Il racconto del femminicidio di Scalea: il dolore, la figlia di Ilaria e l’impegno nelle scuole per prevenire altre tragedie
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Il femminicidio di Ilaria Sollazzo, uccisa il 2 ottobre 2022 a Scalea, ha segnato in modo profondo non solo la sua famiglia, ma l’intera comunità calabrese. A raccontare quella ferita ancora aperta è la sorella, Maria Pia Sollazzo, che oggi ha scelto di trasformare il dolore in impegno civile.
«Non si vive, si sopravvive», dice senza esitazioni. «Si sopravvive perché abbiamo la bambina di Ilaria e quindi viviamo per lei. Ci sono i miei figli e dobbiamo andare avanti per forza. Quando succede un evento del genere è qualcosa che ti annienta».
La tragedia ha posto la famiglia davanti a una scelta radicale. «All’epoca avevamo due possibilità. O ci mettiamo nel letto e non ci alzavamo più oppure facevamo qualcosa affinché questa morte non fosse vana. Noi abbiamo deciso di scegliere questa seconda strada».
Da qui nasce l’associazione intitolata a Ilaria, un presidio di ascolto e prevenzione. «Abbiamo fondato questa associazione che si rivolge alle donne che subiscono violenza, ma anche ai ragazzi, perché anche loro possono diventare assassini. Se si interviene prima, molte situazioni possono essere evitate. Bisogna fare prevenzione».
Chi era Ilaria: una vita piena, spezzata
Ilaria era una giovane donna realizzata, amata e rispettata. «Per me Ilaria è tuttora una ragazza solare, piena di gioia, piena di vita, laureata in economia e commercio», racconta la sorella. Aveva iniziato a lavorare come insegnante di sostegno al liceo scientifico di Scalea, dopo aver conseguito il TFA.
«Io la definisco un uragano di gioia. Per lei non esisteva il dolore, era sempre ottimista, diceva che c’è sempre una soluzione. Era vita».
Anche come madre, Ilaria incarnava una dedizione totale. «Era una mamma dolcissima. Ha voluto quella bambina con tutta se stessa». Fino all’ultimo, non rinunciava a quei momenti intimi. «L’ha allattata fino a due anni e mezzo. Diceva: “Chi me li restituisce questi attimi con mia figlia?”».
La notte dell’omicidio
La ricostruzione della sera del delitto è straziante. «Ilaria era arrivata sotto casa, aveva aperto la portiera e cercava le chiavi nella borsa. Lui è arrivato con i fari spenti, le ha sparato alla tempia ed è morta sul colpo».
Un’esecuzione fulminea, ricostruita dall’autopsia. «Ilaria non se n’è accorta. Era seduta composta in macchina. Mia madre e mia sorella pensavano stesse cercando qualcosa, poi hanno capito».
L’assassino, dopo averle sparato cinque colpi, si è tolto la vita. «È una cosa che ancora oggi non riusciamo a comprendere», dice Maria Pia, con voce ferma ma segnata.
Un femminicidio “senza segnali”
Uno degli aspetti più sconvolgenti di questa vicenda è l’assenza di segnali premonitori. «Lui non ha mai dato segnali di essere violento. Io lo definisco un assassino atipico». Nessuna denuncia, nessuna minaccia, nessun controllo ossessivo.
«Mia sorella non ha denunciato perché non c’erano i presupposti. Ad agosto lui aveva deciso di lasciarla con un messaggio, dicendo che non l’amava più».
È proprio questa apparente normalità a rendere il caso ancora più inquietante. «Io per tre anni ho mangiato a tavola con questa persona e non mi sono accorta di nulla. Né io né la mia famiglia».
Il lavoro nelle scuole: prevenire prima che sia tardi
Da quel dolore nasce un impegno costante nelle scuole. «Vado nelle scuole a dire che bisogna avere paura non solo di chi ti controlla o ti isola, ma anche di chi è indifferente». Un messaggio forte, che rompe stereotipi consolidati.
«Ancora oggi mi sveglio la notte e penso: come ho fatto a non accorgermene?». Ed è proprio questo interrogativo che Maria Pia porta tra i banchi. «Non si nasce assassini, ci si diventa».
I segnali vanno riconosciuti presto. «Se ti controlla il telefono non è amore. Se ti isola non è amore. L’amore è libertà e rispetto».
Giustizia, memoria e responsabilità collettiva
Sul piano normativo, alcuni passi avanti sono stati fatti, come l’introduzione dell’aggravante del femminicidio. Ma non basta. «Non ci si deve arrivare. L’ergastolo lo paga anche la famiglia della vittima. L’ergastolo lo paghiamo tutti». La comunità di Scalea non ha mai lasciato sola la famiglia. «Ilaria era catechista, si impegnava nel sociale, aiutava gli altri. Era amata da tutti».
E oggi, a distanza di anni, il volto di Ilaria resta vivo. «Volevano cancellarla distruggendole il viso. Non ci sono riusciti. Ilaria oggi è più viva che mai».
«Sarò la sua voce»
Il futuro è segnato da una promessa. «Quando è morta Ilaria le ho promesso che sarei stata la sua voce, che non mi sarei fermata». Nonostante altre perdite dolorose, Maria Pia va avanti.
«Vado avanti a dire che l’amore è libertà, rispetto, condivisione. E soprattutto voglio giustizia. Perché ad oggi giustizia non l’ho ancora avuta».

