Alla vigilia dello storico raduno del 20 settembre, tra militanti e dirigenti di Lombardia e Veneto circola un’immagine contro il segretario. La tregua con i governatori non spegne la contestazione, mentre Vannacci continua a crescere e Futuro Nazionale supera il Carroccio nei sondaggi
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«Se c’è lui, io non ci sarò». Poche parole, il volto di Matteo Salvini e un avvertimento che, per un segretario abituato a considerare Pontida la propria casa politica, pesa più di molte dichiarazioni ufficiali. Secondo quanto riferisce Il Post, l’immagine sta circolando nelle chat di militanti, attivisti e dirigenti della Lega in Lombardia e Veneto, i due territori nei quali il malessere verso la leadership è diventato più evidente. A una settimana dal raduno del 20 settembre, l’appuntamento che ogni anno celebra l’identità e l’unità del Carroccio rischia così di trasformarsi nel luogo in cui verranno misurate le dimensioni della frattura: non soltanto tra Salvini e i dirigenti del Nord, ma tra il segretario e una parte di quel mondo leghista che per anni lo aveva sostenuto senza riserve.
L’immagine non contiene firme né sigle che consentano di identificarne gli autori e la sua diffusione nelle chat interne viene ricostruita dal Post, ma il messaggio politico è inequivocabile. Nella grafica compaiono anche riferimenti sarcastici al «tavolo programmatico» e alla «ridicola road map», cioè agli strumenti con i quali il segretario e i presidenti di Regione hanno provato nei giorni scorsi a ricomporre la crisi, rinviando lo scontro e annunciando un percorso comune verso le elezioni politiche del 2027. Quella che nei comunicati ufficiali è stata presentata come una ripartenza viene liquidata dai dissidenti come un espediente per guadagnare tempo e arrivare senza incidenti al pratone bergamasco.
Il segnale più preoccupante per Salvini non è soltanto la durezza della frase, ma l’ambiente dal quale, secondo la ricostruzione, la protesta proviene. Non un avversario esterno e neppure Roberto Vannacci, l’ex generale che dopo la rottura con il Carroccio ha fondato Futuro Nazionale, ma chat frequentate dal mondo leghista settentrionale. La minaccia di disertare Pontida assume così un significato particolare, perché colpisce il segretario nel luogo che più di ogni altro rappresenta la legittimazione della base, da sempre contrapposta nella narrazione del partito ai palazzi romani e alle mediazioni dei vertici.
La crisi non nasce oggi. Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia e storico dirigente leghista, ad agosto aveva riconosciuto pubblicamente l’esistenza di un «malessere» e, interrogato sulla possibilità di un passo indietro o di lato del segretario, aveva risposto che «nessuna soluzione va esclusa a priori». Una frase pesantissima, accompagnata dalla richiesta di rivedere «in modo sostenibile ed effettivo l’impostazione del partito». Con Fontana si sono mossi Luca Zaia, già governatore e oggi presidente del Consiglio regionale del Veneto, Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, e Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento: esponenti che chiedono maggiore collegialità e temono che l’indebolimento nazionale del partito finisca per compromettere anche il radicamento costruito nei rispettivi territori.
Il vertice romano del 9 settembre tra Salvini e i rappresentanti del Nord ha prodotto una tregua, un tavolo programmatico e una road map per preparare la corsa verso il 2027, ma non ha risolto la questione centrale: chi guiderà la Lega e con quale identità. Il segretario continua a difendere la trasformazione della vecchia Lega Nord in una forza nazionale, mentre una parte rilevante del gruppo dirigente settentrionale chiede di recuperare autonomia, amministrazione del territorio e rappresentanza degli interessi produttivi del Nord. Dietro la discussione politica ci sono però numeri che lasciano sempre meno spazio alle formule diplomatiche.
Il sondaggio di Termometro Politico dell’11 settembre, realizzato con metodo Cawi su 2.600 interviste raccolte tra l’8 e il 10 settembre, attribuisce alla Lega il 5,4 per cento e a Futuro Nazionale il 7,3: il partito di Vannacci precede quindi quello di Salvini di 1,9 punti. La rilevazione SWG diffusa dal TgLa7 presenta un quadro analogo, con Futuro Nazionale al 7,7 per cento e la Lega al 5,7. I diversi istituti adottano campioni e metodologie differenti e ogni risultato deve essere letto dentro il relativo margine d’errore, ma il dato politico si ripete ormai in più rilevazioni: la formazione nata dalla scissione ha raggiunto e superato il partito dal quale proviene.
È questo il paradosso che rischia di travolgere Salvini. Dopo avere spostato progressivamente la Lega dalle battaglie autonomiste del Nord verso un nazionalismo sovranista, il segretario si trova stretto tra i dirigenti settentrionali, che gli rimproverano di avere smarrito le radici, e Vannacci, che sullo stesso terreno nazionale e identitario propone agli elettori una linea ancora più radicale. Tornare alla vecchia Lega significherebbe rinnegare una parte della strategia costruita negli ultimi anni; inseguire Futuro Nazionale potrebbe invece accelerare la fuga dell’elettorato moderato e alimentare ulteriormente il malcontento degli amministratori.
Pontida sarà quindi molto più di una manifestazione. Salvini proverà a mostrare un partito compatto, circondato dai dirigenti e sostenuto dalla folla, perché qualsiasi contestazione o assenza significativa potrebbe essere interpretata come l’inizio della resa dei conti. I governatori non sembrano interessati a provocare una rottura immediata che consegnerebbe una Lega ancora più debole alle elezioni, ma chiedono risultati, collegialità e un cambiamento che difficilmente potrà essere rinviato ancora a lungo.
La scritta comparsa nelle chat racconta perciò qualcosa che va oltre la protesta di alcuni militanti. Per anni Salvini ha occupato ogni spazio del partito, fino a legare il proprio nome al simbolo e a identificare la Lega con la sua leadership. Ora quello stesso meccanismo rischia di ritorcersi contro di lui: se il problema è diventato «lui», come sostiene la locandina, non basteranno un tavolo, una road map o una tregua tra dirigenti per ricomporre la frattura. Sul prato di Pontida il segretario non dovrà soltanto parlare alla Lega. Dovrà dimostrare che la Lega è ancora disposta ad ascoltarlo.



