Ancora una volta il palco dell’Ariston si è trasformato in una vetrina non solo musicale, ma culturale e sociale. Il Festival, trasmesso in prima serata su Rai 1 e seguito da milioni di spettatori, ha scelto di affrontare il tema della disabilità. Una scelta importante, potenzialmente potente. Eppure, il messaggio che ne è scaturito lascia più di una perplessità.

Tra emozione e paternalismo

Quando la disabilità viene raccontata in televisione, il rischio è sempre lo stesso: scivolare nella retorica dell’eroismo o nella narrazione pietistica. Anche quest’anno, il racconto proposto è apparso incorniciato in una dimensione emotiva quasi obbligatoria, dove la persona con disabilità diventa simbolo, esempio, «lezione di vita» per chi guarda.

Il problema non è dare spazio a storie personali. Il problema è come lo si fa. Se la disabilità viene presentata come qualcosa da «superare» per poter essere accettati o applauditi, il messaggio implicito è pericoloso: il valore della persona sembra dipendere dalla sua capacità di adattarsi a un mondo che resta immutato, anziché dal diritto di quel mondo a diventare più inclusivo.

L’assenza del punto di vista strutturale

In un contesto di tale risonanza mediatica, sarebbe stato auspicabile un discorso più profondo, meno centrato sull’eccezionalità individuale e più sulle barriere – culturali, architettoniche, lavorative – che ancora oggi limitano la piena partecipazione delle persone con disabilità alla vita sociale.

Il rischio, invece, è che il pubblico esca dalla serata con una sensazione di commozione e autoassoluzione: ci si emoziona, si applaude, si condivide un hashtag, ma non si mette davvero in discussione il sistema. La disabilità resta una parentesi toccante nello spettacolo, non un tema politico e civile da affrontare con continuità.

Inclusione o spettacolarizzazione?

Quando un grande evento popolare tratta temi delicati, la linea tra sensibilizzazione e spettacolarizzazione è sottile. La presenza di una persona con disabilità sul palco può essere un gesto di inclusione autentica, ma solo se quella presenza non viene caricata di un’aura eccezionale o usata come momento «clou» emotivo della serata.

La vera inclusione sarebbe normalità: artisti, conduttori, ospiti con e senza disabilità che condividono lo stesso spazio senza che la loro condizione diventi necessariamente il fulcro narrativo.

Un’occasione da ripensare

Il Festival ha un’enorme responsabilità culturale. Proprio per questo, quando affronta la disabilità, dovrebbe farlo con maggiore consapevolezza e meno retorica. Non servono storie costruite per strappare lacrime; servono voci dirette, linguaggi rispettosi e un cambio di prospettiva che sposti l’attenzione dal «coraggio individuale» ai diritti collettivi.

Sanremo avrebbe potuto aprire un dibattito maturo e innovativo. Invece, ancora una volta, ha preferito la strada più semplice: quella dell’emozione immediata. Ma l’inclusione vera non si misura in applausi. Si misura nel cambiamento.