Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono diventati simboli della lotta alla mafia soprattutto dopo essere stati uccisi. Ma prima delle stragi di Capaci e via D'Amelio furono anche magistrati contestati, isolati e costretti a muoversi dentro una magistratura non sempre compatta attorno al loro lavoro.

È da qui che parte la riflessione di Nicola Gratteri, che rilegge in un’intervista pubblicata su La Stampa, quella stagione mettendo al centro non soltanto il coraggio dei due magistrati, ma anche il prezzo pagato quando erano ancora vivi. Un isolamento che, secondo il procuratore di Napoli, non può essere considerato soltanto una questione personale o psicologica: può avere conseguenze concrete sul lavoro investigativo e sulla credibilità di chi conduce indagini particolarmente delicate.

«Avevano capito che arrestare gli esecutori non bastava»

Perché Falcone e Borsellino furono isolati finanche da alcuni dei loro stessi colleghi?

«Perché avevano capito prima di molti altri che Cosa nostra non poteva essere combattuta limitandosi ad arrestare l'autore materiale di un omicidio – dice Gratteri nel dialogo con Giuseppe Legato. Bisognava ricostruire l'organizzazione, seguire il denaro e comprendere i rapporti che consentivano alla mafia di entrare nell'economia e nei centri decisionali. Non era soltanto una questione tecnica: quel metodo cambiava il modo di concepire il contrasto alla mafia».

Un'impostazione che, inevitabilmente, entrava in conflitto con abitudini consolidate.

«Mettiamola così: questo approccio rompeva abitudini consolidate e creava inevitabilmente resistenze».

Da vivi combattuti, da morti eroi. Un paradosso che Gratteri legge come uno dei lati più amari della storia di Falcone e Borsellino.

«Dopo le stragi tutti sono diventati estimatori di Falcone e Borsellino. Quando erano vivi non era così. Falcone, la cui autorevolezza oggi appare indiscutibile, subì contestazioni durissime, anche dentro la magistratura. Il provvedimento del gip di Caltanissetta oggi descrive un clima di ostilità e di emarginazione che non può essere cancellato dalla celebrazione successiva».

E proprio qui, secondo Gratteri, si annida il rischio della memoria trasformata in celebrazione.

«Questo è uno degli aspetti più amari di quella vicenda. Dopo la morte trasformiamo le persone in simboli e rischiamo di dimenticare ciò che hanno dovuto sopportare quando erano ancora tra noi».

«Bisogna raccontarli da vivi»

Come si raccontano oggi Falcone e Borsellino a chi li ha conosciuti soltanto attraverso la memoria collettiva?

«Bisogna raccontarli da vivi».

Per Gratteri significa riportare Falcone fuori dal monumento nel quale è stato collocato dalla memoria pubblica e restituirlo al contesto nel quale lavorava, con le difficoltà, le tensioni e le decisioni che lo amareggiavano.

«Per capire quegli anni bisogna quindi togliere Falcone dal monumento e riportarlo dentro il suo ufficio, nelle difficoltà quotidiane e nelle decisioni che lo amareggiarono. Solo così si comprende fino in fondo la gravità dell'isolamento».

C'è un episodio che, nella ricostruzione di Gratteri, restituisce il peso di quella situazione. Quando si trasferì a Roma, Falcone affidò a un giornalista i suoi diari, lamentando che alla Procura di Palermo non ci fossero gli spazi per operare efficacemente.

E Borsellino, dopo la strage di Capaci, confidò ad alcuni colleghi di operare «in presenza di un nido di vipere».

L'isolamento può diventare un problema operativo

Che cosa significa, per un magistrato, sentirsi isolato e trattato come una «pezza da piedi», per usare un'espressione di Borsellino?

Gratteri mette in guardia dal considerare l'isolamento soltanto come uno stato d'animo.

«L'isolamento non è soltanto una condizione psicologica. Può diventare un problema operativo: se viene delegittimato anche la sua capacità di coordinare un'indagine può essere indebolita e se è descritto come una persona difficile o come qualcuno che cerca visibilità, chi è oggetto delle sue indagini comprende che quel magistrato non gode di una piena solidarietà istituzionale».

Da qui la domanda più delicata: isolamento e stragi possono essere messi in relazione?

«No, non voglio stabilire alcun automatismo, ma non possiamo neppure fingere che il contesto sia irrilevante».

Gratteri richiama quindi le parole del procuratore De Luca, che ha parlato esplicitamente di responsabilità oggettive nell'isolamento e nella sovraesposizione di Falcone e Borsellino.

«È una questione sulla quale la magistratura deve continuare a interrogarsi».

«Criticare un magistrato non significa preparare il terreno per colpirlo»

Una distinzione, quella tra critica e delegittimazione, che Gratteri considera fondamentale.

«Io non sostengo che chi critica un magistrato contribuisce automaticamente a creare le condizioni per colpirlo. Sarebbe un'affermazione irresponsabile».

Il problema, secondo il procuratore, nasce quando la critica sul merito di un'inchiesta lascia spazio alla delegittimazione personale e professionale.

«Bisogna però riconoscere che la delegittimazione ha conseguenze. Se per mesi si rappresenta un magistrato come fazioso o professionalmente inadeguato, la fiducia dei cittadini nell'istituzione può essere erosa».

Gratteri aggiunge un'altra considerazione, riferita anche al dibattito più recente sulla magistratura: «Ho detto anche recentemente che criticare continuamente la magistratura fino a delegittimarla finisce per indebolire la fiducia dei cittadini in un potere dello Stato».

Quando una magistratura è forte

Qual è, allora, il confine tra il legittimo dissenso e l'indebolimento dell'istituzione?

Per Gratteri la risposta è netta: «Quando il confronto riguarda il merito delle indagini e la solidità delle prove».

La magistratura si indebolisce invece «quando il dissenso professionale smette di essere confronto e si traduce nell'emarginazione di chi conduce determinate inchieste».

È il punto in cui il ragionamento torna inevitabilmente a Falcone.

«Per lui il problema fu particolarmente grave perché alla delegittimazione proveniente dall'esterno si aggiunsero contrasti interni alla magistratura. Oggi conosciamo il prezzo che quella stagione ha avuto».

Per questo, secondo Gratteri, la memoria non dovrebbe diventare né celebrazione rituale né arma per colpire chi indaga.

«Proprio per questo dovremmo evitare sia le santificazioni tardive sia la delegittimazione preventiva di chi conduce indagini difficili».

La lezione di Falcone e Borsellino

Che cosa è rimasto, invece, al magistrato Gratteri dal percorso di Falcone e Borsellino?

Prima di tutto, il metodo.

«Tra i tanti, che bisogna studiare le mafie, capire come cambiano e individuare i nuovi rapporti che costruiscono con l'economia, ma anche con pezzi delle istituzioni».

Poi c'è il modo di reagire agli attacchi.

«Nei momenti in cui vieni attaccato la risposta deve essere continuare a lavorare e documentare ogni affermazione. La risposta non può essere la polemica quotidiana».

Un insegnamento che diventa anche un monito rivolto alle istituzioni.

«Anche le istituzioni hanno una responsabilità precisa: non possono aspettare che una persona venga uccisa per riconoscerne il valore».

E qui arriva il punto forse più importante della riflessione di Gratteri: la solidarietà istituzionale non dovrebbe arrivare quando è ormai troppo tardi.

«La solidarietà istituzionale serve soprattutto quando quella persona è viva e sta facendo il proprio lavoro».