C’è una Calabria che non finisce nei talk show, non apre i telegiornali e non infiamma i social. Non produce scandali, non rilascia dichiarazioni roboanti, non promette rivoluzioni. È la Calabria che semplicemente fa il suo dovere. E proprio per questo resta invisibile.

È fatta di medici che tengono aperti reparti con organici dimezzati, di infermieri che coprono turni impossibili, di insegnanti che lavorano in scuole fatiscenti senza trasformare ogni difficoltà in un alibi. È la Calabria dei volontari che suppliscono allo Stato quando lo Stato non arriva, e dei piccoli imprenditori che pagano tasse, stipendi e contributi senza chiedere favori né scorciatoie.

Questa Calabria non urla. Non sciopera per convenienza. Non si mette in posa davanti alle telecamere. Regge. E nel farlo smaschera, ogni giorno, il grande equivoco del dibattito pubblico: che tutto vada male solo per colpa di un destino cinico e baro. Non è vero. Molto va male per responsabilità precise. Ma qualcosa continua a funzionare nonostante tutto. E funziona grazie a persone che nessuno ringrazia.

La politica regionale e nazionale, invece, fa rumore. Annuncia, promette, rinvia. Litiga sui commissariamenti dopo averli resi eterni. Parla di riforme mentre chi manda avanti i servizi essenziali è lasciato solo, spesso colpevolizzato, quasi fosse parte del problema e non l’unica soluzione rimasta.

Il paradosso è tutto qui: chi sbaglia ha visibilità, chi tiene in piedi il sistema no. Chi distrugge accumula potere, chi ripara accumula stanchezza. E così l’ordinario che funziona diventa invisibile, mentre l’eccezionale che fallisce viene giustificato.

Questa Calabria silenziosa non chiede eroismi né santini. Chiede normalità: strutture che funzionino, regole chiare, tempi certi, rispetto istituzionale. Chiede che il merito non sia una parola buona per i convegni e inutile nella pratica. Chiede, soprattutto, di non essere usata come foglia di fico da chi governa male e poi si rifugia dietro “le difficoltà del territorio”.

Finché questa Calabria continuerà a reggere, il sistema non crollerà. Ma attenzione: la resilienza non è infinita. Confondere il senso del dovere con la rassegnazione è l’errore più grave. Perché quando anche chi non fa rumore smetterà di reggere, allora sì che il silenzio diventerà assordante. E a quel punto non basteranno più né proclami né scuse.