Fare giornalismo libero in un mercato ostile è una scelta quasi folle, ma è anche l’unico modo per costruire dignità e partecipazione. L’investimento sulla formazione dei giovani è un seme per una regione che vuole cambiare
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Il silenzio dell’Aula Solano non è assenza. È un peso. È il respiro trattenuto di quattrocentocinquanta ragazzi che l’Unical ha radunato per un rito che non ha nulla di accademico, se per accademia intendiamo la polvere delle biblioteche. Davanti a questi sguardi che l’Unical ha messo in fila, il racconto della Calabria smette di essere un esercizio di stile per farsi in qualche modo autopsia.
Quando Giancarlo Costabile evoca la Pedagogia dell’Antimafia e il network LaC risponde con le voci di Franco Laratta, Pier Paolo Cambareri e Domenico Maduli, non assistiamo a una lezione. È un corpo a corpo. È la collisione tra chi la realtà la studia e chi, ogni mattina, deve decidere come titolare il disastro senza farsi mangiare dal mostro che descrive.
Raccontare la verità nella legalità sembra un binario parallelo, quasi rassicurante. Eppure, in questa terra complicata, è un paradosso sanguigno. La verità ha il vizio di essere asimmetrica, spigolosa, spesso fastidiosa persino per chi della legalità fa un vessillo formale. La verità rompe gli equilibri, mentre la legalità, a volte, si accontenta della procedura. Mettere insieme questi due mondi significa fare un giornalismo o un’editoria che non si limita a fotocopiare i verbali delle procure, ma che scava nel fango della zona grigia, lì dove il colletto bianco e il picciotto bevono allo stesso bancone. È una postura etica, nel senso che non basta che un fatto sia “legale” per essere giusto, e non basta che sia “vero” per essere dicibile senza conseguenze.
Qui la libertà ha un prezzo che non si paga alle casse del supermercato. Si paga in solitudine, si paga in querele che arrivano come proiettili di carta, in quella sensazione di essere l'invitato sgradito alla festa del consenso. L’informazione, in questo contesto, smette di essere un bene di consumo e diventa un materiale da costruzione per le coscienze critiche. Se l’informazione non forma, è solo intrattenimento macabro. Se la formazione non informa, è solo accademia sterile. Questi due percorsi, che si incontrano tra i banchi dell’Unical, sono - a mio avviso - l’unica assicurazione sulla vita per la Calabria del futuro. Perché una coscienza critica è un radar che ti permette di vedere la trappola prima di caderci, di distinguere un leader da un padrone.
La comunicazione ha un compito quasi sciamamico: quello di rendere visibile l’invisibile. Non parliamo di fantasmi, ma di poteri, di quegli interessi che si muovono nel sottobosco della burocrazia, delle nomine sottobanco, del welfare gestito come elemosina. Portare le telecamere di LaC di un gruppo come Diemmecom dentro queste dinamiche significa rompere l’incantesimo del “si è sempre fatto così”. Significa dire che l’invisibile esiste, ha un nome, un cognome e una partita IVA. È un atto di prepotenza democratica: strappare il velo su ciò che molti preferirebbero rimanesse un segreto di Pulcinella, un rumore di fondo a cui fare l’abitudine.
Ma c’è un punto che scotta, un dato che nessun consulente marketing approverebbe. L’editoria in Calabria non conviene. Maduli lo ha detto senza mezzi termini. È un fallimento annunciato, se guardato con le lenti del cinismo imprenditoriale. Fare informazione libera in un mercato dove la pubblicità è spesso un guinzaglio e il lettore è un animale ferito dalla sfiducia, è una scelta che confina con la follia. Eppure, proprio in questa “sconvenienza” risiede l’unica dignità possibile. Se l’editore Domenico Maduli decide di investire sulla formazione dei giovani dell’Unical, non sta cercando clienti, ma sta cercando complici. Sta scommettendo su quella parte della Calabria che smetta di essere un bancomat per pochi e diventi un laboratorio per molti.
Il viaggio portato avanti in aula Solano non ha una destinazione turistica. È un’immersione nel magma di una regione che ha bisogno di essere raccontata da chi la abita, senza sconti e senza lirismi da cartolina. La verità è un muscolo che va allenato ogni giorno, altrimenti atrofizza. E quando quel muscolo smette di funzionare, la libertà diventa un lusso per pochi eletti. Resta, però, una domanda, pesante come il piombo: siamo pronti a pagare il prezzo di una verità che non fa sconti a nessuno, a partire da noi stessi? Forse la risposta non è in un articolo come questo, ma nel modo in cui quegli studenti, domani, decideranno di guardare il mondo fuori dal campus.
*Documentarista Unical


