Luglio 2014: a Oppido Mamertina fu una sosta davanti casa del boss Mazzagatti. Un omaggio durante la processione della Madonna delle Grazie fece scattare un’informativa alla Dda di Reggio Calabria: il vescovo dispose lo stop di tutte le processioni nella Piana di Gioia Tauro. Nel Vibonese, a Sant’Onofrio, il rito dell’Affruntata venne commissariato per due anni. A Stefanaconi, invece, dopo la scoperta di pesanti ingerenze delle cosche furono i volontari della Protezione civile a portare le statue.

Nel corso degli anni gli inchini mafiosi durante le celebrazioni religiose hanno guadagnato l’attenzione della stampa e delle forze dell’ordine. Ora potrebbero diventare un reato, assieme ai testi delle cosiddette canzoni di mafia e ai funerali dei boss celebrati in grande stile.

La cultura dell’esaltazione della criminalità organizzata non è più un fenomeno marginale: è diventata una questione sociale che rischia di normalizzare comportamenti mafiosi, soprattutto tra i giovani (basti pensare alle pagine dedicate al Messina Denaro style o al lusso esibito dai rampolli di ‘ndrangheta e camorra su TikTok).

Per questo, un nuovo disegno di legge, al vaglio della commissione Giustizia del Senato, propone l’introduzione del reato di apologia e istigazione alla criminalità organizzata e mafiosa. Il relatore è il senatore Pierantonio Zanettin (Forza Italia), mentre il primo firmatario è Raoul Russo di Fratelli d’Italia. Il provvedimento prevede pene fino a tre anni di carcere e multe fino a 10.000 euro. L’obiettivo è chiaro: colpire atti concreti e intenzionali di glorificazione della mafia, senza limitare la libertà di espressione.

Un vuoto normativo da colmare

In effetti molti comportamenti che appaiono legati alla mafia sfuggono oggi alla legge. Gli inchini davanti alle residenze dei boss durante processioni religiose, i funerali sfarzosi, la costruzione di altarini o monumenti dedicati a criminali e la diffusione di contenuti digitali che glorificano la criminalità organizzata non sempre costituiscono reato. Rientrano invece nell’ambito della riprovazione sociale, lasciando spazio a forme di consenso culturale pericolose.

Il nuovo articolo 416-bis2 del Codice penale punirebbe chi pubblicamente esalta princìpi, fatti o metodi della criminalità organizzata o ne ripropone atti con inequivocabile intento apologetico. Non si tratta di censura: il reato colpisce solo comportamenti concreti e intenzionali, distinguendo tra la libertà di narrazione o espressione artistica e l’atto concreto di esaltazione mafiosa.

Apologia della mafia, giovani e social nel mirino

Il provvedimento prende in considerazione anche i fenomeni digitali. Video virali su TikTok, post sui social network, merchandising, testi musicali e stili di abbigliamento che imitano figure mafiose – il Messina Denaro style, appunto – rientrano tra le condotte da sanzionare. L’idea di base è che in alcune aree del Paese, questi comportamenti hanno acquisito una forte visibilità, alimentando una cultura di emulazione che rischia di legittimare criminali come modelli.

Secondo Russo, l’obiettivo è prevenire la normalizzazione della criminalità organizzata tra le nuove generazioni. «Non è un reato censorio – ha spiegato al Sole 24 Ore – ma un intervento specifico contro chi esalta i valori della criminalità, mettendo a rischio la società civile e la percezione dei giovani rispetto alla legalità».

In Calabria (troppi) esempi concreti

In Calabria, purtroppo, questi fenomeni non sono ipotetici. Negli ultimi anni, episodi legati alla cultura mafiosa hanno suscitato scalpore. La processione di Oppido Mamertina nel 2014 non è un caso isolato. In altri centri del Reggino, come San Procopio e Scido, si verificarono situazioni analoghe, con la statua che sostava davanti ad abitazioni di esponenti mafiosi. Eventi che hanno acceso il dibattito sul confine tra tradizione religiosa e omaggio mafioso, mostrando quanto le radici culturali possano intrecciarsi con il potere criminale.

Anche la musica ha avuto il suo ruolo: concerti e manifestazioni culturali sono stati annullati o modificati perché i testi delle canzoni contenevano riferimenti che potevano essere interpretati come esaltazione della mafia: è capitato nel 2025 anche a Vibo Valentia con il concerto di Teresa Merante, annullato dal sindaco Enzo Romeo tra le proteste della cantante. Anche altri artisti hanno dovuto cambiare scalette o rinunciare a performance per evitare polemiche o possibili sanzioni.

Funerali e rituali sotto controllo

Oltre a processioni e musica, l’esaltazione mafiosa si manifesta anche nei funerali celebrati con eccessiva pomposità. Alcuni eventi hanno assunto caratteristiche di vera e propria ostentazione del potere mafioso, con cortei costosi, partecipazioni pubbliche e simboli della criminalità organizzata visibili a tutti. Costruire altarini o dedicare monumenti a figure criminali rientra nella stessa logica: gesti concreti che rafforzano la percezione di legittimità o ammirazione verso la mafia.

La sfida della legge

Il disegno di legge Russo mira a fermare questi fenomeni. La norma punisce chi con atti concreti o comunicazioni pubbliche esalta la mafia o ne istiga comportamenti simili. L’iter in commissione Giustizia, in sede redigente, punta a una rapida approvazione, riservando all’Aula solo la votazione finale. Secondo i sostenitori, il provvedimento può contare su un ampio consenso bipartisan, perché non introduce regole arbitrarie ma risponde a comportamenti concreti di elevato impatto sociale. Nelle intenzioni si tratta di un passo avanti nella lotta contro la cultura mafiosa. Non si tratta solo di colpire singoli atti o comportamenti: l’obiettivo è creare un deterrente culturale, segnalando alla società che l’apologia mafiosa non può più essere tollerata né banalizzata.