Gruppi industriali a Nord, risorse naturali tra Serre e Marchesato: l’ultimo progetto ripropone la questione della proliferazione selvaggia degli impianti. Il confine tra transazione verde e trasformazione del territorio in un distretto energetico al servizio di altri territori
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Lombardia, Alto Adige, Veneto. I gruppi industriali sono tutti al Nord, le risorse naturali tra le province di Catanzaro, Vibo Valentia e Crotone: il vento soffia su Serre Vibonesi e Marchesato, progetti e profitti vedono protagonista l’altra parte dello Stivale. Un cliché che va avanti da anni, da un’amministrazione regionale all’altra, secondo schemi consolidati. Gli impianti eolici aumentano di pari passo con la preoccupazione degli ambientalisti per la loro crescita selvaggia: più business che cura per il pianeta. LaC News24 vi ha raccontato negli ultimi giorni due nuove idee green: la prima, nel Catanzarese, 4 pale di un’altezza massima di 200 metri, è avversata dai Comuni di Argusto, Cardinale e Gagliato; la seconda, sette torri nel Vibonese, ha provocato la reazione delle amministrazioni di Polia, Filadelfa, Monterosso Calabro e Maierato.
E un nuovo parco eolico, il più recente dell’infornata, è pronto ad aggiungersi alla mappa già fitta degli impianti presenti in Calabria. La Repower Renewable S.p.A., società con sede a Venezia, ha presentato lo Studio di impatto ambientale per il parco eolico denominato “Cirò”, previsto nei territori comunali di Cirò e Carfizzi, in provincia di Crotone.
Il progetto prevede l’installazione di cinque aerogeneratori da 6 megawatt, per una potenza complessiva di 30 megawatt, affiancati da un sistema di accumulo energetico da 20,8 megawatt con batterie agli ioni di litio. L’energia prodotta sarà immessa nella Rete di trasmissione nazionale, attraverso una nuova stazione elettrica collegata alla linea a 150 kV.
Energia pulita e numeri della transizione
L’impianto – secondo lo Studio d’impatto ambientale – sarà in grado di produrre 74.034 MWh di energia elettrica all’anno, evitando l’emissione di oltre 38mila tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Numeri che, nelle intenzioni del proponente, collocano il progetto all’interno degli obiettivi europei di riduzione delle emissioni e della strategia nazionale sulle fonti rinnovabili. La società sottolinea anche le ricadute economiche e occupazionali, stimando circa 60 posti di lavoro nella fase di costruzione, oltre a royalties per i Comuni e compensazioni per i proprietari dei terreni.
Territorio agricolo e impatti dichiarati “compatibili”
L’area interessata dal progetto è descritta come un paesaggio agricolo-rurale, caratterizzato da seminativi, uliveti e vigneti, con una morfologia collinare tipica del Marchesato crotonese. Gli aerogeneratori, alti oltre 200 metri alla punta delle pale, saranno collocati a diversi chilometri dai centri abitati.
Lo Studio di impatto ambientale conclude che gli effetti su rumore, vibrazioni, campi elettromagnetici e qualità dell’aria rientrano nei limiti di legge. Anche l’impatto visivo, pur riconosciuto come inevitabile, viene giudicato non compromissorio, escludendo la creazione di un “effetto selva” e prevedendo misure di mitigazione paesaggistica.
Per quanto riguarda flora e fauna, il documento descrive un contesto già fortemente antropizzato, con biodiversità ridotta. Tuttavia, vista la vicinanza alla Zps (Zona a protezione speciale) “Marchesato e fiume Neto”, è previsto un monitoraggio specifico sull’avifauna e l’adozione di misure preventive per ridurre il rischio di collisioni.
Dismissione e ripristino: le garanzie del progetto
A fine vita utile, l’impianto sarà smantellato, con il ripristino delle aree interessate. Le strutture metalliche saranno avviate al riciclo, mentre le pale saranno recuperate o valorizzate energeticamente. I cavidotti interrati lungo le strade esistenti non verranno rimossi, per evitare nuovi impatti sul suolo.
Eolico in Calabria, tra transizione verde e accuse di colonizzazione energetica
Il progetto del parco eolico “Cirò” arriva in una regione dove il tema delle rinnovabili è sempre più divisivo. Negli ultimi anni, associazioni ambientaliste, comitati civici e amministratori locali hanno denunciato quella che definiscono una proliferazione selvaggia degli impianti eolici, spesso concentrati nelle aree interne e agricole.
Le critiche non mettono in discussione la necessità della transizione energetica, ma puntano il dito contro una pianificazione ritenuta insufficiente o sbilanciata, che rischia di trasformare ampie porzioni della Calabria in un distretto energetico al servizio di altri territori, senza adeguate ricadute locali.
Tra i nodi più contestati: il consumo di suolo agricolo, l’impatto cumulativo sul paesaggio, la vicinanza a siti Natura 2000 e rotte migratorie, e la percezione di un coinvolgimento limitato delle comunità locali nei processi decisionali. In più occasioni si è parlato di una vera e propria “colonizzazione energetica”, con grandi impianti calati dall’alto in territori già fragili dal punto di vista economico e demografico.
Negli ultimi anni non sono mancati ricorsi al Tar, stop ministeriali e richieste di moratorie, mentre cresce la pressione per una definizione chiara delle aree idonee e non idonee agli impianti eolici. Una richiesta che arriva anche da chi, pur favorevole alle rinnovabili, chiede regole più stringenti per evitare che la transizione verde si traduca in un nuovo conflitto tra sviluppo e tutela del territorio.
In questo contesto, il parco eolico “Cirò” può diventare l’ennesimo banco di prova di un dibattito che in Calabria è tutt’altro che chiuso: quello tra la necessità di produrre energia pulita e il timore che, ancora una volta, il prezzo più alto venga pagato dai territori.




