L'evento dedicato allo scrittore riunisce studiosi, amministratori e rappresentanti della Regione. Sullo sfondo resta il contenzioso amministrativo che coinvolge la Fondazione Alvaro e le sue prospettive future
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Nella notte tra il 10 e l'11 giugno 1956 moriva a Roma, nell'appartamento che si affacciava su piazza di Spagna, Corrado Alvaro. Una morte prematura, causata da una malattia tumorale, che spense a sessantuno anni uno dei massimi scrittori e intellettuali italiani, come attestò allora il coro dei necrologi, tra i quali spiccava quello di Eugenio Montale.
L'11 giugno 2026, a settant'anni esatti dalla sua morte, la Luiss Guido Carli, prestigiosa università romana, ha organizzato – grazie all'opera sapiente di Francesco Maria Spanò, direttore del Dipartimento Cultura e calabrese di Gerace – un'importante manifestazione dal titolo: «Corrado Alvaro, Luigi Pirandello, Renato Guttuso: maschere e modernità nel Novecento italiano», finalizzata «a interrogare criticamente il ruolo delle humanities all'interno dell'università contemporanea, con particolare riferimento a un Ateneo come la Luiss Guido Carli, storicamente connesso al sistema produttivo, istituzionale e imprenditoriale», come ha spiegato il curatore.
Si è trattato di una riflessione interdisciplinare sul Novecento italiano attraverso il confronto tra tre figure centrali della cultura europea del secolo scorso: Alvaro, Pirandello e Guttuso. Letteratura, arti visive, memoria civile e riflessione politico-sociale sono state poste in relazione, evidenziando la capacità della produzione culturale novecentesca di offrire ancora oggi categorie interpretative utili alla comprensione della contemporaneità. Se Pirandello rappresenta la crisi del soggetto moderno e Guttuso restituisce in forma visiva le tensioni civili e politiche del Novecento, Alvaro appare oggi come uno degli intellettuali italiani che più precocemente hanno interpretato le contraddizioni della modernità globale.
Si sono succeduti interventi di altissimo profilo, dopo la premessa, dotta e affascinante, di Francesco Maria Spanò: da Annamaria Andreoli, massima studiosa di Pirandello, a Luigi Scaffidi, della Nave di Teseo, casa editrice che pubblicherà l'Edizione Nazionale di Corrado Alvaro; da Roberto Cotroneo, scrittore, critico ed editore, a Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, che organizza il Premio Strega, quest'anno impreziosito da una titolazione alvariana; da Mariastella Margozzi, storica dell'arte, a Paolo Di Paolo, noto scrittore e critico, fino al sottoscritto, nella veste di presidente dell'Edizione Nazionale Alvariana.
Mentre pronunciavo il mio intervento scorrevano sullo schermo le bozze, cartacee e digitali, della sua ormai prossima realizzazione e, in chiusura, il volume che ho scritto per LaC, «Leggendo Alvaro», scaricabile gratuitamente da questa sede e, nella versione cartacea, donato alla Regione Calabria affinché venga stampato e distribuito agli studenti più meritevoli dell'ultimo anno delle scuole superiori.
Soprattutto, vi sono state due presenze di fondamentale importanza: il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, e l'assessora all'Istruzione, Eulalia Micheli. Occhiuto ha sottolineato di aver fortemente voluto essere presente, rimanendo fino al termine della manifestazione, per testimoniare simbolicamente la rilevanza dell'evento, che ha aperto ufficialmente l'Anno Alvariano, e per ribadire come l'anima della Calabria sia indissolubilmente legata ad Alvaro e alla sua opera, nella quale il mito della tradizione si fonde con la modernità in un unico sistema vitale. A lui e all'assessora va il nostro ringraziamento, ma anche quello dell'intera Calabria.
Il giorno successivo è arrivata la grande notizia: il TAR ha accolto il ricorso presentato dal sottoscritto e da Tonino Perna, rispettivamente presidente e vicepresidente della Fondazione Corrado Alvaro, accogliendo integralmente le nostre ragioni in una sentenza che i giuristi – come è noto, io non lo sono – hanno definito esemplare.
Secondo il parere dei legali, si tratta di una sentenza autoesecutiva, che rimette in carica l'intero Consiglio di amministrazione sciolto. Per questo motivo ho convocato una seduta per il 19 giugno. Nel pomeriggio del 18 giugno, con perfetto tempismo, la Prefetta di Reggio Calabria – cui si deve lo scioglimento del Consiglio comunale di San Luca e della Fondazione, alla quale erano stati contestati inattività e oscure connessioni mafiose – ha chiesto all'attuale presidente la convocazione del CdA insediatosi a gennaio e, secondo la sentenza del TAR, decaduto, dettandone anche l'ordine del giorno.
Avremmo potuto, e forse dovuto, assumere un atteggiamento meno arrendevole. Ma io e Perna siamo uomini delle istituzioni: non conduciamo guerre di posizione, di prevalenza o di arroganza, bensì battaglie fondate sul principio di giustizia e sul principio democratico.
Pochi giorni dopo ci è stata notificata la comunicazione con cui la Prefettura, tramite l'Avvocatura dello Stato, ha presentato ricorso al Consiglio di Stato. E qui ci troviamo di fronte a una situazione quasi pirandelliana: lo Stato che fa ricorso contro lo Stato.
Mi chiedo allora quanto sia costata ai contribuenti questa vicenda. Sarebbe interessante saperlo. E non posso fare a meno di pensare a quante energie siano state sottratte, oltre ai costi considerevoli – che conosco bene, avendo sostenuto personalmente le spese legali – a questioni di importanza vitale, come, ad esempio, la situazione ignobile, disumana e inaccettabile di Arghillà.
Mentre lo Stato, in modo quasi pirandelliano, fa causa a sé stesso, mettendo in atto ogni forma di ostruzionismo, io, sottoposto ad accuse gravissime e perfino all'ipotesi, tanto infondata quanto offensiva, di una presunta collusione con il potere mafioso, continuo a lavorare per le istituzioni.
Mentre io sostengo personalmente le spese, coloro che hanno promosso e portato avanti questa vicenda non pagano nulla, né pagheranno gli ingentissimi danni morali e d'immagine provocati dalle ipotesi diffamatorie avanzate. A pagare sarà ancora una volta lo Stato e, quindi, tutti i cittadini. Sarebbe un gesto di responsabilità se fossero invece i diretti protagonisti della vicenda ad assumersi gli oneri economici. Ma questa resta, purtroppo, una pura utopia.
Nel frattempo, il sottoscritto, distolto solo in parte dai propri gravosi impegni istituzionali e scientifici – è difficile, per chi non abbia mai svolto attività di ricerca, comprendere quanto essa richieda in termini di tempo ed energie – ha continuato a svolgere il proprio ruolo istituzionale, presiedendo diverse Edizioni Nazionali, tra le quali quella dedicata ad Alvaro rappresenta certamente la più impegnativa, e promuovendo le iniziative celebrative alvariane.
Grazie all'opera, mai abbastanza lodata, di Santo Strati, direttore di Calabria.live, è stata pubblicata la monografia «Alvariana», curata da lui e dal sottoscritto, un volume di straordinario valore scientifico e grafico, liberamente scaricabile e destinato a rimanere nel tempo, poiché raccoglie contributi di assoluto rilievo.
Qualche giorno fa ho inoltre licenziato, insieme a Raffaele Giglio, direttore della rivista «Critica Letteraria», la più importante del Mezzogiorno nel settore e classificata in fascia A, un numero speciale interamente dedicato a Corrado Alvaro.
Confesso di esserne fiero. È la prima volta che ciò accade dopo molti decenni, così come è la prima volta, in oltre 150 anni, che uno scrittore calabrese viene celebrato attraverso una propria Edizione Nazionale.
Ribadisco che, senza quei sospetti tanto oltraggiosi quanto infondati, non avrei mai presentato ricorso al TAR. A questo punto l'opinione pubblica può legittimamente interrogarsi su chi sia davvero più fedele allo spirito della nostra Costituzione: se lo Stato che fa causa allo Stato oppure chi lavora per esportare nel mondo la cultura calabrese.
È ciò che ho cercato di fare per tutta la mia vita di storico della letteratura italiana, occupandomi, da Dante in poi, di numerosi ambiti della ricerca. Un lavoro riconosciuto praticamente da tutti, con una sola, e poco lodevole, eccezione.
Il tempo pronuncerà le sue sentenze più severe: quelle morali.

