 per cento delle Europee del 2019.

È Salvini stesso, del resto, a rivendicare di non essere un corpo estraneo alla storia settentrionale del movimento e a respingere l’idea che esistano un Nord autentico contrapposto a una leadership ormai troppo nazionale. «Per me, da milanese, è difficile ipotizzare una fronda nordista», ha detto nei giorni scorsi, ricordando di avere «ancora cinque camicie verdi» nel proprio armadio e di aver fatto «nel 1990» la tessera della Lega Lombarda. Ma nello stesso ragionamento ha spiegato perché, a suo giudizio, tornare semplicemente indietro sarebbe impossibile: «Il mondo del ’90 non è quello del 2026: oggi per difendere le imprese del Nord devi essere forte a Bruxelles».

Dentro queste parole c’è la difesa più esplicita della trasformazione salviniana: non la cancellazione del Nord, secondo il segretario, ma la convinzione che gli interessi settentrionali possano essere difesi attraverso un partito nazionale capace di pesare anche a Roma e in Europa. Fu questa la scommessa che portò al momento culminante del salvinismo e dimostrò, almeno nella stagione del 2019, che quella trasformazione poteva funzionare; sette anni dopo, tuttavia, il contesto è profondamente cambiato e una parte della classe dirigente dei territori dai quali il movimento era partito torna a chiedere maggiore peso nelle scelte.

Fontana, Fedriga, Zaia, Fugatti e Romeo non costituiscono un blocco perfettamente omogeneo - posizioni e sensibilità non coincidono necessariamente - ma rappresentano, con storie e ruoli diversi, qualcosa di più difficile da affrontare di una corrente organizzata attorno a un singolo dirigente, perché alle loro spalle ci sono amministrazioni, consenso locale e una cultura politica che precedono la stagione salviniana. Un segretario può cambiare una segreteria, ridimensionare un avversario interno o modificare un organigramma; molto più complicato è sostituire una geografia politica, soprattutto quando quella geografia coincide con i luoghi nei quali il partito ha costruito per decenni la parte più profonda del proprio radicamento.

«Pontida è sacra»

È proprio per evitare che questa tensione esploda nel luogo simbolicamente peggiore che le diverse sensibilità della Lega sembrano essersi date una tregua fino a domenica. Romeo, che pure non ha attenuato le proprie critiche, ha riconosciuto la necessità di arrivare al raduno «il più uniti possibili», aggiungendo però immediatamente una frase che impedisce di confondere la tregua con la soluzione del problema: «I problemi restano e dobbiamo affrontarli». Qualche giorno prima era stato ancora più netto: «Pontida è sacra, saremo tutti uniti».

Fontana, a sua volta, esclude pubblicamente lo scenario di una resa dei conti sul prato e assicura: «Saremo tutti uniti e cercheremo di contribuire insieme a fare una Lega sempre più grande». Salvini accompagna la stessa vigilia con una formula altrettanto esplicita: «La Lega vince se è unita».

Le scritte comparse a Pontida non dimostrano che quella tregua sia già saltata e non possono essere attribuite automaticamente ai dissidenti interni. Dimostrano però che la vigilia non è quella pacificata che la nota congiunta di Milano avrebbe potuto suggerire e che la questione dell’identità del partito è ormai uscita dalle stanze nelle quali discutono governatori e dirigenti per arrivare, almeno simbolicamente, fino ai muri del luogo più identitario della Lega.

La prima volta senza Bossi

Tutto questo accadrà in una giornata sulla quale peserà anche un’assenza che nessuna liturgia potrà rendere marginale, perché quella del 2026 sarà la prima Pontida senza Umberto Bossi, morto il 19 marzo, l’uomo che quel movimento lo aveva inventato e che proprio sul pratone aveva costruito una parte fondamentale della sua mitologia politica.

E c’è una coincidenza ulteriore: proprio oggi Bossi avrebbe compiuto 85 anni. Poco distante dal pratone, l’ex senatore bossiano Giuseppe Leoni ha organizzato una commemorazione del fondatore, con la deposizione di una pianta d’ulivo, il Va’ pensiero e una messa. L’intento dichiarato è provare a riunire i diversi mondi che sono stati e sono ancora la Lega. Secondo quanto riferito da Leoni a La Stampa, anche Salvini sarebbe stato invitato, senza che sia arrivata una risposta.

Non occorre trasformare Bossi in un’arma postuma contro Salvini, né immaginare una continuità automatica tra il fondatore e chi oggi contesta alcune scelte del segretario, per comprendere il peso della coincidenza. Bossi aveva costruito una Lega nella quale la questione settentrionale, la critica al centralismo romano e la rivendicazione dell’autonomia territoriale diventavano identità politica; Salvini ha costruito un’altra Lega, nazionale, fortemente legata alla sua leadership e capace, almeno nella stagione culminata nel 2019, non soltanto di uscire dai confini originari ma di contendere agli alleati la guida dell’intero centrodestra.

Sono due stagioni della stessa storia e nessuna delle due può essere semplicemente cancellata, ma proprio per questo l’assenza dell’uomo che inventò la Lega aggiunge un significato particolare a un raduno nel quale il rapporto fra il partito nazionale e le sue radici settentrionali tornerà inevitabilmente sullo sfondo.

Sul palco il segretario promette concretezza: «Non parleremo di filosofia», ha assicurato, indicando «pensioni, giovani e sicurezza» tra i temi del raduno. Lo slogan scelto per questa edizione, «Non passa lo straniero», richiama apertamente la leggenda del Piave; sotto quel palco, però, resteranno aperte le domande che il vertice di Milano ha soltanto rinviato.

Per capire che cosa sarà davvero accaduto a Pontida, dunque, non basterà ascoltare il discorso di Salvini dal palco, perché bisognerà guardare il prato, misurare gli applausi e soprattutto i silenzi, osservare le presenze e le assenze e capire quale accoglienza verrà riservata ai governatori e quale al segretario; nella liturgia di un partito che ha sempre affidato alla propria base una parte decisiva della rappresentazione pubblica, persino un applauso più breve, o un silenzio nel momento sbagliato, può raccontare più di un comunicato scritto per certificare una tregua.

Nessuno dei protagonisti sembra avere interesse a trasformare Pontida in un congresso improvvisato davanti alle telecamere, ma le tregue diventano necessarie quando esiste ancora qualcosa da contendere e il paradosso di questa vigilia sta tutto nel fatto che, per anni, Pontida è stata il luogo dal quale la Lega indicava il nemico fuori da sé - Roma, il centralismo, Bruxelles, l’immigrazione, i governi avversari - mentre questa volta, prima ancora di presentare il conto agli altri, sarà costretta a guardare dentro casa propria.

È qui che la domanda attribuita a Salvini sui possibili fischi acquista un significato che va ben oltre il retroscena dal quale siamo partiti: l’uomo che trasformò Pontida nel palcoscenico della propria conquista della Lega arriva sullo stesso prato dopo avere chiesto ai governatori quale accoglienza potrebbe riservargli la sua gente e dopo che qualcuno, alla vigilia, ha scritto a pochi passi da quel prato «Salvini traditore, ridacci la Lega». Non sappiamo chi sia stato, non sappiamo se quelle parole rappresentino qualcosa di più di chi le ha tracciate e non sappiamo se domani qualcuno fischierà davvero; sappiamo però che la domanda sull’identità della Lega non è più soltanto implicita nelle riunioni dei suoi dirigenti.

Perché c’è una coincidenza che nessun comunicato potrà cancellare: la prima Pontida senza Bossi coincide con la Pontida nella quale la Lega torna a chiedersi che cosa sia. E questa volta Salvini non dovrà soltanto parlare al suo popolo, ma capire quanto di quel popolo continui a riconoscersi nella Lega che lui ha costruito e quanto, invece, abbia ricominciato a cercare le proprie radici.