L’America si prepara ad assistere alla gara dei coraggiosi cento. Dal cippo della partenza, dove la prima competizione è cominciata con una bella schioppettata (c’è sempre qualcuno che se la fa sotto e si blocca o forse vuole solo vedere se sparano sul serio a un ragazzino inerme) ad oggi, la maratona conserva ancora il suo fascino fatto di resistenza e motivazione (suono di tromba, fischi dei cingolati militari. Applausi).

La folla si accalca come iene intorno a una bella carogna ancora succosa, bambini con le bandierine (qualcuno è salito sulle spalle del papà), macchine fotografiche. C’è chi spera che qualche concorrente perda subito qualcosa per strada: una bisaccia, una moneta, un berretto, magari una scarpa. Souvenir da far diventare blu d’invidia il vicinato.

Dal Canada al Maine, al passo di 4 miglia l’ora e senza mai fermarsi, la lunga marcia da due anni a questa parte è l’evento degli eventi. La gente si diverte, e se la gente si diverte sta tranquilla, anche se le cose in giro non hanno preso una buona piega, anche se c’è il coprifuoco, i soldati girano armati e si muore di fame specie nelle periferie. Un po’ di svago è proprio quello che ci vuole. Un po’ di svago e un po’ di dolore altrui. In fondo è vero, vince solo uno, ma il premio in palio è il migliore che si possa immaginare: avere tutto quello che si desidera per tutto il resto della vita.

C’è un “ma”: nessuno dei concorrenti dovrà mai, e proprio mai, rallentare o fermarsi fino alla meta. Il regolamento è rigidissimo: alla terza ammonizione si è fuori. Fuori dalla gara, dal percorso, dalla vita.

Ray Garraty ha sedici anni e, guardandosi intorno, vede ragazzi come lui. Ovali bianchi e capelli disordinati. Qualcuno trema, qualcuno fa lo sbruffone, qualcuno non ha capito che dovrà camminare parecchio, e con quelle dannate scarpe scomode che ha indossato non andrà lontano. Tutti sanno che alla terza ammonizione i soldati faranno fuoco e punteranno alla testa. Ma cosa ha da perdere, in fondo? Se lo chiede per darsi coraggio, anche perché è tardi per ritirarsi: il termine è scaduto e se non si pianta su quell’asfalto bollente che tremola all’orizzonte, lo faranno fuori lo stesso. E allora si parte. Nella testa a fuoco il “consiglio 13”: risparmiare le energie, quando si può.

Il romanzo The Long Walk

Con “La lunga marcia” Stephen King ci accoglie in un mondo distopico in cui la dittatura di un uomo chiamato solo il Maggiore ha conquistato il potere regalando la cosa più pericolosa di tutte, la speranza, luccicante specchietto per allodole piegate dal regime militare.

Il 12 settembre negli Usa il film tratto dal primo romanzo mai scritto da Stephen King (Carrie fu il primo ad essere pubblicato) arriverà in sala con la regia di Francis Lawrence (qui il trailer). L’autore del Maine alla fine degli anni Sessanta lo buttò giù pensando al Vietnam non immaginando che restasse terribilmente attuale per quasi sessant’anni. Ma non era la sua firma quella scritta sotto il titolo. Lì c’era un altro nome. Richard Bachman.

Who is Richard Bachman?

Richard Bachman era un ottimo scrittore. Si deve sempre dir bene degli estinti, così poco importa che non fosse un pezzo d’uomo chissà che, neanche troppo simpatico o particolarmente bello. Con le storie ci sapeva fare e l’ha dimostrato sul campo, prima di lasciarci le penne per diagnosticata schizonomia detta anche “cancro dello pseudonimo”.

Campato nella Marina degli Stati Uniti e pasciuto nella guardia costiera, a un certo punto Dick Bachman si è ritirato nelle campagne del New Hampshire a coltivare un piccolo appezzamento di terreno con sua moglie, Claudia Inez Bachman.

Nel suo buen ritiro, tra motozappe e pick-up, scoprì la passione per la scrittura partorendo buoni romanzi, tra questi Ossessione, La Lunga Marcia, L’occhio del male, L’uomo che corre.

Libri venduti in decine di migliaia di copie grazie al passaparola. Niente battage pubblicitario, niente espositori all’ingresso delle librerie, neanche una mezza fascetta o un ospitata a un programma del mattino.

La tragica morte di suo figlio caduto in un pozzo e annegato a sei anni, forse contribuì ad alimentare in lui il sacro fuoco della letteratura o forse no. Forse già esisteva e bruciava da tempo, forse tutta questa faccenda di Bachman fu solo un sedersi e guardare cosa succedeva se anziché stampare sulla copertina il nome “Stephen King” fosse comparso quello di un perfetto sconosciuto. Non è una stranezza, almeno non più del segreto desiderio di partecipare al proprio funerale.

Bachman, sopravvissuto a un tumore al cervello, morì comunque presto. E sarebbe finito tutto così, con un talento strappato alla vita prematuramente, se non fosse stato per un libraio curioso (ficcanaso scriverebbe qualcuno), di nome Steve Brown, che aveva notato come lo stile di quei libri somigliasse in modo impressionante a quello di un altro autore ben più noto.

Facendo un semplice controllo alla Biblioteca del Congresso, i suoi sospetti diventarono certezze. Le ricevute dei diritti portavano da tale Bachman Richard a tale King Stephen Edwin, Maine.

Bingo. King camminando a mani alzate, a quel punto non fece resistenza. «Sono io, siamo la stessa  persona», confessò e nessuno gli lesse per questo i suoi diritti, né lo interrogò in una stanzetta con specchi alle pareti.

King-Bachman

King scelse Richard per nome, in omaggio a Richard Stark, giallista (nome d’arte di Donald E. Westlake), ma la decisione sul cognome fu qualcosa di più estemporaneo, quasi una scena da commedia con Hugh Grant (ricordate la parte di “Cavalli e segugi” in Notting Hill?): il suo editore se ne stava di fronte a lui e lo incalzava: «Steve, come vuoi chiamarti? Qualche idea?» mentre nell’aria andavano le note dei Bachman-Turner Overdrive. «Bachman, è perfetto».

A quel suo alter ego King dedicò “La metà oscura” quando ormai il suo alias era sotto undici piedi di terra (narrativamente parlando) e forse non se ne sbarazzò mai del tutto, preda del dubbio che a quanto pare non smette di attraversargli la testa: piaccio io o quello che scrivo? Sembra questa la domanda che percorre le righe di quella prefazione che introduce alla raccolta dei romanzi firmati Bachman (due furono anche ritrovati “postumi”…).

I libri di Bachman più noti

E a proposito dell’eredità letteraria di Bachman, “Ossessione” fu ritirato dal commercio. “Ora è fuori stampa, ed è una buona cosa”, scrisse King a margine dell’ultima edizione del 2007. Fu dopo quel primo dicembre 1997 quando a West Paducah, Kentucky, Michael Carneal, un ragazzo di 14 anni, aprì il fuoco su un gruppo di studenti, uccidendone tre e ferendone altri sei. Nel suo armadietto fu trovata una copia di “Ossessione” che racconta una storia simile. King ne rimase colpito e chiese che non fosse più stampato.

“L’occhio del male” racconta invece di un uomo, un avvocato, il classico Wasp con bella casa, bella moglie, figli perfetti e un buon conto in banca, che capirà a caro prezzo che l’attenzione alla guida è fondamentale e che per certe cose sempre meglio aspettare di appartarsi e spegnere il motore. Un giorno la sua esuberante consorte Heidi, decide di fargli un servizietto mentre percorrono la città a bordo della loro auto di lusso. Una vecchia zingara finirà sotto le ruote non prima di aver scagliato la sua maledizione («Dimagra») all’avvocato panzuto “Billy” Halleck.

“The roadwork” mescola dramma esistenziale a dramma edilizio. Siamo dalle parti di Un giorno di ordinaria follia perché un uomo senza nome, provato da un lutto familiare e da una dolorosa separazione, si arma fino ai denti, acquista un revolver 44 Magnum e un fucile da caccia per far capire a chi minaccia di demolire la sua casa per costruirci un passaggio dell’interstatale, che lui non ha intenzione di sloggiare. Magari bastava un buon avvocato (un tale Saul Goodman avrebbe fatto al caso suo).

“Hunger Games” deve più di un favore a “L’uomo in fuga”, altro romanzo bachmaniano. Fa un po’ il paio con “La lunga marcia”, ma punta ancora di più sull’elemento mediatico. Nel 1987 uscì in sala L’implacabile, con protagonista Arnold Schwarzenegger, tratto dalla storia di King-Bachman, ma tra qualche mese è atteso un altro adattamento, che sarà molto più fedele al libro per la regia di Edgar Wright con Glen Powell nel cast.

Ambientato proprio nel 2025 (il libro è del 1983), il romanzo dipinge una società spietata in cui l’unica arma di distrazione di massa è la televisione. Un uomo, Ben Richards, si candida per partecipare a un format prodotto dalla Games Federation, che propone show violentissimi in cui il divertimento va di pari passo col sangue versato dai concorrenti. Diventa così il concorrente de “L’uomo in fuga” cominciando una corsa disperata di nove giorni attraverso il Paese, cercando di fuggire dai cacciatori che tenteranno di ucciderlo prima del traguardo. King raccontò di aver scritto la storia in 72 ore. Ci mise meno lui a scrivere che Ben Richards ad andare da Boston a Bangor.

«Bachman era il luogo dove andavo a sfogarmi (…) buon per me che non ho ucciso nessuno, giusto?» scrisse King stesso nella prefazione a The Bachman Books. Ma si sbagliava. Forse Bachman non doveva morire.