Il regista Gianluca Palma: «Raccontiamo la storia del giovane e coraggioso dirigente del Pci rosarnese per chi lo avesse colpevolmente dimenticato o per chi non lo avesse mai conosciuto». Oggi pomeriggio nella sua casa Natale l’iniziativa “Un fiore e un pensiero per Peppe”
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Se Peppe Valarioti fosse ancora qui, sarebbe ancora in Calabria e sarebbe accanto ai migranti sfruttati nei campi di raccolta come ai suoi tempi erano i braccianti della Piana per i cui diritti si batteva. La strage di Amendolara acuisce una ferita antica che resta ancora da guarire. Sono passati 46 anni dalla sua morte violenta e prematura eppure non ci sono dubbi. Per rimarginare quella ferita Peppe Valarioti, giovane e coraggioso dirigente comunista di Rosarno ucciso da mano ancora ignota l’11 giugno 1980, avrebbe continuato a esporsi e a denunciare.
Non ha dubbi il regista Gianluca Palma che con Giulia Zanfino e Mauro Nigro ha realizzato il film-documentario "Medma non si piega” (produzione indipendente Ugly films post-produzione a cura di Gianluca Palma, Mauro Nigro e Daniele Sorrentino Hacienda-D), proiettato in anteprima nell’anfiteatro comunale Rosarno lo scorso anno, per il 45° dal delitto, come era stato promesso. Docufilm che sta girando la Calabria e l’Italia e che il prossimo 30 giugno sarà proiettato nell’aula di Montecitorio a Roma.
«Siamo impegnati affinché la storia di Peppe sia, come deve essere, patrimonio nazionale ed europeo. Siamo onorati di poter contribuire con il docu-film “Medma non si piega” a questa opera di diffusione e conoscenza. Ricorderemo noi chi è Giuseppe Valarioti a chi lo avesse colpevolmente dimenticato e non lo avesse, altrettanto colpevolmente, mai conosciuto. E mentre guardiamo anche a Bruxelles, su iniziativa della parlamentare pentastellata calabrese Anna Laura Orrico “Medma non si piega” sarà proiettato il prossimo 30 giugno presso la sede della Camera dei Deputati», annuncia il regista Gianluca Palma.
“Un fiore e un pensiero per Peppe”
In attesa di questa proiezione, oggi, in occasione dell’anniversario della morte, si legge sulla pagina social Peppe Valarioti Vive:
«Nella stanzetta in via Carlo Alberto a Rosarno i suoi libri, un balcone, una piccola scrivania dove Peppe trascorreva tante ore a studiare e a riflettere, intrecciando sogni, progetti e coscienza storica.
Nell'anniversario del suo omicidio su quella scrivania posti i nostri fiori accanto alla sua macchina da scrivere e agli occhiali da vista da cui guardava il mondo. Posare lì un fiore significa che quelle idee non sono andate perdute, che quell'impegno non si è concluso, che può ancora rivivere attraverso il nostro ricordo e le nostre scelte di oggi. Scrivere per lui una parola, una frase, un pensiero su dei post it che tappezzano le pareti della stanza e tutti insieme costituiscono una voce collettiva».
L’iniziativa “Un fiore e un pensiero per Peppe” è promossa dai familiari e da Carmela Ferro, all’epoca la sua fidanzata, con il sostegno e la partecipazione del presidio di Palmi di Libera.
Carmela Ferro è tra le voci del docu-film “Medma non si piega” che con lei si apre: «E Peppe è morto. Città di Croci sopra i calvari del tempo. E quel tuo vivere per gli altri, nell’amore per la verità non è valso dinanzi alla lupara».
Classe 1950, diplomato al liceo classico Nicola Pizi di Palmi, laureato in Lettere Classiche all’università di Messina, Giuseppe Valarioti era professore di Lettere e appassionato di studi archeologici dell’antica Medma. Uno spirito indomito, un intelletto vivace e una fede comunista. Integrità e intransigenza hanno contraddistinto il suo essere come il coraggio ha sempre animato le sue parole e le sue azioni.
Era la notte tra il 10 e l’11 giugno 1980 a Nicotera, quella in cui si festeggiava lo storico risultato elettorale del partito Comunista. Peppe fu ucciso a colpi di lupara da mano ancora oggi ignota al termine di quei festeggiamenti. Quello del giovane dirigente calabrese del Partito Comunista Italiano di Rosarno, segretario di sezione e consigliere comunale, fu il primo delitto politico mafioso, seguito a dieci giorni dopo da quello di Giovanni Losardo, l'assessore di Cetraro nel cosentino, oltre che segretario generale della Procura di Paola. avvenuto il 21 giugno 1980.
Medma non si piega
“Medma non si piega”, titolo ispirato alla sua passione per l’archeologia e a quanto Peppe Valarioti dichiarava nei suoi comizi quando con fermezza affermava che alcuna intimidazione avrebbe fermato il partito dal denunciare e disdegnare il malaffare mafioso nella piana di Gioia Tauro, si propone come antidoto alla dimenticanza colpevole e come affresco di un momento storico pregno di ombre mai del tutto dissipate.
Realizzato in collaborazione con l’Anpi provinciale di Reggio Calabria, con il supporto dell’associazione culturale Officina numero 8, Casa del Popolo Valarioti, il docu-film si è avvalso del contributo di Fondazione Carical, Cgil Cosenza, Spi Cgil Calabria, Cgil Area Metropolitana Reggio Calabria, Fondazione “Girolamo Tripodi”, Ppas– Patata Della Sila Bcc Mediocrati, e del patrocinio dei comuni di Cinquefrondi, Polistena, San Ferdinando e della Città Metropolitana di Reggio Calabria.
I moti di Reggio, la destra e la sinistra, la ‘ndrangheta
La pronipote Vanessa Ciurleo, nella stanza dello zio Peppe nella casa natale divenuta presidio di memoria a Rosarno, riascoltando l’audio originale di uno dei suoi comizi registrato su una cassetta, inizia il racconto che parte da Reggio al tempo della Rivolta del 1970. Ne traccia il contesto Marco Minniti, già responsabile del Pci nella Piana di Gioia Tauro. «La sede della Federazione del partito comunista di Rosarno era stata più volte assaltata ma era tra le pochissime a non essere stata occupata e incendiata perché i militanti la presidiavano fisicamente. Giorno e notte. Mentre Reggio Calabria era il cuore della frontiera nello scoppio dello scontro contro la Destra più radicale, lì molto forte rispetto a un partito comunista minoritario, la Piana di Gioia Tauro era la frontiera della lotta contro la ‘ndrangheta con una storia politica scritta con coraggio da un partito comunista maggioritario».
Un quadro complesso ricostruito dagli autorevoli contributi dell’ex dirigente del Pci della piana di Gioia ed ex sindaco di Rosarno e deputato, Peppe Lavorato, dello storico Enzo Ciconte, dello storico attivista della Casa del Popolo Peppe Valarioti di Rosarno Giuseppe Papasidero, dell’ex dirigente del Pci di Rosarno e presidente della cooperativa Rinascita, Domenico Giovinazzo, dell’ex segretario del Pci di Gioia Tauro e compagno di scuola di Peppe, Edoardo Macino, dell’ex dirigente del Pci di Gioia Tauro, Antonio Sprizzi, dello storico e amico Rocco Lentini, dell’allora giovane carabiniere della compagnia di Gioia Tauro Antonio Ponticiello, del fotografo del partito ed ex militante del Pci di Cittanova, degli allora corrispondenti dell’Unità, i giornalisti Gianfranco Manfredi e Filippo Veltri, del professore e amico di Peppe, Ugo Verzì Borgese. Tante le voci che aiutano a ricostruire la storia di quel periodo complesso, in cui l’impegno indomito di Peppe Valarioti e la sua politica integra e volta al solo servizio, non furono “perdonate”.
Il suo impegno politico, marcatamente volto a denunciare le angherie mafiose, le mire della ‘ndrangheta sulle fiorenti distese di agrumi, le connivenze e le ombre anche dentro il suo partito, lo sfruttamento dei braccianti e le ingiustizie sociali, lo rese scomodo.
Erano gli anni del pacchetto Colombo e delle promesse (all’indomani dei moti di Reggio) di interventi straordinari per sostenere lo sviluppo e creare occupazione. Promesse tradite. Il docufilm ripropone immagini dell’epoca (25 aprile 1975) e della solenne visita istituzionale di Giulio Andreotti per la posa della prima pietra di un centro siderurgico mai realizzato a Gioia Tauro: «Un giorno importante non solo per la Calabria ma per la serietà della politica della Repubblica Italiana».
Un delitto ancora impunito
Nel corso del racconto sono l’ex procuratore aggiunto della dda di Reggio Calabria, Salvatore Boemi, l’ex sostituto procuratore della Repubblica a Palmi Ezio Arcadi e il giornalista e coautore con Danilo Chirico de “Il caso Valarioti”, Alessio Magro, a riferire della decisione assunta nel 1984 da Pino Scriva, uno degli storici capi della mafia di Rosarno, di collaborare con la giustizia. «Lo interrogai personalmente – racconta il pm Salvatore Boemi - quando ero sostituto procuratore di Palmi. Emerse che Valarioti era scomodo poiché era pronto a denunciare che le cooperative che facevano riferimento al suo stesso Pci erano contigue a quella ndrangheta così combattuta e avversata dallo stesso partito, poiché lavoravano e si avvalevano di mezzi e persone vicine alla cosca Pesce».
Bene, Verità e Giustizia
A impreziosire il racconto, anche le testimonianze delle sorelle di Peppe, Teresa, Francesca e Angela, dell’archeologo rosarnese Salvatore Settis, della coordinatrice del gruppo di ricerca internazionale su Antica Medma e docente presso l’università Cattolica di Budapest Agnes Bencze, della guida del parco nazionale dell’Aspromonte Lino Licari e dell’allievo Bruno Caridi, al quale Peppe Valarioti insegnava filosofia e di cui vengono proposti, grazie alla collaborazione della famiglia, anche gli audio originali.
«Mentre per Protagora – spiegava Valarioti – il bene e l’utile coincidono, dunque il bene porta sempre utilità, invece per Socrate molto spesso fare il bene non solo non comporta alcuna utilità anzi equivale a rinunciare alla stessa», spiegava profeticamente Peppe al suo allievo Bruno.
Per quel Bene, secondo Peppe Valarioti inscindibile da verità e giustizia, dunque si è disposti a rischiare anche la propria vita.









