Alle 16.58, 57 giorni dopo l'uccisione del giudice e amico Giovanni Falcone, circa 90kg di tritolo depositati in un'auto lasciata in via D'Amelio esplodono spezzando sei vite . Era domenica, come oggi, il 19 luglio 1992 e Paolo Borsellino era sotto la casa della mamma Maria Pia Lepanto e della sorella Rita Borsellino , perché stava recandosi a trovarle. Un appuntamento familiare divenuto un inferno perché  Cosa Nostra lo violò con il sangue e la violenza, compiendo un'altra strage in cui a perdere la vita fu con lui la sua scorta composta da Agostino Catalano, Emanuela Loi, prima donna in forze alla polizia uccisa in servizio, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. A quella terribile deflagrazione sopravvisse solo l'agente Antonino Vullo.

La Vendetta di Cosa Nostra

Meno di due mesi prima, la strage di Capaci del 23 maggio 1992 che aveva spezzato la vita dell'amico e collega Giovanni Falcone , morto insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Un momento di non ritorno che fu subito chiaro a Paolo Borsellino : quando disse: «Non c'è più tempo». Non c'era più tempo da perdere. Sapeva che a lui non era rimasto molto tempo per finire il lavoro iniziato con Giovanni Falcone.

Cosa nostra reagiva, affogando nel sangue, coloro che avevano avviato la dura e decisiva azione di contrasto dello Stato cristallizzata nella sentenza del Maxiprocesso di Palermo, avviato esattamente 40 anni fa, poi confermata in Cassazione proprio nel gennaio di quell'anno.

Il processo penale più imponente di sempre, 460 imputati, istruito con Falcone nella prima metà degli anni Ottanta. Quel giudizio per delitti di mafia era iniziato il 10 febbraio 1986 ed era terminato il 30 gennaio 1992, con la conferma in Cassazione di 19 ergastoli e di oltre 2600 anni complessivi di reclusione.

La memoria e le intuizioni investigative

Quel metodo di contrasto messo a punto da magistrati come Borsellino e Falcone, in quella che fu la straordinaria esperienza del pool antimafia di Palermo guidato da Rocco Chinnici , prima che fosse assassinato il 29 luglio del 1983, e dal successore Antonino Caponnetto . Ne facevano parte, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta . Fu quel pool a istruire il Maxiprocesso contro Cosa Nostra.

Un lavoro imponente, condiviso con Falcone anche quando, nel 1985 furono mandati con le famiglie sull'isola dell'Asinara, in Sardegna, per motivi di sicurezza. Quei faldoni su cui lavorarono sarebbero poi stati inviati nell'estate del 1991 a Campo Calabro, nel reggino, all'indirizzo di Antonino Scopelliti , sostituto procuratore generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Lavorava al rigetto dei ricorsi avverso le condanne emesse in appello nel maxiprocesso di Palermo, quando fu assassinato. Proprio il 9 agosto 1991, prima che potesse discuterli, il giudice Antonino Scopelliti fu ucciso da mano ancora ignota e impunita.

I processi e la verità incompleta

Dopo vari processi, decine di condanne anche all'ergastolo, quell'attentato di 34 anni fa ancora riserva dubbi, contraddizioni, depistaggi e persone senza volto che accanto a Cosa Nostra vollero quella strage. Anche questo delitto si annida nella controversa trattativa Stato - Mafia e lascia irrisolti misteri come quello della sua agenda rossa, mai più ritrovata e divenuta un simbolo delle troppe verità ancora taciute e nascoste.

“Minchia Signor Tenente”

La Città di Reggio Calabria commemora Borsellino e gli agenti della scorta attraverso il teatro. Il prossimo 22 luglio 2026, alle ore 20.30, l'Arena dello Stretto “Ciccio Franco”, in programma lo spettacolo “Minchia Signor Tenente”, scritto, diretto e interpretato da Antonio Grosso e prodotto dalla Compagnia Mauri Sturno. L'evento, a ingresso libero, promosso e finanziato dalla Giunta Esecutiva della Sezione di Reggio Calabria dell'Associazione Nazionale Magistrati è realizzato con il patrocinio del Comune di Reggio Calabria.

Un richiamo alla coscienza quotidiana

«Se la gioventù le negherà il consenso, anche la mafia svanirà come un incubo», diceva Paolo Borsellino dedicando il suo pensiero alle giovani generazioni. A esse con la sua opera di contrasto alle mafie ha reso un servizio di straordinaria importanza, insieme a Giovanni Falcone e alle tante persone che non si sono sottratte al proprio dovere anche al costo della vita.

Un monitor impresso sulla panchina inaugurata nel trentennale della strage nel 2022 a Reggio Calabria, accanto a tante scuole e nella zona di piazza Castello, arricchitasi così di un nuovo seme di memoria. Una panchina verde che completa così il Tricolore con quella bianca dedicata ad Antonio Gramsci il 25 aprile 2021 ea quella rossa contro la violenza sulle donne.