Dopo l'ordinanza di chiusura della struttura ricettiva scattata in seguito ai controlli, il prof. Paolo Calabrò, docente di Ingegneria Sanitaria e Ambientale dell'Università Mediterranea, spiega come si trasmette la legionella, perché le alte temperature ne favoriscono la proliferazione e quali misure possono ridurre il rischio
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La chiusura di un hotel nel centro di Reggio Calabria per la presenza di legionella riaccende l'attenzione su un batterio tanto conosciuto quanto spesso poco compreso. L'ordinanza firmata dal sindaco Francesco Cannizzaro è scattata dopo gli accertamenti dell'Arpacal e del Dipartimento di Prevenzione dell'Asp, che hanno rilevato valori superiori ai limiti consentiti. La struttura potrà riaprire soltanto dopo la bonifica degli impianti e il superamento dei successivi controlli.
Per comprendere meglio le modalità di diffusione del batterio e i reali rischi per la salute, abbiamo approfondito il tema con il prof. Paolo Calabrò, docente di Ingegneria Sanitaria e Ambientale del Dipartimento DICEAM dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria, specializzato su sistemi idrici e fognari urbani, trattamento delle acque sia reflue che potabili (depuratori e potabilizzatori), gestione e valorizzzione dei rifiuti sia urbani che speciali, valorizzazione dei rifiuti. Il docente invita innanzitutto a mantenere il giusto equilibrio. «Dal punto di vista dell'ingegneria sanitaria e ambientale il rischio è non trascurabile, ma non si deve esagerare». La prima precisazione serve infatti a sgombrare il campo da uno degli equivoci più diffusi: «Non esiste la possibilità di un contagio da un malato a un sano». La legionellosi, spiega Calabrò, è provocata da un batterio che prolifera negli ambienti idrici e che «può entrare nel nostro organismo tramite aerosol», cioè attraverso le micro-goccioline che si respirano sotto la doccia o in prossimità di un impianto di climatizzazione contaminato. L'ingestione dell'acqua, invece, rappresenta un'ipotesi del tutto residuale: «In teoria si può trasmettere bevendo l'acqua, ma solo se finisce nei polmoni».
Il caso reggino arriva nel pieno di un'estate caratterizzata da temperature elevate, condizioni che possono favorire la proliferazione del batterio. «Può essere che anche le temperature così elevate di questi giorni abbiano giocato un ruolo», osserva il docente, ricordando che «sotto i 20 gradi il batterio non si moltiplica velocemente, sopra i 50 gradi muore». È quindi nella fascia intermedia di temperatura, soprattutto in presenza di acqua stagnante, che tubature, serbatoi e impianti diventano l'ambiente ideale per la sua crescita. Sui motivi specifici che hanno portato alla contaminazione della struttura reggina, Calabrò invita però alla prudenza: «Non capiamo ancora, non essendo note le informazioni di dettaglio, quale sia stato il motivo». Resta il fatto che la normativa impone protocolli di prevenzione, manutenzione e controlli periodici che, nella maggior parte dei casi, consentono di evitare situazioni di questo tipo.
Anche quando possono apparire eccessive, quelle procedure hanno una funzione ben precisa. «Sono questi casi che ci fanno capire come determinate misure che sembrano vessatorie o burocratiche in realtà non lo siano», sottolinea il prof. Calabrò. «Servono a prevenire malattie che, quando si manifestano, possono avere anche esiti infausti per le persone più deboli. La mortalità non è elevata, ma non è zero». Allo stesso tempo, il docente evidenzia come in questa vicenda abbia funzionato la cosiddetta prevenzione secondaria: «È importante che questo avviso dato dall'Asp abbia consentito di prendere le misure necessarie di manutenzione e debellare il focolaio».


