Temperature record, siccità, alluvioni, erosione costiera e dissesto mettono sotto pressione territori ed economie. Servono investimenti strutturali su acqua, agricoltura, coste, boschi, energia e prevenzione
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Proviamo a immaginare la Calabria dei prossimi anni.
Temperature sempre più alte, con picchi che potranno raggiungere sempre più spesso i 45 gradi e oltre. Periodi di caldo estremo sempre più lunghi. Siccità. E poi, improvvisamente, piogge violentissime, alluvioni, frane, mareggiate sempre più intense. E anche i cicloni mediterranei.
Non sarà soltanto un problema calabrese. Certo, ma noi dobbiamo guardare innanzitutto a casa nostra. Perché quello che sembra il futuro, in realtà, è già cominciato.
E allora la domanda non è più se la Calabria dovrà cambiare. La domanda è: quanto tempo abbiamo ancora per farlo?
Pensiamo all’agricoltura. Arance, olivi, vigne, ortaggi, bergamotto: la nostra terra, la nostra storia, una parte fondamentale della nostra economia. Ma acqua e temperature stanno diventando un problema enorme. Non possiamo continuare a coltivare domani come abbiamo coltivato ieri. L’agricoltura calabrese dovrà cambiare profondamente: nuove colture, nuove varietà più resistenti, meno consumo d’acqua, tecnologie più efficienti, sistemi di irrigazione moderni.
E dovrà farlo rapidamente. Perché un’azienda agricola non può aspettare che il cambiamento climatico diventi insostenibile prima di reagire.
Poi c’è il mare. Circa 800 chilometri di costa: una ricchezza straordinaria, ma anche una frontiera sempre più fragile. Erosione, innalzamento del livello del mare, mareggiate più intense possono mettere a rischio spiagge, infrastrutture, abitazioni, attività economiche e interi centri costieri. A rischio anche infrastrutture strategiche come la ferrovia. La stessa Regione ha indicato nel 2026 la difesa delle coste e del territorio come una priorità, dopo nuove mareggiate eccezionali.
E qui c’è un altro problema. Una parte importante del nostro turismo continua a dipendere dal modello balneare. Anche questo modello dovrà essere ripensato e soprattutto diversificato. Più montagne, più borghi, più parchi, più cultura, più enogastronomia, più turismo esperienziale. E una stagione turistica più lunga.
La Calabria non può aspettare la prossima siccità per occuparsi dell’acqua. Non può aspettare che il mare mangi altra costa per intervenire. Non può aspettare che un raccolto vada perduto per capire che l’agricoltura deve cambiare.
Dobbiamo prepararci prima. Cioè subito. Adesso. Ma occorre un intervento straordinario dell’Europa e dell’Italia, un Piano di Resilienza Climatico. Un fondo straordinario come per l’emergenza Covid.
Perché il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale.
È una questione economica.
È lavoro. È agricoltura. È turismo. È sicurezza. È futuro.
E riguarda tutti. Ma soprattutto le regioni periferiche come la Calabria, troppo vulnerabile nella sua estrema fragilità.
Ma la Calabria ha davanti una grande opportunità: trasformare questa emergenza in una straordinaria occasione di modernizzazione.
Ma il tempo dell’attesa è finito.
Dobbiamo cambiare le città. Proteggere le coste. Difendere i borghi. Ripensare l’agricoltura. Recuperare i territori interni. Investire nell’acqua, nell’energia e nelle nuove tecnologie.
E dobbiamo tornare a prenderci cura delle nostre montagne e dei nostri boschi, da troppi anni abbandonati: perché significano acqua, stabilità dei versanti, difesa del suolo, biodiversità e sicurezza per le comunità.
Non possiamo limitarci a rincorrere le emergenze.
Dobbiamo prevenirle.
Il rischio più grande non è soltanto avere una Calabria più calda.
È avere una Calabria impreparata.
È perdere, pezzo dopo pezzo, quella Calabria che conosciamo.
Il clima sta già cambiando, e pure rapidamente. Adesso dobbiamo dimostrare di essere capaci di cambiare anche noi. Tutti insieme.
Abbiamo poco tempo per disegnare la Calabria di domani. Il paese e l’Europa del prossimo futuro.
Ma quel tempo c’è ancora.
E dobbiamo usarlo.
Da subito. Prima che sia troppo tardi.


