Il ciclone Harry mostra una regione trascurata: il fango diventa segno di abbandono, lo Stato interviene solo a catastrofe avvenuta mentre i media nazionali trasformano i diritti in solidarietà
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Vorrei ragionare sull’acqua e il fango del Ciclone Harry di queste ore, non come detrito idrogeologico, ma come sedimento sociale, e vorrei inoltre riflettere sul legame profondo che lega la terra che frana e l'identità di chi la abita. Nelle ore in cui i detriti sommergono San Sostene e Fabrizia stiamo assistendo a una catastrofe naturale, ma anche al compimento di un rituale di spoliazione che si ripete, identico, da decenni.
Nella cultura contadina calabrese, la terra è sempre stata madre e carnefice. Ma oggi, la “carnefice” ha cambiato volto, perché la frana è diventata selettiva. L’antropologia del territorio ci insegna che lo spazio non è neutro, ma si abita dove si può, non dove si vuole.
Chi vive sui greti dei fiumi o sotto i costoni instabili non lo fa per sfidare la natura, ma lo fa per marginalità economica. Il fango, depositandosi sulle case non assicurate e sui mobili comprati a rate, diventa uno stigma sociale. Identifica visivamente chi è rimasto indietro, chi è "sommerso" non solo dall'acqua, ma da un sistema che lo ha spinto ai margini del rischio.
Leggendo e osservando le reazioni al disastro, seguito h24 in modo serrato dai giornalisti e corrispondenti del nostro Network, emerge un modello comportamentale che potremmo definire “messianismo del soccorso”. Lo Stato non si manifesta come presenza costante (prevenzione), ma come epifania post-traumatica. C’è il solito rito del politico che arriva quando il danno è già compiuto. C’è poi il paramento, cioè lo stivale di gomma o il giubbotto della Protezione Civile che diventano vesti liturgiche. Infine c’è il miracolo, ovvero la promessa di “fondi straordinari”.
Questo meccanismo trasforma il cittadino da detentore di diritti (il diritto a un suolo sicuro) a supplicante di aiuti. È questa una forma di Neo-Patronage che scambia la sicurezza strutturale con la beneficenza di emergenza, mantenendo la popolazione in uno stato di perenne gratitudine verso chi, in realtà, ha fallito nel proteggerla.
L’episodio del cimitero di San Sostene, con i morti “restituiti alla vita” dal burrone, tocca una corda antropologicamente profonda. In Calabria, il culto dei morti è il pilastro della coesione comunitaria.
Vedere le bare scivolare nel fango è la rottura definitiva del patto tra uomo e territorio. Se lo Stato non riesce a garantire la pace nemmeno ai defunti, la percezione di “abbandono primordiale” diventa totale. È la fine anche della “restanza” di cui scrive Vito Teti. Quando nemmeno i propri morti sono al sicuro, l'unica risposta culturale possibile diventa l'esodo.
Spesso si loda la “resilienza” dei calabresi. Ma, da un punto di vista socio-antropologico, forse, la resilienza sta diventando una trappola. Speriamo di no. Esaltare la capacità di spalare fango senza lamentarsi serve a normalizzare l’anomalia.
Se la catastrofe è vissuta come un destino ineluttabile (un fatum greco), la protesta politica svanisce. La disobbedienza civile dei genitori di Roccelletta, che rifiutano il “selfie” del consigliere, è il primo segnale di una rottura di questo schema. È il passaggio dalla resistenza passiva alla cittadinanza attiva.
Laddove lo Stato è un’entità astratta che parla la lingua dei decreti, la criminalità organizzata si presenta con la lingua della concretezza materiale. I camion della ‘ndrangheta che arrivano “gratis” per pulire le strade portano aiuto e presenza.
È una sostituzione simbolica devastante. La ‘ndrangheta si appropria della funzione paterna dello Stato, trasformando il disastro in un’occasione per rinegoziare i legami di fedeltà. Il maltempo non è soltanto un rischio idrogeologico ma è un acceleratore di egemonia criminale.
Purtroppo, se non cambiamo la narrazione della Calabria da “terra sfortunata” a “territorio scientemente fragilizzato”, continueremo a contare i danni ogni inverno. Il “Patto Clima-Sud” è una lista di investimenti, ma è anche un atto di riconoscimento della dignità territoriale.
Vorrei anche entrare, se mi consentite, nel cuore di una distorsione cognitiva collettiva. Quando i media nazionali parlano del Sud durante una crisi come quella del Ciclone Harry, non stanno solo trasmettendo informazioni, ma stanno applicando un codice linguistico che trasforma una responsabilità politica in una “disgrazia inevitabile”. È più di una volta che ci faccio caso.
Il primo strumento linguistico utilizzato è la scelta degli aggettivi. Parole come “apocalittico”, “eccezionale”, “imprevedibile” o “furia cieca” hanno una funzione precisa, quella di assolvere l’uomo. Se l'evento è descritto come un “mostro della natura”, la mancanza di manutenzione degli argini o la cementificazione abusiva passano in secondo piano. In Calabria, il maltempo viene raccontato come un destino cinico e baro, mai come il risultato di un bilancio regionale che ha tagliato l'87% dei fondi per la prevenzione negli ultimi dieci anni.
I media nazionali tendono a costruire un racconto basato sulla vittimizzazione passiva. Si preferisce inquadrare l'anziana che piange tra le macerie o il volontario infangato piuttosto che intervistare il tecnico del Genio Civile.
L’effetto è quello di spostare il dibattito dal piano dei diritti (vivere in un territorio sicuro) a quello della solidarietà (aiutare i “poveri calabresi”).
La conseguenza è che una volta asciugato il fango, la solidarietà svanisce e con essa l'attenzione mediatica. Il problema non viene risolto, viene solo “commiserato”.
La protesta dei genitori di Roccelletta di Borgia non fa notizia perché non rientra nel canone del “Sud piangente”.
Se il calabrese spala il fango in silenzio, è considerato “resiliente” (termine usato abusivamente dai media per lodare chi non protesta). Se, invece, il calabrese occupa una scuola per chiedere sicurezza, diventa “rumore di fondo” o, peggio, un problema di ordine pubblico locale.
I media nazionali soffrono di una “miopia selettiva”. Sono pronti a inviare troupe per il cimitero che crolla (macabro feticismo), ma non per seguire l'iter burocratico di un fondo per il dissesto bloccato da tre anni.
La verità è che la narrazione del maltempo in Calabria è l’ultimo stadio del pregiudizio territoriale. Finché i media continueranno a chiamare “emergenza” quella che è una condizione cronica di abbandono, non ci sarà spazio per una soluzione politica.
Probabilmente l'emergenza è diventata un modello di business. Serve a giustificare commissariamenti e procedure d'urgenza che scavalcano i controlli ordinari.
Il linguaggio è una barriera. Chiamare “maltempo” quello che è “dissesto” impedisce ai cittadini di identificare i veri responsabili. La Calabria non è un caso isolato, ma è un laboratorio. Se accettiamo che una regione intera venga “sacrificata” al fango ogni inverno in nome della fatalità, stiamo accettando la fine dell'unità nazionale nei diritti fondamentali.
Per spezzare questa catena, serve, a mio avviso, un passaggio: smettere di essere vittime “resilienti” (che brutto termine) e diventare cittadini esigenti. La lotta di quei genitori di Roccelletta è il primo passo verso un nuovo linguaggio, dove la parola “sicurezza” pesa più della parola “soccorso”.
* Documentarista Unical

