Teresa, da cosa nasce la tua passione per l’arte e, in particolare, per l’arteterapia?

Stavo svolgendo un turno in ospedale come camice di corsia, era il 2015, e facevo parte dell’associazione Abio – Associazione per il bambino in Ospedale. All’interno del reparto di oncologia pediatrica si svolgevano laboratori di arteterapia volti al benessere emotivo e al supporto dei bambini ricoverati. Non avevo mai visto applicare tale approccio, ma la cosa mi incuriosì moltissimo, probabilmente per la mia formazione artistica e per l’impatto che l’arte ha sempre avuto nella mia vita. Ho sempre amato disegnare da bambina, e gli amori, si sa, possono prendere diverse inclinazioni e direzioni. Così in me sentii col passare del tempo che un solo linguaggio non era sufficiente e che disegnare non rispondeva più alla necessità di produrre qualcosa di ammirabile e amabile per la propria estetica, ma che qualsiasi forma d’arte potesse invece rappresentare uno strumento per comunicare e mettere fuori da me il mio sentire e il mondo che portavo dentro.

In cosa consiste l’arteterapia?

L’arteterapia è una mediazione artistica che consente di lavorare in ambito riabilitativo, clinico ed educativo. Tutto avviene in uno spazio, il setting, che si configura come uno spazio di cura, protetto e non giudicante, dove le persone possono risanare le proprie ferite emotive o prendere coscienza di sé, delle loro storie e di ciò che stanno provando nel qui e ora.

Ogni elaborato è custode di emozioni, stati interni e vissuti dell’utente. Cambia il concetto di bello, lasciando spazio all’imperfezione e all’autentica natura delle cose. Ad essere bello non è più l’oggetto performante, bensì la capacità di entrare in relazione con ciò che ci appartiene e che custodiamo nella nostra essenza, traducendo questo attraverso un linguaggio creativo che si manifesta sotto forma di simbolo, colore, segno, scultura, movimento. Il metodo delle arteterapie si fonda sull’interazione tra le immagini, nel costante richiamo a lavorare su di sé attraverso l’espressione artistica, consentendo ai beneficiari di comunicare in maniera profonda.

Le immagini prodotte nei laboratori acquisiscono caratteristiche transizionali: sono percepite come esterne ma pervase dal sè più intimo. L’elaborazione dei vissuti interni diventa osservabile per il paziente e il terapeuta attraverso simboli, forme, immagini e sculture. Tutto ciò è possibile solo in un setting protetto e non giudicante, che accoglie, sostiene e facilita il processo arteterapico, senza rinunciare alla dimensione del gioco come incipit al risveglio del fare creativo. L’arte si offre quindi come spazio di espressione emozionale, capace di dare senso anche alle emozioni più dolorose, quelle non nominabili.

Da quanto tempo svolgi la tua professione di arteterapeuta a Cosenza? Come si svolgono i percorsi di arteterapia?

A giugno 2020, dopo un percorso di studi triennale, ho discusso la mia tesi di Specializzazione in Arteterapia sul Wabi Sabi e la bellezza dell’imperfezione, proseguendo la mia collaborazione con l’Università Popolare della Libera Età. Dopo questo percorso, sono seguiti progetti e collaborazioni con U.S.S.M., U.E.P.E., scuole, asili, associazioni e librerie, realizzando percorsi individuali e di gruppo.

I percorsi di arteterapia non seguono una struttura predefinita, ma si modulano sulle esigenze specifiche dei partecipanti. Anche in progetti con durata prestabilita, è fondamentale restare in ascolto dei bisogni impliciti ed espliciti, così che il setting possa accogliere sempre in maniera adeguata.

L’arteterapia e la tecnica giapponese del Kintsugi: un binomio unico?

Come sei venuta a conoscenza del Kintsugi?

Era settembre 2019, un pomeriggio fresco, un periodo che considero il mio vero Capodanno. Mi trovavo in libreria, senza intenzione di acquistare nulla, ma la mia attenzione fu catturata da un libro sulla cultura giapponese. In esso apparve una pagina con una ciotola attraversata da linee dorate, che descriveva la filosofia del Kintsugi o Kintsukuroi, “congiungere con l’oro”.

L’arte giapponese del Kintsugi, risalente al XV secolo, nasce come intervento artigianale volto a restaurare oggetti rotti, impreziosendo i punti di rottura con lacca dorata per ricordare il valore delle fratture e restituire nuova vita agli oggetti frammentati.

Una citazione nelle pagine successive recitava: “La ferita è il luogo in cui la luce entra in te” – Rumi. Questa frase risuonò profondamente con il mio approccio arteterapico, offrendo luce dove non c’è. Sperimentai personalmente la tecnica, adattandola alla messa in forma dei vissuti interni, e nel tempo modulai la tecnica seguendo le mie trasformazioni interiori.

Cosa può significare il Kintsugi per la persona? Può aiutare a vedere parti di sé, contattare un dolore o un blocco emotivo, e posizionare al di fuori di sé aspetti del proprio mondo interno per dialogarci e trasformarli. Le ciotole con linee dorate diventano metafore delle storie personali, e ogni arteterapeuta funge da facilitatore e testimone di questo atto poetico.

La tua ricerca della bellezza, semplicità e silenzio delle fragilità umane: cosa ti ha donato?

Mi ha permesso di posare uno sguardo diverso sulle cose, sullo spazio e sulle persone, senza giudizio. Ho imparato a coltivare speranza e fiducia, riconoscendo la bellezza anche nei luoghi dove sembra impossibile vederla.

Biografia

Sono Teresa Paese, classe ’89. Specializzata in Arteterapia con tesi sulla relazione tra filosofia giapponese Wabi Sabi e arteterapia, mi occupo di crescita personale attraverso la mediazione artistica. Co-fondatrice e vicepresidente dell’Associazione “Lotta senza quartiere”, promuovo pratiche educative nei quartieri del centro storico di Cosenza tramite arte, sport e clowneria. Specializzata in sociologia e ricerca sociale, coordino progetti educativi per associazioni e cooperative locali, immergendomi nella poetica della bellezza e nella ricerca di luce nelle ombre. Amo collezionare diapositive del mondo e tradurre il mio sguardo in versi.