Se la magistratura accerta la verità dei fatti e ricostruisce le responsabilità, il giornalismo rende edotti i cittadini. Per questo il procuratore invita ad accendere i riflettori sui pericoli che derivano dall’infiltrazione dei clan in giornali e tv
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Nel dibattito pubblico italiano si continua troppo spesso a osservare la criminalità organizzata attraverso categorie interpretative che appartengono a un’altra stagione della storia nazionale, quasi che le mafie coincidano ancora esclusivamente con le immagini delle stragi, dei latitanti nascosti nelle campagne o delle guerre combattute per il controllo del territorio, mentre la realtà che si è progressivamente consolidata negli ultimi decenni racconta qualcosa di profondamente diverso: organizzazioni criminali che movimentano ogni anno miliardi di euro provenienti dal narcotraffico internazionale, che operano attraverso circuiti finanziari globali, utilizzano paradisi fiscali, sfruttano il dark web, investono in criptovalute, sperimentano l’intelligenza artificiale e si muovono con crescente disinvoltura nei mercati legali, avendo ormai compreso che il vero potere non consiste soltanto nella capacità di controllare un territorio, ma nella possibilità di influenzare il modo in cui quel territorio viene raccontato, percepito e interpretato.
È dentro questa trasformazione che assumono un significato particolare le parole pronunciate da Nicola Gratteri al Festival Trame di Lamezia Terme, dove il procuratore di Napoli ha lanciato un allarme che va ben oltre la tradizionale denuncia delle infiltrazioni mafiose nell’economia. «Le mafie, anche se non uccidono, sono pericolose perché con i milioni di euro provenienti dalla cocaina comprano attività commerciali, drogano il mercato, comprano pezzi di giornale e comprano pezzi di televisione», ha affermato Gratteri, individuando il punto nel quale il denaro criminale tenta di trasformarsi in influenza culturale e l’influenza culturale in una forma di potere capace di incidere direttamente sulla qualità della vita democratica.
Non si tratta di una riflessione isolata né di una semplice considerazione affidata a un convegno. Per comprenderne la portata occorre collocarla all’interno di un percorso che negli ultimi anni ha visto Gratteri assumere posizioni molto nette sulle riforme della giustizia e sui referendum che avrebbero dovuto modificare alcuni degli equilibri del sistema giudiziario italiano. La sua non è mai stata una battaglia di categoria né la difesa di privilegi corporativi. Al contrario, il magistrato calabrese ha sempre sostenuto che l’indebolimento degli strumenti investigativi, la riduzione della capacità di seguire il denaro, ricostruire relazioni e accertare responsabilità finiscono inevitabilmente per favorire i poteri criminali più organizzati e strutturati.
Da questa prospettiva, il referendum sulla giustizia rappresentò uno dei momenti più significativi di un confronto più ampio sul ruolo che la magistratura deve continuare a svolgere all’interno dell’ordinamento democratico, perché la questione non riguardava soltanto norme e procedure, ma la capacità dello Stato di mantenere efficaci gli strumenti necessari a contrastare fenomeni criminali sempre più sofisticati e globalizzati. Il mancato raggiungimento del quorum impedì che quelle proposte modificassero gli equilibri esistenti, lasciando sostanzialmente immutato il ruolo costituzionale della magistratura quale presidio di legalità e contrappeso rispetto ai grandi centri di potere, compresi quelli criminali.
È proprio qui che il ragionamento di Gratteri assume una dimensione ancora più ampia. Se la magistratura rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali lo Stato accerta la verità dei fatti e ricostruisce le responsabilità individuali e collettive, l’informazione rappresenta il luogo nel quale quella stessa verità viene resa conoscibile ai cittadini, trasformandosi in consapevolezza democratica. Magistratura e informazione svolgono funzioni diverse, ma finiscono per operare lungo la medesima frontiera: quella che separa il potere dal controllo democratico, l’opacità dalla trasparenza, l’arbitrio dalla conoscenza.
Non sorprende, dunque, che l’allarme del procuratore si concentri proprio sul rischio di un’infiltrazione criminale nei meccanismi che producono informazione. «Se compro l’informazione è un’involuzione democratica e voi non saprete quello che accade nel mondo e quello che accade sul vostro territorio», ha osservato Gratteri, riassumendo in una sola frase una delle questioni più delicate che le democrazie occidentali si trovano oggi ad affrontare.
La posta in gioco, infatti, non riguarda soltanto l’autonomia delle redazioni o l’indipendenza degli editori. Riguarda il diritto dei cittadini a conoscere i fatti e a formarsi un’opinione libera. Perché una mafia che acquista un’attività commerciale altera il mercato; una mafia che riesce a influenzare l’informazione altera invece la percezione collettiva della realtà, intervenendo direttamente nel processo attraverso il quale una comunità costruisce la propria coscienza civile, definisce le proprie priorità e valuta il comportamento delle classi dirigenti.
Le organizzazioni criminali più evolute hanno progressivamente compreso che il controllo del territorio, pur restando un elemento fondamentale della propria capacità di influenza, non è più sufficiente a garantire la stabilità del potere accumulato. In un mondo dominato dalla comunicazione permanente, dalle piattaforme digitali, dagli algoritmi e dalla velocità della circolazione delle notizie, il controllo delle narrazioni può diventare altrettanto importante del controllo degli appalti, delle imprese o delle attività economiche. Non è un caso che lo stesso Gratteri abbia richiamato l’attenzione sull’evoluzione tecnologica delle organizzazioni criminali, ricordando che «le mafie utilizzano il dark web, utilizzano l’intelligenza artificiale», a conferma di una capacità di adattamento che impone allo Stato e alla società civile di aggiornare continuamente i propri strumenti di analisi e di contrasto.
Letta in questa chiave, la riflessione del procuratore di Napoli assume il valore di un monito che va ben oltre la cronaca giudiziaria. La lunga battaglia per la tutela dell’autonomia della magistratura, della quale il referendum sulla giustizia ha rappresentato uno dei passaggi più significativi, sembra oggi intrecciarsi con una sfida nuova e altrettanto decisiva: la difesa dell’altro grande presidio democratico rappresentato dall’informazione libera. Perché se una magistratura indipendente continua a costituire un ostacolo per chi vorrebbe sottrarsi all’accertamento della verità, diventa inevitabile il tentativo di esercitare influenza sul luogo nel quale quella verità viene raccontata, interpretata e trasmessa ai cittadini.
È probabilmente questo il significato più profondo del monito lanciato da Gratteri a Lamezia Terme. Non la semplice denuncia dell’esistenza di organizzazioni criminali sempre più ricche, tecnologicamente avanzate e globalizzate, ma la consapevolezza che il terreno decisivo del confronto si stia progressivamente spostando dai territori fisici ai territori della conoscenza, dell’informazione e della formazione del consenso. Perché il controllo delle piazze, degli appalti o delle attività economiche continua a produrre potere; il controllo della percezione della realtà produce qualcosa di ancora più ambizioso: legittimazione. Ed è precisamente lungo questa frontiera che magistratura e informazione, pur nella diversità delle rispettive funzioni, continuano a rappresentare due dei più importanti presìdi democratici di cui dispone uno Stato di diritto.


