L'estate politica italiana si scalda anche nei sondaggi. E a rendere più incerti gli equilibri dentro i due principali schieramenti sono soprattutto due figure che, per ragioni diverse, arrivano da esperienze politiche già consolidate ma oggi sembrano muoversi fuori dai loro perimetri: Roberto Vannacci e Alessandro Di Battista.

Il primo ha rotto con la Lega e ha avviato il progetto di Futuro nazionale, che secondo le rilevazioni citate nel testo viene già accreditato di percentuali comprese tra il 6 e il 7%. Il secondo, invece, resta formalmente fuori dalla competizione elettorale ma continua a mantenere un proprio spazio politico, alimentato dalle attività dell'associazione Schierarsi, dalla raccolta di firme per il referendum sul finanziamento pubblico ai giornali e da una presenza pubblica che non si è mai realmente interrotta.

Sono numeri e stime ancora ipotetici, soprattutto nel caso di Di Battista, ma sufficienti a porre una questione politica precisa: che cosa accadrebbe se una parte del consenso oggi collocato nel centrodestra e nel centrosinistra decidesse di spostarsi verso soggetti esterni alle coalizioni?

Due «spin off» che pescano negli scontenti

Il punto di partenza dell'analisi è proprio la natura dei due fenomeni. Il Corriere della Sera lo spiega sentendo una serie di sondaggisti.

Antonio Noto, fondatore dell'omonimo istituto demoscopico, li descrive come «spin off delle coalizioni di centrodestra e centrosinistra». Una definizione che individua il possibile elemento comune: non movimenti completamente estranei al sistema politico, ma esperienze che potrebbero nascere dalle insoddisfazioni maturate all'interno dei rispettivi schieramenti.

Vannacci rappresenterebbe, in questa lettura, una possibile fuoriuscita dal bacino del centrodestra. Di Battista potrebbe invece intercettare una parte dell'elettorato che si colloca tra il Movimento 5 Stelle meno vicino a Giuseppe Conte, l'area pacifista della sinistra e alcune componenti della galassia progressista.

Il loro peso, quindi, non si misurerebbe soltanto attraverso la percentuale conquistata. La questione decisiva sarebbe da chi quei voti vengono sottratti e quanto possono modificare i rapporti di forza tra le coalizioni.

Vannacci e la pressione su Meloni

Il caso più evidente è quello di Vannacci.

Fino a pochi mesi fa era vicesegretario della Lega. Oggi guida un soggetto autonomo che, secondo le stime riportate, potrebbe già muoversi intorno al 6-7%.

Se questa crescita fosse confermata, la conseguenza non sarebbe soltanto la nascita di un nuovo partito. Cambierebbe la geometria del centrodestra.

Lorenzo Pregliasco, direttore di YouTrend, individua due possibili scenari. Nel primo, Vannacci continua a crescere fino a diventare la seconda forza dello schieramento. In quel caso, per Giorgia Meloni diventerebbe difficile ignorarlo e Fratelli d'Italia e Forza Italia si troverebbero a dover fare i conti con una nuova pressione interna.

Nel secondo scenario, invece, il progetto resta stabile o perde rapidamente consenso. Ed è qui che tornerebbe in campo il tradizionale argomento del voto utile: la maggioranza potrebbe chiedere agli elettori di non disperdere il consenso e di concentrare i voti sul principale blocco del centrodestra.

In entrambi i casi, però, Vannacci avrebbe già prodotto un effetto politico: costringerebbe la coalizione a interrogarsi sulla propria capacità di trattenere tutto il proprio elettorato.

Di Battista e lo spazio che si aprirebbe a sinistra

Ancora più incerto è lo scenario legato a Di Battista.

L'ex deputato del Movimento 5 Stelle non ha ancora annunciato una candidatura, ma il suo nome continua a circolare. La raccolta di 370mila firme per il referendum sull'abolizione del finanziamento pubblico ai giornali è stata interpretata dalla sua associazione come un risultato significativo. Le stime citate nel testo collocano ipoteticamente una sua eventuale lista tra il 2 e il 3,5%.

Renato Mannheimer osserva però che Di Battista, non avendo ancora svolto una campagna elettorale vera e propria, potrebbe avere margini di crescita: «Potenzialmente può raddoppiare», dice al Corriere.

Il problema, ancora una volta, non sarebbe soltanto quanto potrebbe prendere. Sarebbe soprattutto da quale area politica arriverebbero quei voti.

Pregliasco individua una possibile fascia di consenso tra l'area del Movimento 5 Stelle meno legata a Conte e quella pacifista della sinistra, vicina in passato anche ad Avs e Rizzo.

È uno spazio che potrebbe diventare particolarmente significativo se il centrosinistra dovesse arrivare alle prossime elezioni attraversato da divisioni o da una leadership contestata.

La variabile Conte

Ed è qui che entra in gioco un'altra variabile: le primarie del centrosinistra.

Secondo lo scenario delineato da Pregliasco, se Giuseppe Conte non dovesse vincerle, potrebbe aprirsi uno spazio per Di Battista. Non necessariamente perché l'ex parlamentare debba automaticamente conquistare un ruolo centrale, ma perché una parte dell'elettorato potrebbe cercare una rappresentanza alternativa.

Il punto, dunque, non sarebbe stabilire oggi se Di Battista entrerà o meno in Parlamento. La questione più rilevante sarebbe capire se la sua eventuale discesa in campo possa spostare abbastanza voti da determinare la vittoria o la sconfitta del cosiddetto campo largo.

È la differenza tra un fenomeno politico marginale e un soggetto capace di incidere realmente sul risultato nazionale.

L'elemento comune: l'anti-sistema

Al di là delle differenze ideologiche, gli analisti citati individuano alcuni tratti comuni tra i due fenomeni.

Pregliasco parla di una diffidenza verso l'atlantismo e di una spinta anti-sistema. Noto li inserisce in un quadro più ampio di trasformazione del populismo europeo, sottolineando però la peculiarità italiana: Vannacci e Di Battista non nascerebbero dal nulla, ma dalle fratture interne ai due principali schieramenti.

È proprio questo a renderli potenzialmente insidiosi.

Un partito esterno alle coalizioni può infatti conquistare consenso senza necessariamente diventare maggioritario. Gli basta sottrarre una quota di voti sufficientemente significativa a uno schieramento per modificarne le possibilità di vittoria.

In altre parole, Vannacci e Di Battista potrebbero essere più importanti per i voti che tolgono che per quelli che raccolgono.

La soglia del 42% e lo scenario più complicato

C'è poi un'ipotesi che rende ancora più delicato il quadro.

Antonio Noto considera possibile uno scenario nel quale una nuova legge elettorale preveda un premio di maggioranza al 42%. Se entrambi i principali schieramenti dovessero perdere consenso a favore di Vannacci e Di Battista, potrebbero trovarsi sotto quella soglia.

Il risultato sarebbe paradossale: due forze nate anche come espressione dell'insoddisfazione verso le coalizioni potrebbero finire per diventare indispensabili alla formazione di un governo.

Da qui l'ipotesi estrema evocata da Noto e Mannheimer: senza una maggioranza autonoma, si potrebbe tornare alle urne oppure arrivare alla necessità di coinvolgere proprio quei soggetti che oggi stanno mettendo in discussione gli equilibri dei rispettivi schieramenti.

Il vero rischio per destra e sinistra

La partita, quindi, non riguarda soltanto la possibile elezione di Vannacci o il ritorno di Di Battista sulla scena parlamentare.

Riguarda la capacità delle coalizioni di tenere insieme elettorati sempre più frammentati, nei quali una parte crescente del consenso può essere attratta da figure capaci di presentarsi come alternative ai partiti tradizionali.

Per il centrodestra la sfida è capire se Vannacci rappresenterà un fenomeno destinato a ridimensionarsi oppure un concorrente capace di diventare strutturale. Per il centrosinistra, il nodo è ancora più incerto: un'eventuale candidatura di Di Battista potrebbe pesare soprattutto sulla capacità del campo largo di trasformare il proprio consenso potenziale in voti effettivamente utili a vincere.

Gli analisti citati concordano almeno su un punto: gli equilibri sono già in movimento.

E la vera incognita non è stabilire oggi se Vannacci e Di Battista possano conquistare una grande fetta dell'elettorato. È capire quanto consenso sarà sufficiente per impedire alle coalizioni di arrivare al risultato necessario per governare.