Un corridoio d’ufficio vuoto, una luce che sfarfalla. Muri decorati da un’anonima carta da parati giallognola che stinge l’ambiente della stessa tinta ocra. Architettura basica, simmetrica, abitata da nessuno. La scena è costruita da elementi semplici, solo spogliati di vita, ripresi in una piena desertificazione. Tanto basta a innescare qualcosa di ancestrale, una paura in bassa frequenza, come un leggero increspamento del pelo dell’acqua. Un palpito.

Guardiamo solo una camera anonima, dall’aria datata, col soffitto basso coperto da pannelli, le pareti di cartongesso, una vecchia moquette. Eppure la sensazione che si prova a osservarla è di straniamento, poi di terrore carsico crescente.

I luoghi liminari e la kenopsia

È liminare un centro commerciale deserto, la stanza desolata di un motel con la tv accesa, una stazione illuminata dal verdastro di un neon malandato, un dedalo di corridoi, una piscina svuotata fotografata col flash di notte. È liminare il luogo di un tempo è fermo, come il volo di una mosca cristallizzato in un’istantanea.

L’autore americano John Koenig, ideatore del “The Dictionary of Obscure Sorrows”, coniò un termine, attingendo dal greco antico, per dare un nome alla sensazione di straniamento nell’osservare spazi orfani di umanità. Il termine è kenopsia (dal greco kenós, vuoto, e ópsis, visione). Si prova disorientamento e un profondo senso di solitudine e abbandono. Ma c’è di più, c’è anche la percezione che qualcosa sia sbagliato.

In quello stato di intima fragilità, le paure si insinuano come una muffa che deteriora la mente agli angoli, la rende debole. Paradossalmente pronta ad accogliere in pieno l’inquietudine. Lo sapeva bene David Lynch che utilizzava queste suggestioni liminali per incastonarci i suoi simboli onirici. Lo comprende bene anche Kane Parsons, il regista del momento, figlio del web che ha segnato i suoi inizi, ora al cinema con il film al cinema, prodotto da A24, che sta facendo tanto parlare: “The Backrooms”, le stanze sul retro.

Il fenomeno creepypasta

Il fenomeno è nato su internet, con la pubblicazione, nel 2019, di una foto anonima su 4chan. L’immagine ritraeva un comune ufficio con moquette e luci fluorescenti ed era accompagnata da un testo che immaginava quelle stanze come una dimensione parallela infinita in cui restare intrappolati. Un incubo escheriano.

Da lì la community trasformò l’immagine in una creepypasta collettiva (moderne leggende metropolitane digitali). Grazie a un’analisi incrociata dei metadati della foto, gli utenti riuscirono anche a risalire al luogo reale: la stanza immortalata si trovava all’interno di un ex negozio della catena HobbyTown a Oshkosh, nel Wisconsin, negli Stati Uniti.

La foto sarebbe stata scattata nel 2002 durante lavori di ristrutturazione degli ambienti. La sensazione quasi di vertigine emotiva, che aveva scatenato quell’immagine, diede il via a un filone immaginifico particolare e diede impulso al film che sta creando grande dibattito in rete.

Le Backrooms sono dei rami di un albero con molte fronde, che ha radice negli spazi liminali – zone di confine, transitorie e comuni –, nei non-lieux, i non-luoghi di Marc Augé, in cui strutture omologate e impersonali producono un’esperienza anonima e transitoria e dove l’individuo esiste soltanto come utente temporaneo dello spazio, un volto nella folla che il luogo non definisce, non cambia, non eleva; nell’eterotopia, di cui parlò Michel Foucault nella conferenza “Des Espace Autres” del marzo 1967, secondo cui cui alcuni spazi creano delle zone che mettono in discussione la realtà mostrando che ciò che consideriamo reale è solo illusorio (l’esempio discusso furono i bordelli, che creavano uno spazio separato e illusorio rispetto alla vita quotidiana), nell’estetica Junkspace (di cui parla Rem Koolhaas) dei centri commerciali e degli hotel, ad esempio, cioè un’architettura senza memoria, senza centro, senza profondità simbolica, mero frutto del capitalismo, profana, climatizzata, frammentata.

Nel film di Parsons, l’autore riprende il filone cominciato sul suo canale YouTube, Kane Pixels, che attinge dalla fotografia anonima del 2002 per amplificare il concetto. Quelle stanze anonime e ripetitive celano realtà di un mondo alternativo e alterato in cui si entra per caso e sfortuna attraverso ingressi nascosti. In queste fenditure del reale ci si può perdere, e si può perdere la ragione inseguendo una via d’uscita impossibile quanto percorrere la scala di Penrose, che intrappola lo sguardo in un paradosso geometrico.

Relativity, una delle opere più celebri di M. C. Escher, realizzata nel 1953.

Il terrore che si prova nelle Backrooms è primariamente ambientale. Il trovarsi in uno spazio desolato, ripetitivo, mima la sensazione del sogno in cui la fuga è sempre rallentata e disorientata e il soggetto agente (il sognatore) è solo inseguito da ombre che non vede, ma percepisce. 

Da Borges a Lovecraft, da Kafka a King a Shirley Jackson, i luoghi diventano materia da incubo: si annodano, si intersecano, diventano obliqui, instabili, respirano quasi fino a inghiottire gli sventurati in subluoghi, divisi dal reale da una sottile membrana, in cui perdersi per sempre.

Le Backrooms attingono dalla simmetria kubrickiana, dalla sospensione temporale di Resnais, contaminata da estetiche found footage ed estetiche analogiche in bassa risoluzione da VHS, con suoni totalmente ambientali e continui. La luce è piatta e fluorescente e il vuoto umano amplifica la tensione rendendo anomala la percezione del luogo, che la mente riconosce familiare. E in questo si sfiora anche l’estetica dreamcore, che cerca di riprodurre la sensazione dei sogni: la proiezione di ambienti familiari ma alterati, sospesi, malinconici o inquietanti, scuriti dalla sensazione persistente che tutto fuori posto e alieno.

Perché la liminalità crei inquietudine, anche in assenza di elementi chiaramente terrorizzanti, lo spiega l’origine di questo termine legato all’antropologia. Il concetto nasce con Arnold van Gennep, antropologo francese vissuto a cavallo tra 800 e 900, che approfondì gli studi sui “riti di passaggio” considerati, appunto, quelle fasi liminarie, di transizione, in cui il soggetto, crescendo, è uscito da una fase della sua vita, ma ancora non è entrato in quella successiva. Victor Turner, in seguito, sviluppò il concetto associandolo a una condizione di sospensione, ambiguità e destabilizzazione.

Il concetto traslato ai luoghi spiega perché la visione di spazi liminali provochi un misto di familiarità, quasi attrattiva, e allo stesso tempo una percezione respingente.

Una scena del film \\\"The Backrooms\\\"

Freud acciuffa il senso del concetto nel saggio “Das Unheimliche” (“Il perturbante”), cavalcando l’opera “On the Psychology of the Uncanny” (“Sulla psicologia del perturbante”) di Ernst Jentsch, il quale sosteneva che l’inquietudine nasce soprattutto dall’incertezza intellettuale e dall’ambiguità percettiva. Fa paura ciò che il cervello non riesce a classificare.

Freud aggiunse che a turbare fosse anche qualcosa di familiare che riemerge in modo deformato dagli anfratti della memoria. Come avviene per i luoghi che la memoria ha accantonato nel passato e che improvvisamente riaffiorano, ma che la mente non riesce a elaborare in modo rassicurante. 

La Valle del perturbante

Nei rami del liminare s’impiglia anche il concetto di “Uncanny Valley” (Valle perturbante), coniato dallo studioso di robotica giapponese Masahiro Mori per descrivere la reazione psicologica davanti alla somiglianza, quasi perfetta, di un robot con un uomo. L’istinto che registrò Mori fu di disagio, repulsione, inquietudine perché il cervello elaborava un volto che sembrava umano, consapevole che non lo fosse, cagionando un cortocircuito tra percezione e cognizione.

Un po’ come avviene per chi soffre di coulrofobia, paura dei clown. Il meccanismo è simile: la mente non riesce a interpretare bene i tratti umani alterati dal sorriso sproporzionato, gli occhi ingigantiti dal trucco, la pelle imbiancata di cerone, e traduce l’immagine come una minaccia. È il meccanismo che scatta, per alcuni, anche davanti alla foto di un semplice ufficio, senza arredi, con un neon che ronza e una vecchia moquette sul pavimento. Basta così poco a farci paura.