C’è stato un tempo in cui ci chiedevamo cosa sarebbe riuscita a fare l’Intelligenza Artificiale. Quel tempo sembra già lontano.

Oggi la domanda è un’altra, più difficile e profondamente umana: fino a dove siamo disposti a lasciarla arrivare?

Non è fantascienza. Non è più soltanto innovazione tecnologica. Nelle ultime settimane alcune delle più grandi aziende che stanno costruendo l’IA hanno iniziato a confrontarsi sulla sicurezza dei sistemi più avanzati. OpenAI, Anthropic e Google DeepMind, concorrenti nella più grande corsa tecnologica del nostro tempo, discutono anche di come renderla più sicura.

Quando coloro che stanno accelerando cominciano a interrogarsi sui freni, è arrivato il momento che la domanda esca dai laboratori e diventi patrimonio della società

Perché l’Intelligenza Artificiale riguarda ormai il modo in cui lavoriamo, studiamo, ci informiamo; ciò che consideriamo vero e ciò che potrebbe soltanto sembrarlo. Riguarda i nostri figli, le loro relazioni, la loro identità digitale. Ed è qui che la questione tecnologica diventa una questione umana.

L’Europa e la frontiera dei minori

L’Europa sembra averlo compreso. L’AI Act ha costruito un quadro normativo sull’Intelligenza Artificiale fondato anche sulla valutazione dei rischi.

E proprio in questi giorni la Commissione europea, con la proposta del KIDS Act, ha posto l’attenzione sulle chatbot e sugli AI companions, affrontando il rischio che sistemi capaci di simulare relazioni umane possono creare dipendenza emotiva sui minori.

Per anni abbiamo discusso del rapporto tra bambini e social network. Oggi siamo già oltre: ragazzi che possono dialogare quotidianamente con sistemi capaci di conversare, consigliare, rassicurare, assecondare, simulare attenzione e perfino empatia.

Una realtà che è già tra noi e alla quale dobbiamo prepararci a rispondere. La tecnologia non entra più soltanto nelle loro mani attraverso uno smartphone: può entrare nelle loro emozioni.

Magnifica Humanitas: rimettere l’uomo al centro

È qui che Magnifica Humanitas di Leone XIV acquista una forza straordinaria.

Il Pontefice non demonizza l’Intelligenza Artificiale. Fa qualcosa di culturalmente più interessante: rimette l’uomo al centro.

Richiama il primato della persona e affida all’intelligenza umana, alla coscienza e alla libertà il compito di guidare l’innovazione e determinarne responsabilmente usi e limiti.

E ci ricorda una differenza essenziale. L’IA può simulare la comunicazione umana, l’empatia, l’amicizia, persino la vicinanza emotiva. Ma non vive l’esperienza che quelle parole rappresentano.

Una macchina può imparare il linguaggio dell’amore senza aver mai amato. Può elaborare milioni di parole sulla sofferenza senza aver mai sofferto. Può parlare della morte senza conoscere la paura di perdere qualcuno. Può simulare una carezza attraverso le parole, ma non potrà sentire il calore di una mano.

Ed è forse proprio questo limite a ricordarci cosa significhi essere umani.

Dalla Calabria, un osservatorio sul futuro

Nell’esperienza maturata in questi anni come Segretario del Comitato Regionale per le Comunicazioni della Calabria e, in particolare, alla guida della Commissione “Comunicazione digitale, Media Education e Intelligenza Artificiale” dell’Osservatorio regionale Media e Minori, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con competenze istituzionali, professionali, giornalistiche e universitarie.

Saperi e sensibilità differenti, accomunati dalla necessità di comprendere una trasformazione che parte anche dalla Calabria, ma guarda inevitabilmente al mondo e ai nuovi confini del Web.

E proprio dalla Calabria arriva oggi un contributo significativo al dibattito sull’IA. L’Università della Calabria sta consolidando il proprio ruolo nella ricerca e nel confronto sull’Intelligenza Artificiale, mentre il rettore Gianluigi Greco coordina il Comitato Nazionale chiamato a supportare l’aggiornamento della Strategia italiana per l’AI 2026-2028.

Un segnale importante: il Mezzogiorno non deve limitarsi ad assistere alla rivoluzione digitale, può contribuire a interpretarla e governarla.

Da questa contaminazione di esperienze ho maturato una convinzione: non possiamo affrontare la rivoluzione digitale soltanto con nuove tecnologie. Abbiamo bisogno di una nuova cultura del digitale.

Media education, giornalismo digitale, web reputation, cyberbullismo, hate speech, metaverso e Intelligenza Artificiale sembrano mondi differenti. In realtà conducono tutti alla stessa domanda: quale spazio vogliamo riservare alla persona nell’ambiente digitale?

È anche da questo percorso che è nata la riflessione sviluppata nella pubblicazione del Co.Re.Com. Calabria “Il futuro è adesso” e, personalmente, nell’idea delle Torri Digitali di Controllo: presìdi di informazione, formazione, ascolto e consulenza per accompagnare cittadini, famiglie e nuove generazioni dentro una trasformazione che non possiamo fermare, ma che abbiamo il dovere di governare.

Non torri dalle quali sorvegliare l’uomo. Torri dalle quali custodirlo.

Umanesimo digitale

È questo, in fondo, il significato che attribuisco all’Umanesimo digitale.

Non scegliere tra uomo e macchina. Non avere paura dell’innovazione. Non rimpiangere un mondo analogico che non tornerà.

Umanesimo digitale significa utilizzare una tecnologia straordinaria senza consegnarle ciò che ci rende irripetibili: libertà, responsabilità, coscienza, relazioni, capacità critica.

E mentre discutiamo di tutto questo, l’Intelligenza Artificiale continua a correre.

Mentre cerchiamo le parole per definirla, cambia. Mentre scriviamo le regole, evolve. Mentre tentiamo di comprenderne gli effetti, entra nelle scuole, nelle redazioni, negli uffici, nelle famiglie e nelle nostre conversazioni quotidiane.

Ai confini dell’Umano

Per questo la domanda decisiva non è se l’Intelligenza Artificiale riuscirà a somigliare sempre più all’uomo.

La domanda è un’altra: quanto l’uomo sarà ancora capace di rimanere umano vivendo ogni giorno accanto all’Intelligenza Artificiale?

È da qui che vorrei partire.

Ai confini dell’IA esiste un territorio ancora immenso da esplorare, dove tecnologia, informazione, educazione, diritti e sentimenti cominciano a incontrarsi e, qualche volta, a confondersi. Lo percorreremo insieme.

E nel prossimo viaggio entreremo nel luogo probabilmente più delicato di tutti: la stanza di un adolescente che conversa, da solo, con un’intelligenza che sembra comprenderlo.

Una presenza che ascolta. Che risponde. Che non si stanca. Che sembra esserci sempre.

Ma chi c’è davvero dall’altra parte?

*Presidente della Commissione “Comunicazione digitale, Media education e Intelligenza artificiale” dell’Osservatorio regionale Media e Minori