Avete presente quel secondo di silenzio? Quel preciso istante, un attimo dopo lo scoccare della mezzanotte, quando i fumi dei fuochi d’artificio sono ancora nell’aria e le urla si placano per un secondo? In quel momento, se ci fate caso, accade qualcosa di strano. Proviamo tutti un misto di sollievo e di vertigine. Oggi scaviamo dentro di noi. Perché, ammettiamolo, mangiare lenticchie a mezzanotte o indossare qualcosa di rosso è un gesto un po' assurdo, no? Eppure, lo facciamo quasi tutti.


Perché l'essere umano ha questo bisogno disperato di "festeggiare" un giro completo della Terra attorno al sole? Oggi scopriamo che il Capodanno non è una festa, ma una medicina per l'anima. C'è un grande studioso, Mircea Eliade, che diceva una cosa bellissima: il tempo ci consuma. Immaginate l'anno trascorso come un vecchio specchio che, mese dopo mese, accumula polvere, graffi e ditate. Arrivati a dicembre, quello specchio non riflette più bene chi siamo. È sporco dei nostri errori, dei lutti, delle delusioni.

L’antropologia culturale ci dice che non potremmo sopravvivere psicologicamente a un tempo che scorre all'infinito in linea retta, accumulando pesi su pesi. Abbiamo bisogno del Ciclo. Abbiamo bisogno di credere che il tempo possa essere "lavato". Il Capodanno è il nostro panno umido: puliamo lo specchio, facciamo finta che il passato non esista più e, per un istante, torniamo puri. È il mito dell'eterno ritorno. È la nostra occasione per dire: "Da domani, ricomincio da zero". Ma perché tutto quel rumore? I botti, le grida, i brindisi fragorosi. Secoli fa, i nostri antenati facevano lo stesso con i tamburi o sbattendo pentole. Non lo facevano per divertirsi e basta. Lo facevano perché avevano paura.

Il passaggio tra il vecchio e il nuovo è un momento "buio", un territorio di nessuno. In antropologia lo chiamiamo liminarità. È come quando sei sulla soglia di una porta: non sei più fuori, ma non sei ancora dentro. È un momento di fragilità assoluta. Facciamo rumore per spaventare il caos, per dire alle nostre paure: "Andate via, qui c'è vita". Gettare le cose vecchie dalla finestra non è solo un atto liberatorio, è un esorcismo contro la sfortuna che vorrebbe seguirci nell'anno nuovo. E in questo momento di passaggio, oltre al rumore, cerchiamo protezione attraverso il colore.
Ecco perché indossiamo il rosso. Per noi oggi è una moda o una tradizione scherzosa, ma per i nostri padri era una questione di sopravvivenza simbolica. Il rosso è il colore apotropaico per eccellenza — una parola greca che significa "capace di allontanare il male". È il colore del sangue, dunque della vita, e del fuoco, dunque della purificazione. Nel Mezzogiorno d'Italia, e in Calabria in particolare, questo legame è viscerale. Pensate al peperoncino appeso fuori dalle porte che non è solo un condimento, ma è una sentinella rossa che presidia l'ingresso della casa per "pungere" l'invidia e il malocchio.

Storicamente, nelle regioni meridionali, il rosso era la barriera contro le forze del caos che cercavano di approfittare della "porta aperta" del nuovo anno. Indossarlo sulla pelle, vicino ai centri della vitalità, significava armarsi di un'energia solare, calda, capace di incenerire le influenze negative che il buio dell'inverno porta con sé. Ma se il rosso è il colore del fuoco sulla pelle, il fuoco vero — quello dei falò rionali che ancora oggi illuminano le piazze del Sud — ne è l'atto finale. In molti paesi calabresi, la notte di passaggio è segnata dalle "focare". Non sono semplici fuochi per scaldarsi ma sono pire rituali. Qui l'antropologia si fa materia incandescente. Spesso in cima a questi cumuli di legna viene posto il "vecchione", un fantoccio che rappresenta l'anno che muore.

Bruciarlo è un atto di liberazione. Vedere le fiamme che divorano il legno e gli stracci significa vedere, fisicamente, i propri fallimenti e i propri dolori trasformarsi in cenere. Il fuoco trasforma ciò che è pesante e "usurato" (il vecchio anno) in fumo leggero che sale al cielo e svanisce. È l'alchimia più antica del mondo: distruggere la forma vecchia per liberare l'energia necessaria a costruire quella nuova. Attorno a quel fuoco, la comunità si scalda non solo le mani, ma l'anima, sentendosi di nuovo unita e protetta. E poi ci sono gli altri rituali della magia simpatetica. Il futuro ci spaventa perché è un foglio bianco. Allora, quasi per gioco ma con un fondo di speranza serissima, mangiamo qualcosa che somiglia a delle monete, come le lenticchie, o chicchi d'uva che rappresentano la fertilità della terra. È come se stessimo dicendo all'universo: "Vedi? Sto mangiando abbondanza, quindi l'anno dovrà portarmi abbondanza". È una forma di preghiera laica. Un modo per sentirci meno impotenti davanti al mistero del domani.

Quindi, la prossima volta che vi ritroverete con un calice in mano a contare alla rovescia, o che sistemerete quel piccolo amuleto rosso sotto i vestiti mentre fuori arde un fuoco di quartiere, non sentitevi sciocchi. State partecipando a un rito antichissimo che ci connette ai primi uomini che si sono riuniti attorno a un fuoco migliaia di anni fa. Il Capodanno è l'abbraccio collettivo che ci diamo per dirci: "Ce l'abbiamo fatta anche stavolta. Siamo ancora qui". È l'invenzione più dolce dell'umanità per sconfiggere la paura della fine e celebrare la testardaggine dell'inizio. Buon "Reset" a tutti.

*Documentarista