Il libro di don Pino Esposito, sacerdote a San Donato di Ninea, sul Pollino, propone uno sguardo originale sulla storia della Chiesa cattolica attraverso la figura dei Segretari di Stato della Santa Sede, i più stretti collaboratori del Pontefice nel governo della Chiesa e nelle relazioni internazionali. Figure di grande peso e prestigio, uomini forti e autorevoli.

L’autore ripercorre la vicenda di questa istituzione a partire dal primo Segretario di Stato, il cardinale Scipione Caffarelli Borghese fino all’attuale segretario di Stato Pietro Parolin. Ma come non ricordare figure centrali come il cardinale Pietro Gasparri che con Benedetto XV hanno vissuto il dramma della Prima guerra mondiale; o come il cardinale Ercole Consalvi al Congresso di Vienna, fino al cardinale segretario di Stato Eugenio Pacelli poi eletto Papa con il nome di Pio XII.

Il libro è di grande importanza storica perché ricostruisce il ruolo decisivo della diplomazia vaticana nei grandi passaggi della storia.

Una diplomazia che l’autore definisce efficacemente “diplomazia del Vangelo”, capace di agire nel mondo politico senza perdere la propria radice spirituale. Abbiamo intervistato don Pino Esposito

Don Pino Esposito, perché ha scelto di raccontare la storia della Chiesa attraverso la figura dei Segretari di Stato e non attraverso i Papi, come avviene di solito negli studi storici?

Di solito la storia della Chiesa viene raccontata anche attraverso la figura dei papi, ed è naturale che sia così, perché il Papa è il centro dell’unità della Chiesa e il punto di riferimento del suo cammino nella storia. Tuttavia, accanto al Pontefice, nei secoli, ha sempre operato una figura di grande rilievo: il Segretario di Stato. La mia scelta di raccontare la storia della Chiesa attraverso i Segretari di Stato nasce dalla convinzione che questa figura rappresenti uno degli elementi più decisivi per comprendere lo sviluppo concreto di un pontificato. Il Segretario di Stato è infatti il collaboratore più stretto del Papa nel governo della Chiesa universale e spesso è colui che traduce in azione diplomatica, istituzionale e pastorale l’indirizzo del Pontefice. Vi è poi un ulteriore motivo che ha guidato questo lavoro. Molti studiosi hanno scritto sulla storia dei papi, ma finora mancava uno studio che raccogliesse in un unico volume la vicenda storica di tutti i Segretari di Stato della Santa Sede. Ho ritenuto quindi importante offrire una visione complessiva di questa istituzione, ripercorrendo il cammino dei suoi protagonisti a partire dal primo Segretario di Stato, il cardinale Scipione Caffarelli Borghese, fino all’attuale Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin.

Nel libro lei definisce i Segretari di Stato “diplomatici con il Vangelo”. In che senso la diplomazia della Santa Sede è diversa da quella degli Stati tradizionali?

La diplomazia degli Stati è normalmente orientata alla tutela di interessi politici, economici o strategici. La diplomazia della Santa Sede, invece, si muove su un piano differente: essa mira a promuovere valori universali come la pace tra i popoli, la dignità della persona umana, la libertà religiosa e il dialogo tra le nazioni. In questo senso si può parlare di una diplomazia “evangelica”, perché il suo punto di riferimento non è il potere, ma il messaggio del Vangelo. Proprio per questo motivo la diplomazia della Chiesa può essere definita una diplomazia particolare e speciale. Essa non si fonda sulla difesa di interessi nazionali, ma sulla missione universale della Chiesa e sulla responsabilità pastorale del Papa verso tutti i popoli. Tale missione viene esercitata nel mondo attraverso i rappresentanti pontifici, i legati della Santa Sede, che agiscono in nome del Pontefice e rendono presente la sua sollecitudine pastorale nelle diverse realtà ecclesiali e politiche. Il Papa, infatti, non si presenta sulla scena internazionale come un soggetto isolato o autoreferenziale. La sua presenza si estende attraverso la rete dei suoi rappresentanti diplomatici. I legati pontifici rappresentano il Papa nel mondo, ma nello stesso tempo rendono visibile la dimensione universale del suo ministero. In questo senso essi sono il Papa nella misura in cui rendono presente la sua missione e la sua parola, mentre il Papa, a sua volta, è colui che dà unità e significato a ciò che i suoi rappresentanti esprimono e realizzano nel contesto delle relazioni internazionali. La diplomazia della Santa Sede appare così come una forma peculiare di presenza della Chiesa nella storia: una diplomazia che, pur operando nel campo delle relazioni tra gli Stati, rimane fortemente radicata nella dimensione spirituale e pastorale della missione ecclesiale.

Quando è stata determinante nella storia della Chiesa la complementarità tra Papa e Segretario di Stato?

Il rapporto di collaborazione tra il Papa e il Segretario di Stato si è rivelato particolarmente determinante nei momenti più difficili della storia contemporanea. Penso, ad esempio, alle grandi crisi politiche europee e, in modo speciale, ai due conflitti mondiali. In queste circostanze il Pontefice indicava l’orientamento morale e spirituale della Chiesa, mentre il Segretario di Stato era chiamato a tradurre tale indirizzo in una concreta azione diplomatica, mantenendo aperti i canali di dialogo tra le nazioni. Un caso emblematico è rappresentato dall’azione svolta dal cardinale Pietro Gasparri accanto a papa Benedetto XV durante la Prima guerra mondiale. In quegli anni la Santa Sede si adoperò con grande intensità per favorire iniziative di pace e per richiamare i governi alla responsabilità morale di fronte alla tragedia del conflitto. In questo contesto maturò il celebre giudizio con cui Benedetto XV definì la guerra una «inutile strage», espressione che divenne uno dei simboli della posizione della Chiesa di fronte alla devastazione del conflitto. Analoga fu la collaborazione tra papa Pio XII e il suo Segretario di Stato, il cardinale Luigi Maglione, durante la Seconda guerra mondiale. Anche in quel caso la diplomazia della Santa Sede cercò di mantenere viva la prospettiva del dialogo e della riconciliazione tra i popoli. In questo contesto Pio XII formulò un’altra espressione destinata a diventare celebre: «nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra». Queste parole riassumono bene la visione della Chiesa e mostrano come, nei momenti più drammatici della storia, la collaborazione tra il Papa e il Segretario di Stato abbia rappresentato uno strumento fondamentale per mantenere viva la voce della pace nella comunità internazionale.

Nel corso dei secoli questa figura è cambiata molto. Quali sono state le trasformazioni più rilevanti?

Nel corso dei secoli la figura del Segretario di Stato ha conosciuto un’evoluzione significativa. In origine si trattava soprattutto di un collaboratore personale del Papa, incaricato della corrispondenza e della gestione degli affari più immediati della Curia. Con il consolidarsi delle relazioni tra la Santa Sede e gli Stati europei, soprattutto tra il XVII e il XIX secolo, il ruolo assunse progressivamente una dimensione diplomatica sempre più marcata, fino a diventare il principale punto di riferimento della politica estera pontificia. Nel Novecento, con la riforma della Curia romana e il crescente peso della comunità internazionale, il Segretario di Stato è divenuto il coordinatore dell’attività della Santa Sede nel mondo, mantenendo sempre la sua funzione essenziale di stretto collaboratore del Papa nel governo della Chiesa universale.

La diplomazia vaticana è spesso associata alla ricerca della pace e alla mediazione nei conflitti. Può fare qualche esempio storico?

Nel corso della storia la Santa Sede ha svolto più volte un ruolo di mediazione nei conflitti tra gli Stati. Un esempio significativo è la mediazione di papa Leone XIII nella disputa tra Germania e Spagna per le isole Caroline nel 1885, che evitò uno scontro tra le due potenze. In tempi più recenti si può ricordare anche l’azione della Santa Sede nella controversia tra Argentina e Cile per il canale di Beagle alla fine degli anni Settanta, quando la mediazione pontificia contribuì ad allontanare il rischio di una guerra e ad avviare un accordo pacifico tra i due Paesi. Questi episodi mostrano come la diplomazia vaticana abbia cercato, in diverse epoche, di favorire il dialogo e la soluzione pacifica delle controversie internazionali.

Nel suo lavoro emerge anche il lato umano dei Segretari di Stato. Quanto incide la personalità individuale?

Nel lavoro diplomatico della Santa Sede la dimensione istituzionale è sempre molto forte, perché il Segretario di Stato agisce in nome del Papa e al servizio della Chiesa universale. Tuttavia, la personalità individuale può incidere in modo significativo, soprattutto nei momenti in cui la diplomazia richiede capacità di mediazione, prudenza e visione politica. Ogni Segretario di Stato porta infatti nel suo incarico la propria formazione culturale, il proprio temperamento e la propria sensibilità pastorale. La storia offre diversi esempi in questo senso. Il cardinale Ercole Consalvi, all’inizio dell’Ottocento, mostrò una straordinaria abilità diplomatica durante il Congresso di Vienna, riuscendo a ricostruire la posizione internazionale della Santa Sede dopo la stagione napoleonica. Allo stesso modo il cardinale Pietro Gasparri seppe coniugare grande competenza giuridica e senso pastorale nel lungo lavoro che condusse ai Patti Lateranensi del 1929. In questi casi si vede chiaramente come la personalità del Segretario di Stato non sostituisca l’autorità del Papa, ma contribuisca a dare forma concreta alla sua azione diplomatica. Per questo, accanto alla dimensione istituzionale, nel servizio dei Segretari di Stato emerge sempre anche un lato umano: fatto di intelligenza politica, capacità di dialogo e senso ecclesiale, elementi che spesso hanno influito in modo decisivo sullo stile e sull’efficacia della diplomazia pontificia.

Guardando alla Chiesa di oggi, quale ruolo potrà avere la Segreteria di Stato nel futuro della diplomazia internazionale?

Guardando alla Chiesa di oggi, credo che la Segreteria di Stato continuerà ad avere un ruolo molto importante nella diplomazia internazionale. La Santa Sede, infatti, non rappresenta interessi economici o strategici come gli Stati, ma cerca di portare nel dialogo tra le nazioni una visione fondata sul Vangelo, sulla dignità della persona umana e sulla ricerca della pace.

In questo senso la Segreteria di Stato rimane lo strumento attraverso cui il Papa può far sentire la propria voce nella comunità internazionale, favorendo il dialogo tra i popoli e mantenendo aperti spazi di mediazione anche nei momenti di maggiore tensione. In un mondo sempre più segnato da conflitti, disuguaglianze e crisi globali, la diplomazia della Santa Sede potrà continuare a svolgere una funzione particolare: ricordare alla politica internazionale che al centro devono rimanere sempre la persona umana, la giustizia e la pace tra le nazioni.

Un Segretario di Stato che ha segnato una pagina di storia?

Tra i Segretari di Stato che hanno segnato in modo particolare la storia della Chiesa, merita certamente di essere ricordato il cardinale Eugenio Pacelli. Egli ricoprì questo incarico dal 1930 al 1939 durante il pontificato di Pio XI, in un periodo segnato da forti tensioni internazionali alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Pacelli si distinse per una notevole capacità diplomatica e per una visione internazionale molto ampia. Attraverso l’attività concordataria e una intensa rete di relazioni diplomatiche cercò di garantire alla Chiesa libertà e tutela giuridica anche in contesti politici difficili, come dimostra il concordato con la Germania del 1933. La sua lunga esperienza diplomatica, maturata anche negli anni precedenti come nunzio apostolico in Germania, contribuì a rafforzare il ruolo internazionale della Santa Sede. Non sorprende quindi che nel 1939 egli sia stato eletto Papa con il nome di Pio XII, portando nel pontificato l’esperienza maturata negli anni del suo servizio come Segretario di Stato.

Il Segretario di Stato che ha più deluso?

Preferisco non parlare di “delusioni”. Ogni Segretario di Stato ha operato in contesti storici spesso molto complessi, segnati da tensioni politiche, conflitti e grandi trasformazioni nella vita della Chiesa e della comunità internazionale. Alcune scelte possono essere state discusse o valutate in modi diversi nel corso del tempo, ma è importante ricordare che tutti hanno cercato di servire il Papa e la Chiesa nelle condizioni concrete della loro epoca. Guardando alla storia nel suo insieme emerge piuttosto un elemento comune: questi uomini di Chiesa hanno svolto il loro servizio cercando di unire responsabilità diplomatica e sensibilità pastorale. La loro formazione spirituale e il senso concreto della carità hanno spesso orientato l’azione della Santa Sede verso la difesa della dignità della persona umana, anche nei momenti più difficili della storia. Per questo, più che soffermarmi su eventuali delusioni, preferisco leggere la storia dei Segretari di Stato come il tentativo, sempre complesso e mai semplice, di mantenere un equilibrio tra la dimensione politica e quella evangelica della missione della Chiesa, nella quale la salvezza dell’uomo rimane sempre il punto di riferimento fondamentale.

Il ruolo del cardinale Parolin oggi?

Il cardinale Pietro Parolin, nominato Segretario di Stato nel 2013, svolge oggi un ruolo centrale nell’azione diplomatica della Santa Sede. La sua missione consiste nell’accompagnare il ministero del Papa nel campo delle relazioni internazionali, traducendo l’indirizzo morale e pastorale del Pontefice in un dialogo concreto con gli Stati e con le istituzioni internazionali. Parolin ha più volte sottolineato che la diplomazia vaticana non è una diplomazia di potere, ma una “diplomazia del Vangelo”, orientata alla costruzione di ponti tra i popoli, alla promozione della pace e alla difesa della dignità della persona umana. In questa prospettiva la Segreteria di Stato diventa uno strumento attraverso il quale la Santa Sede contribuisce ad affrontare alcune delle grandi questioni del nostro tempo, come i conflitti internazionali, le migrazioni e la tutela dei diritti fondamentali. Il suo ruolo oggi si colloca quindi nella continuità della tradizione diplomatica della Chiesa, ma con una chiara dimensione pastorale: favorire il dialogo tra le nazioni e richiamare costantemente la comunità internazionale alla responsabilità morale e alla fraternità tra i popoli.