Negli ultimi anni, l’Italia sembra aver intrapreso una sorta di viaggio a ritroso nel tempo, un percorso legislativo che rievoca gli anni Settanta, quando la “legislazione dell’emergenza” segnava lo stato d’eccezione come risposta quasi automatica a ogni crisi. Oggi, sotto governi diversi ma con lo stesso timbro autoritario, il Paese assiste a decreti che sembrano concepiti più per fare scena che per risolvere problemi reali: dal decreto “Rave”, pensato per punire raduni illegali e imbrattatori di monumenti, al decreto “Cutro”, rivolto agli scafisti, fino al decreto “Caivano” contro le baby gang, passando per il ddl Sicurezza del 2025 e il pacchetto Sicurezza approvato il 5 febbraio 2026. Ogni norma segue un copione consolidato: la cronaca nera detta l’agenda, i ministri si indignano davanti alle telecamere, il Parlamento approva nuove leggi restrittive, e l’opinione pubblica riceve l’illusione che lo Stato stia agendo.

Il decreto “Rave” nasce nel 2022 dopo un evento a Modena in cui circa 3mila giovani provenienti da tutta Europa parteciparono a un rave pacifico in un capannone abbandonato. Salvini tuonava sui social contro l’“illegalità” dei partecipanti, evocando manganelli e sgomberi, mentre la realtà mostrava ragazzi tranquilli che ballavano e ascoltavano musica. Lo sgombero avvenne senza scontri e solo mille persone furono identificate, ma il decreto venne approvato lo stesso, introducendo il reato di “invasione di terreni o edifici con pericolo per la salute pubblica o l’incolumità pubblica”. Tre anni dopo, a un rave simile all’ex fabbrica Bugatti, dei 5mila partecipanti, furono arrestati solo nove giovani e nessuno per il reato appena introdotto. Eppure, le dichiarazioni della premier Meloni continuavano a esaltare la norma come simbolo di fermezza: un chiaro esempio di come il messaggio politico, più che l’efficacia reale della legge, determini l’azione governativa.

Dal rave alle tragedie della migrazione il passo è breve. A Cutro, nel 2023, 94 persone persero la vita in un naufragio, tra cui 35 bambini. Il governo reagì con un decreto spettacolare: pene fino a 30 anni per gli scafisti, anche se operano all’estero, mentre le responsabilità dei militari e dei finanzieri locali, rinviati a giudizio per naufragio colposo e omicidio plurimo, restano sullo sfondo, senza che l’esecutivo si costituisca parte civile. Il risultato è chiaro: lo Stato mostra forza verso l’esterno, ma esita a responsabilizzare chi opera all’interno dei suoi apparati.

A Caivano, la risposta del governo alla criminalità minorile e al degrado urbano si traduce in norme severe e immediate: ammonimenti ai minori, daspo urbano, abbassamento della soglia per la custodia cautelare e pene fino a due anni per i genitori che non mandano i figli a scuola. Le parole di Salvini – “se un criminale ammazza qualcuno sparandogli alla schiena, che sia a 50 anni o a 15 anni, deve essere punito nella stessa identica maniera” – mostrano una visione della giustizia punitiva e simbolica, ignorando cause sociali, povertà, marginalità ed esclusione. L’obiettivo politico è chiaro: apparire inflessibili di fronte all’opinione pubblica, trasformando problemi sociali complessi in atti criminali punibili immediatamente.

Il governo non si limita ai giovani: gli attivisti ambientali diventano “eco-terroristi” con il decreto “eco-vandali”, approvato nel 2024, che prevede multe fino a 60mila euro e carcere fino a 5 anni per chi imbratta monumenti, come nel caso delle azioni simboliche di “Ultima generazione”. Il messaggio politico è inequivocabile: il dissenso diventa crimine, mentre i veri problemi – dal cambiamento climatico alla gestione dei beni culturali – restano irrisolti.

Il ddl Sicurezza del 2025 ha introdotto ulteriori reati e aggravanti: dal reato di rivolta in carcere ai blocchi stradali, dall’aumento delle pene per chi aggredisce poliziotti al divieto di acquistare sim telefoniche per i migranti irregolari. Anche qui, la logica politica appare evidente: criminalizzare comportamenti sociali e proteste come forma di controllo dell’opinione pubblica, mentre la prevenzione reale è completamente assente.

Il pacchetto Sicurezza del 5 febbraio 2026 conferma il copione: metal detector nelle scuole, stretta sui coltelli, scudo penale per poliziotti, fermo preventivo per manifestanti ritenuti pericolosi. La narrativa governativa è semplice: lo Stato protegge i cittadini, punisce il crimine e garantisce la sicurezza. La realtà, però, è che spesso si tratta di misure simboliche, adottate a colpi di decreto, che colpiscono cittadini, giovani, attivisti e migranti, mentre questioni strutturali come la povertà, l’esclusione sociale e le responsabilità istituzionali rimangono irrisolte.

In definitiva, la politica della sicurezza dell’attuale governo appare come una miscela di spettacolo mediatico, repressione simbolica e strumentalizzazione del diritto penale: leggi severe e normative emergenziali diventano strumenti di consenso, mentre i problemi reali vengono marginalizzati.