La segnalazione dell’ex assistente di Pizzo – iscritto alla Sezione Aia di Catanzaro -ha dato il via al fascicolo milanese che coinvolge il designatore Rocchi, che sarà interrogato il prossimo 30 aprile. Tra gli indagati anche Gervasoni e Paterna
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Un nome, una denuncia e una vicenda che oggi scuote dalle fondamenta il sistema arbitrale italiano. È quello del calabrese Domenico Rocca, ex assistente arbitrale di Pizzo e vicepresidente del Consiglio comunale della cittadina vibonese, primo a sollevare il caso (nel maggio 2025) che ha portato all’inchiesta della Procura di Milano.
È da lui che parte tutto. Il suo esposto, presentato nel maggio 2025, rappresenta l’innesco dell’intera vicenda. Un documento lungo e articolato, in cui Rocca mette nero su bianco una serie di contestazioni che riguardano votazioni, criteri di assegnazione, permanenza nelle categorie e graduatorie di merito. Questioni, in gran parte, legate anche a vicende personali: presunti “torti” subiti, decisioni ritenute discutibili o non motivate.
In uno dei passaggi più significativi, Rocca scrive che «le designazioni – per 13 partite di Serie B e una di Serie A – non hanno mai tenuto conto delle precedenti valutazioni, ma sono state effettuate sulla base di criteri inesistenti. Non ci sono criteri per l’accoppiamento, per la designazione dell’arbitro, per la gara». Una presa di posizione netta, che si accompagna alla denuncia di aver subito una sorta di mobbing: «Sono stato penalizzato», sostiene, chiamando in causa la Commissione Arbitri Nazionale della Ficg e lo stesso designatore Gianluca Rocchi.
Classe 1984, docente di diritto in un liceo di Bergamo, Rocca ha arbitrato fino alla Serie C per poi diventare assistente in Serie A e B. A fine stagione 2024/2025 decide di formalizzare tutto in una lettera-denuncia indirizzata all’Aia. Un atto che inizialmente resta confinato nell’ambito sportivo, ma che nel tempo si trasforma nel punto di partenza dell’indagine penale. Nei giorni scorsi, dopo l’esplosione del caso, lo stesso Rocca ha affidato ai social un messaggio emblematico: «Chi di spada ferisce, di spada perisce».
L’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Maurizio Ascione, entrerà in una fase cruciale il 30 aprile, quando è previsto l’interrogatorio del designatore Rocchi, autosospesosi dall’incarico. La difesa, rappresentata dall’avvocato Antonio D'Avirro, sta valutando se rispondere alle domande o avvalersi della facoltà di non rispondere: «Le contestazioni sono generiche, non si capisce molto», ha spiegato il legale, sottolineando anche come non siano chiari i soggetti che avrebbero concorso nell’ipotesi di reato.
Nel frattempo, la Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati, oltre a Rocchi, anche Andrea Gervasoni e Daniele Paterna. Tre nomi chiave di un’indagine che si muove sull’ipotesi di frode sportiva e che punta a fare luce su presunti condizionamenti nelle designazioni arbitrali e nelle dinamiche del Var.
L’incipit dell’inchiesta penale risale al 23 luglio 2025, quando Rocca – secondo quanto riportato dall’Agi – viene ascoltato come persona informata sui fatti dallo stesso pm Ascione, in una caserma della Guardia di Finanza. Un’audizione durata circa due ore, durante la quale l’ex assistente ripercorre i contenuti della sua denuncia, soffermandosi anche sulle presunte “bussate” nella sala Var di Lissone per orientare le decisioni degli ufficiali di gara.
Un quadro che, inizialmente, non aveva trovato riscontri sul piano sportivo. La Procura federale della Figc, guidata da Giuseppe Chinè, aveva aperto un’indagine subito dopo l’esposto, ascoltando tutti i soggetti coinvolti. Ma al termine degli accertamenti, il 29 luglio 2025, il procedimento venne archiviato: «Non sono emerse fattispecie di rilievo disciplinare», si leggeva nella nota ufficiale.
Una decisione che ha lasciato strascichi, anche perché Rocca non ricevette né le motivazioni dell’archiviazione né il verbale delle proprie dichiarazioni. Secondo quanto chiarito dallo stesso Chinè, il Codice di giustizia sportiva non prevede la trasmissione automatica di tali atti, se non su richiesta formale dell’interessato.
Nonostante ciò, Rocca ha scelto di andare avanti, rivolgendosi alla giustizia ordinaria. Ed è proprio questa scelta ad aver acceso definitivamente i riflettori su una vicenda che oggi si muove su un piano ben più ampio, tra ipotesi di reato, interrogatori imminenti e possibili sviluppi anche sul fronte sportivo.
Un’inchiesta che, partita dalla Calabria e dalla denuncia di un singolo tesserato, è diventata un caso nazionale. E che ora, con l’interrogatorio del 30 aprile, entra nella sua fase più delicata.




