Piaccia o no, il loro contributo si è rivelato determinante per garantire continuità delle cure e tenere aperti interi reparti ospedalieri. Ora che il governo degli Stati uniti vorrebbe rimandare a casa i 400 medici cubani che da tre anni prestano servizio in Calabria, sono in tanti a chiedersi quali potrebbero essere le ripercussioni per la sanità regionale.

Nella provincia di Vibo Valentia ne sono arrivati 30. Poco più della metà, 16, lavorano all’ospedale Jazzolino, il resto a Tropea e Serra San Bruno. Sono cardiologi, medici dell’emergenza-urgenza, specialisti di terapia intensiva e rianimazione, di malattie infettive, ecc.

Roldan Valdés González, giovane specialista di Terapia intensiva in servizio nel reparto di Anestesia e rianimazione di Vibo Valentia, è il coordinatore della missione dei medici caraibici nell’intera provincia.

La vicenda dei medici cubani in servizio in Calabria e delle pressioni del governo Trump per rimandarli a casa. Sono circa 400 i camici bianchi caraibici nella nostra regione e con il loro lavoro contribuiscono a tenere aperti i reparti ospedalieri. Abbiamo incontrato uno di loro, in servizio allo Jazzolino di Vibo Valentia

«Nessuna sanità nel mondo è perfetta - dice in un’intervista che ci ha rilasciato in esclusiva -, ma noi qui ci troviamo molto bene. Il vostro è un sistema sanitario molto simile a quello cubano e lavoriamo in grande sintonia con i colleghi italiani. Anche dal punto di vista tecnologico, la sanità è simile a quello cubana e le malattie vengono trattate allo stesso modo».

Nello stesso reparto presta servizio la moglie del dottor Valdés, anestesista. Il loro arrivo ha contribuito a sopperire ad una storica carenza di figure specialistiche. Come spiega il primario, Peppino Oppedisano. «Abbiamo ricevuto questo apporto di due colleghi cubani in un momento di grande difficoltà e carenza di medici anestesisti-rianimatori. Abbiamo la fortuna di avere con noi una bravissima dottoressa anestesista e un bravissimo interventista. Quindi, è certo che ne abbiamo giovato in questo momento di grande difficoltà e carenza professionale, grazie al loro impegno e alla loro grande professionalità».

Anche per la direttrice sanitaria dell’ospedale Jazzolino, Antonella Ascoli, il contributo dei cubani si è rivelato decisivo per mantenere operativi i reparti: «Ci hanno dato una grossa mano e speriamo possano continuare a farlo. Anche dal punto di vista umano, il giudizio è più che positivo: si rapportano bene con i pazienti perché sono molto più portati a fare esami obiettivi».

Il pressing di Trump potrebbe ora portare alla chiusura della “fase cubana” della sanità calabrese, con la Regione che ha già aperto alla collaborazione di altri camici bianchi provenienti dall’Europa e da paesi extra europei, attraverso una manifestazione d’interesse pubblicata il mese scorso e rilanciata in occasione della recente visita del diplomatico statunitense Hammer alla cittadella regionale.

«Noi siamo medici, non facciamo politica - spiega il dottor Valdés -, la nostra politica è salvare vite e fare tutto il possibile per il bene della popolazione calabrese e vibonese. Ci teniamo a fare un buon lavoro ma quella che fa l’America è una brutta politica: un’ingerenza su un Paese come l’Italia e come altri in America Latina. Ma la nostra posizione è sempre rivolta al lavoro dal punto di vista medico, per il bene della popolazione».

Tra Calabria e Cuba resta un legame che va oltre la geopolitica e parla di solidarietà tra i popoli. «Il primo giorno in cui siamo arrivati abbiamo ricevuta una straordinaria accoglienza da parte dell’Asp di Vibo. I calabresi sono molto simili ai cubani: allegri, gentili, e noi ci troviamo molto bene qui. Resteremo qui finché la Regione Calabria e i calabresi avranno bisogno di noi. Questo - conclude Valdés - è il mio messaggio e quello di tutti i medici cubani che lavorano in Calabria».