Non siamo davanti a crisi isolate. Quello che emerge è una sequenza ordinata di eventi, non una somma di improvvisazioni. Gli Stati Uniti hanno progressivamente abbandonato la logica dell’intervento militare massivo per tornare a una dottrina più antica e più efficace: isolamento, penetrazione selettiva, uso degli apparati e gestione del tempo. Il caso Venezuela è stato il banco di prova. Non per il valore strategico in sé, ma per il metodo. Operazioni discrete, intelligence profonda, azione chirurgica. Il messaggio non era Caracas: era globale.

Nel prossimo ciclo, Corea e Iran non sono equivalenti. La Corea del Nord è un sistema fragile, iper-militarizzato, ma con una coesione interna artificiale. Cade rapidamente se isolata davvero, perché vive di flussi esterni, contrabbando e protezione cinese. Se Pechino arretra anche solo di mezzo passo, Pyongyang diventa un castello di sabbia. Ventiquattro ore non sono un’esagerazione, sono una stima operativa.

L’Iran è l’opposto. Apparati più solidi, società attraversata da fratture ma anche da reti di potere stratificate. Lì non si entra: si scava. La soluzione iraniana non è l’invasione ma l’implosione guidata, lenta, interna. Proteste, sanzioni mirate, pressione economica, erosione del consenso clericale. È un lavoro da anni, non da giorni. Ed è già in corso.

Il punto centrale, però, non sono né Teheran né Pyongyang. Il punto è la Cina. La Cina è il vero avversario sistemico. Non ideologico, ma strutturale. Produce, finanzia, controlla catene del valore. Per questo viene accerchiata, non affrontata frontalmente. Giappone riarmato e normalizzato militarmente. Corea del Sud saldamente nel perimetro occidentale. Russia tenuta in una relazione ambigua: nemica tattica, ma utile come freno asiatico. Sud America stabilizzato quel tanto che basta per non diventare retrovia cinese. Non è una guerra calda. È una morsa.

L’Asia non si muove perché è bloccata dalla paura del caos. L’Europa è marginale, spettatrice armata solo di sanzioni e comunicati. L’Africa è terreno conteso, non decisivo. Il Pacifico è il vero scacchiere. In questo scenario, tutto ciò che accade sembra improvviso solo a chi guarda i titoli. In realtà è già deciso nelle linee di fondo. Restano solo da definire i tempi, non la direzione. La storia non accelera per caso. Accelera quando qualcuno ha già fatto i conti. E oggi quei conti non tornano più a Pechino come dieci anni fa.

*Docente, giornalista, analista economico